
Da Bosch a Picasso, viaggio tra i capolavori che hanno trasformato l’estetica dell’orrore in una potente arma di riscatto e critica sociale
Prendiamo due dipinti, che non abbiano in comune né la loro datazione nella storia, né la corrente artistica di rispettiva appartenenza. Per esempio: Saturno che divora i suoi figli di Goya e Three Studies of Lucian Freud di Francis Bacon. Queste due opere, nell’ottica di un giudizio ai più condivisibile, hanno un solo punto convergente. Sono “brutte”, o comunque contengono nella loro composizione, di colori e forme, qualcosa di sconcertante.
Ma analizzando a fondo la questione e considerando l’altissimo valore artistico dei dipinti, dobbiamo riformulare il concetto di brutto artistico, per non arrenderci alla banale definizione che ne deriva. Cioè, opera sgradevole, quindi assente di bellezza. Un cambio di prospettiva utile, il nostro, che rivela il “brutto” come una possibile e nuova categoria estetica, che ha una sua originalissima forza. Tema attualissimo, mentre arriva a Milano, da Bruxelles, la mostra ”Bellezza e bruttezza nel Rinascimento”, alle Gallerie d’Italia.
Forza che deriva anche da un semplice dato di fatto: il brutto non può essere mimetizzato o mitigato e per sua natura smuove le coscienze, molto più di una mediocrità ben vestita. Inoltre, per il suo bagaglio di sincerità, può, nelle giuste tele e in quei periodi storici che lo consentono, raccontare la verità. Sfidando i dogmi culturali con un’efficacia enormemente maggiore dell’armonia vista e rivista in innumerevoli doppioni.

Storicamente, questa categoria ha avuto un’evoluzione tutta sua. Infatti, nel Medioevo, gli artisti rappresentavano il peccato utilizzando il brutto come monito per respingere l’ingannevole dolcezza della trasgressione. Mettendo in guardia, i penitenti di allora, e sbigottendo i fruitori di oggi, con le incredibili pose dei Gargoyle. Oppure con alcune precise scene del Giudizio Universale. Senza dimenticare le svergolature (esonerate della perfezione classica), prodotte dalle celeberrime caricature di Leonardo Da Vinci, o le bizzarrie visionarie e naturalmente grottesche di Bosch.
Perché l’arte ha bisogno del brutto?
Poi, con il romanticismo, naturalmente ogni cosa si sublima. E allora la poesia delle tempeste di Turner vela di terrore le scene, il tutto con il preciso intento di evidenziare ancora la riscoperta della solitudine umana. Con le avanguardie del novecento, e soprattutto con le due guerre mondiali, avviene una nuova rottura dei canoni precedenti. L’urlo di Munch è il precursore vero dell’Espressionismo, e il famoso dipinto è un triste inno alla deformità dei colori e dei corpi.

La provocazione Dada di Duchamp inventa l’arte concettuale, ma altro non è che un’altra forma di deviazione sul tema del bizzarro. Che (per quella famosa sincerità di cui sopra) smette di compiacere l’occhio e stimola il cervello. Finiamo con l’Arte informale e il Brutalismo che sono l’essenza finale, artisticamente e architettonicamente, del processo.
Lo scarto è la materia grezza, quindi diventa infine protagonista. E (sulla scia di Pollock e Le Corbusier) sorge spontanea la domanda chiave. Perché l’arte ha bisogno del brutto? Esiste di certo una funzione catartica, che è stata nei secoli un volano per elaborare il dolore e la paura attraverso le rappresentazioni visive. A tal proposito, il folklore, da nord a sud, ci da moltissimi esempi. Partendo dalle rassegne sulle creature spaventose delle montagne di Piedicastello (Trentino-Alto Adige), fino ai Yèryani di Acquaro (Calabria), oggetto in entrambi i casi di continue mostre.

Ma forse la leva maggiore che da valore a questa fenomenale categoria estetica è la denuncia delle ipocrisie e della violenza di una società che, per forza di cose, è indissolubilmente legata al suo tempo. L’angoscia e l’orrore trasmesse da Guernica di Picasso, infatti, sono ancora lì a dimostrarcelo. Raccontandoci, inoltre, che la perfezione anestetizzante spesso mente, al contrario del brutto che, per natura, descrive la condizione umana senza la necessità di armarsi di filtri.




