
Minerva infonde l’anima alla figura umana modellata in creta da Prometeo rimarrà esposta a Palazzo Cini fino al 27 settembre
È un pittore lucchese del ‘700, Pompeo Girolamo Batoni (Lucca,1708-Roma,1787) ad aprire l’attività del nuovo Centro delle Arti Lucca, presentato su Artslife qualche giorno fa, la cui sede sarà pronta nel 2029 nel vecchio Ospedale di San Luca a Lucca. Un importante dipinto dell’artista con Minerva infonde l’anima alla figura umana modellata in creta da Prometeo è infatti il nuovo “Ospite” del Palazzo Cini di Venezia a San Vio, dove rimarrà esposto fino al 27 settembre.
L’iniziativa sancisce una prima collaborazione tra la Fondazione Giorgio Cini e il suo “Ospite a Palazzo”, giunto alla decima edizione e la neonata Fondazione Centro delle Arti a Lucca. A presentarla a Venezia sono stati Paolo Bolpagni, direttore Fondazione Centro delle Arti Lucca, Renata Codello, segretario Generale della Fondazione Giorgio Cini, Maria Pia Mencacci, vicepresidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e Luca Massimo Barbero, direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini.
Datata tra il 1740 e il 1743 l’opera celebra l’alta qualità pittorica del pittore toscano, definito “nuovo Raffaello”, ricercato da prestigiosi committenti, come i papi Benedetto XIV, Clemente XIII, Pio VI e i sovrani Maria Teresa d’Austria, Federico II di Prussia e Caterina II di Russia. Il soggetto è tratto dalle Metamorfosi di Ovidio (I, 76-88): il titano Prometeo è còlto mentre siede di fronte alla statua in creta che sta modellando, esempio della bellezza ideale giovanile, forse ispirata al celebre Ermes Pio-Clementino, allora noto come Antinoo del Belvedere. Accanto a lui, la dea Minerva porge una farfalla, simbolo dell’anima, per infondere la vita alla creazione del titano.
Era stata realizzata, insieme all’Atalanta piange Meleagro morente, di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, per il marchese Lodovico Sardini, nel corso di tre anni, tra il 1740 e il 1743, nel periodo in cui Batoni viveva tra Roma e la città natale. Una fitta corrispondenza tra il marchese e l’artista testimonia la lunga gestazione dell’opera, passata per via ereditaria ai conti Minutoli-Tegrimi e al mercato antiquario, da cui è stata recentemente acquistata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca.

Chi era Pompeo Batoni? Un critico settecentesco, Giovanni Gherardo De’ Rossi, l’aveva definito «l’artista dei forastieri» per la sua bravura nel ritrarre i numerosi intellettuali stranieri che giungevano a Roma nel grand tour. Figli di mercanti inglesi e tedeschi, studenti e imprenditori, innamorati dell’Italia, non potevano lasciare il nostro Paese senza un ritratto fatto da Pompeo Batoni. Così l’illustre pittore lucchese, è passato alla storia soprattutto come grande ritrattista. E in effetti lo è stato, ma era capace di ben altro, come ha dimostrato quasi venti anni fa la più esauriente e completa mostra a lui dedicata a Palazzo Ducale di Lucca, a cura di Fernando Mazzocca e Liliana Barroero.
Batoni era un grande e sofisticato pittore di scene sacre, mitologiche e di storia. Avaro di autoritratti, il suo vero ritratto è quello che emerge dalla sua pittura, quello di un artista interdisciplinare, pittore-scultore-architetto. Nell’Allegoria delle Arti, una tela dipinta nel 1740 a trentadue anni, il pittore sottolinea come le tre arti siano inscindibili per lui. Figlio di un orafo, e orfano di madre, si forma nella natia Lucca. Ma, contro il volere del padre, che lo voleva tenere nella bottega di famiglia, all’età di diciannove anni va a studiare pittura a Roma, con l’aiuto di un gruppo di mecenati lucchesi. Guarda all’antichità classica, a Raffaello e ai Carracci. Lavora per mecenati lucchesi e romani, in un ambiente vivace e stimolante, che lo mette in contatto con francesi, inglesi, tedeschi. È di casa all’Accademia di Francia protetto dal direttore – pittore Jean François de Troy.
Negli anni Quaranta del ‘700 è un affermato pittore di storia, con commissioni da tutta Italia. Dipinge grandi tele, qualche volta firmate, e dipinti da cavalletto, interpreti brillanti della classicità, in cui a far da protagoniste sono spesso morbide e sensuali donne, allegorie della Pittura, Scultura, Architettura, Minerva, Venere, Lussuria. Dagli anni Cinquanta comincia anche l’intensa attività ritrattistica. A capo di una vivace bottega a Roma in cui lavorano anche i numerosi figli, diventa il punto di riferimento dell’aristocrazia romana e d’oltralpe. Decine di stupendi ritratti escono dal suo laboratorio per ritrarre i viaggiatori, ecclesiastici e intellettuali di tutta Europa, principi e re. Spesso nobili inglesi un po’ spocchiosi, che si facevano ritrarre di fronte alle antichità romane per vantarsi in patria di essere stati a Roma.





