
Se chiedessimo agli artisti di scegliere un’opera della loro produzione e raccontarcela, cosa accadrebbe? Con “Un’opera a settimana” vi proponiamo un format di iconografia e iconologia incentrata sulle più interessanti espressioni del contemporaneo. Protagonista di questo ottavo appuntamento è Elena Bellantoni
Una rubrica di iconografia e iconologia che mette al centro la creazione artistica contemporanea. È questo il focus di “Un’opera a settimana”, format di ArtsLife che invita gli artisti a scegliere un’opera della propria produzione, e a raccontarla ai lettori svelandone ispirazione, processo creativo, significati reconditi, aneddoti che solitamente non vengono rivelati. Una riflessione sull’arte attraverso l’arte, per un’indagine che aspira a carpire l’universale per mezzo del particolare. E, forse, a conoscere più da vicino gli artisti, spingendosi oltre l’“usuale” contesto delle mostre.

In questo appuntamento, Elena Bellantoni ci racconta Ruinate.
Ruinate (2026) è un’installazione composta da dodici abiti-scultura, realizzati nelle dimensioni del mio corpo, che abitano lo spazio come un esercito silenzioso, una comunità di presenze femminili sospese tra apparizione, deposizione e rivolta. Ogni figura è costruita a partire dalla mia misura fisica: il volto e le mani sono il calco del mio corpo in creta, una matrice personale che diventa però collettiva, moltiplicata, attraversata da altre storie. Non si tratta di autoritratti, ma di presenze che passano attraverso di me per farsi coro, plotone, comunità.
Il titolo Ruinate parte da una parola ferita. “Ruinata” è colei che è stata colpita, esposta, giudicata, marchiata da un sistema di potere, ma nell’opera questa parola viene rovesciata: la rovina non è più soltanto distruzione, diventa luogo di resistenza. Sono donne che hanno detto no, che hanno disertato l’obbedienza, che hanno fatto del proprio corpo un confine politico. La “ruina” è anche una condizione del territorio: un territorio attraversato da abbandoni, crolli, fratture storiche e sociali.
In questa parola convivono la rovina e la possibilità della rinascita: le Ruinate sono donne rotte ma rinate, corpi che portano i segni della distruzione ma che continuano a resistere, così come resiste il territorio calabrese e, più in generale, il Sud. Non si tratta di una rovina romantica o archeologica, ma di una rovina viva, politica, contemporanea: una ferita che non smette di parlare.
Nell’installazione al MAXXI, i dodici abiti-scultura assumono la forma di armature contemporanee, ma sono armature paradossali: sono fatte di stoffa, quindi non proteggono davvero. Non difendono dal colpo, non respingono la violenza, non costruiscono una barriera impenetrabile. La loro forza non sta nella capacità di proteggere, ma nella possibilità di esporre. Sono corazze fragili, esoscheletri poetici, abiti da battaglia incapaci di difendere il corpo, e proprio per questo ancora più politici. Dichiarano una vulnerabilità che non si nasconde, una fragilità che non chiede permesso. La loro unica arma sono i mantelli parlanti che non sono semplici elementi scenici, ma superfici di parola, bandiere intime, pagine mobili. Le frasi che li attraversano agiscono come dichiarazioni, frammenti poetici, slogan interiori, formule di insubordinazione. La parola non accompagna l’immagine: la incide, la arma, la rende corpo. In Ruinate il linguaggio è materia plastica e politica, una voce che continua a parlare anche quando il corpo sembra assente. Ogni frase è una ferita che si trasforma in enunciazione, un resto di storia che diventa possibilità di futuro.
Queste dodici figure sono disposte in cerchio. Lo spettatore può entrare all’interno dell’installazione e trovarsi al centro di una forma ambigua: un cerchio accogliente, ma anche un cerchio che osserva. Non c’è una frontalità unica, non c’è un punto di vista privilegiato. Chi entra viene accolto e allo stesso tempo messo sotto sguardo. Le Ruinate guardano, circondano, custodiscono, interrogano. Il cerchio diventa una soglia rituale: uno spazio di protezione e di giudizio, di comunità e di esposizione, un luogo in cui il pubblico non guarda soltanto l’opera, ma viene guardato dall’opera.
Le figure appaiono stralunate, fuori asse, volutamente ibride. Un elemento fondamentale che attraversa Ruinate è la sua dimensione tragicomica, intesa non come leggerezza, ma come condizione di impossibilità. È proprio in questa contraddizione che nasce il tragicomico: nel desiderio di resistere sapendo che gli strumenti a disposizione sono insufficienti, inadatti, persino assurdi. Sembrano un esercito di guastafeste: non soldatesse disciplinate, ma presenze indocili, imprevedibili, lievemente grottesche. Sono a metà tra un gruppo folk, con i legacci stringati sulle gambe e sulle braccia, e delle eroine post-atomiche, con guanti tagliati che rimandano a un immaginario punk. Questa mescolanza di riferimenti produce un cortocircuito visivo: il popolare e il futuribile, il rituale e il post-apocalittico, il corpo contadino e il corpo punk, la festa e la battaglia. Il lavoro è dunque un’installazione sulla disobbedienza, sulla fragilità come forza, sulla parola come arma e sul corpo come archivio.
Le dodici sculture non rappresentano semplicemente dodici donne: costruiscono una costellazione di presenze, un esercito di sopravvissute, un coro di guastafeste che non accetta più il silenzio. La rovina, da condanna, diventa forma. La stoffa diventa armatura. Il mantello diventa voce. Il corpo, anche quando sembra assente, continua a guardare.
Il lavoro è stato realizzato site specific per la mostra “Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi” del MAXXI a cura di Francesco Stocchi e Andrea Bellini. L’opera è stata prodotta dall’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, per il progetto di internazionalizzazione “Performing”, finanziato con fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), dall’Unione europea – NextGenerationEU.
Leggi “Un’opera a settimana” su ArtsLife
1 – La Conversione di San Paolo di Marcello Maloberti
2 – 1943 di Jacopo Benassi
3 – Il fazzoletto della vera icona di Luigi Presicce
4 – LA NUBE di Eleonora Roaro
5 – Succubi e Supplizi di Francesco De Grandi
6 – Com’è il cielo in Palestina? di Giovanni Gaggia
7 – GESTI PLASTICI di Francesco Impellizzeri




