09 Ottobre 2026 13:23

Tazartes, storia di una collezione. 4# Enrico Allimandi

Enrico Allimandi, Senza titolo, olio su tela, cm 50 x 60, firmato e datato sul retro “Al carissimo amico Giorgio Tazartes vivamente 29-5-1959”
Enrico Allimandi, Senza titolo, olio su tela, cm 50 x 60, firmato e datato sul retro “Al carissimo amico Giorgio Tazartes vivamente 29-5-1959”
La storica dell’arte e saggista Maurizia Tazartes ci racconta genesi e sviluppi della collezione avviata dal padre Giorgio

Il Caffè San Carlo nell’omonima piazza nel centro di Torino, tra via Roma e la Stazione di Porta Nuova, era uno dei luoghi dove si incontravano gli intellettuali che giravano in città. A pochi metri, nell’elegante Galleria San Federico, c’era la sede della Stampa e, sotto i portici, pullulavano librerie, negozi lussuosi, e pasticcerie veri e propri salotti.

Tra i frequentatori del Caffè San Carlo c’era il giovane pittore torinese Enrico Allimandi (Revigliasco, 5 agosto 1906 – Torino, 19 gennaio 1984) che, a fine anni venti inizio trenta, simpatizzava per il Futurismo. Al Caffè San Carlo aveva incontrato nel 1929 Fillia (al secolo Luigi Colombo), poeta e pittore futurista fondatore, con Mino Rosso, del gruppo torinese e, nel 1923, dei Sindacati artistici futuristi. Allimandi si era unito a loro, partecipando, sino al 1933 e oltre, a diverse mostre futuriste. L’interesse per il movimento gli era nato durante i soggiorni parigini, dove aveva conosciuto Chagall, Severini, Picasso, Braque e alcuni pittori di Montparnasse.

Ma chi era Luigi Allimandi? Nella rara, ma interessante, bibliografia che va dagli anni sessanta ai primi duemila, troviamo un illuminante scritto del critico Luigi Carluccio (1911-1981), che nel 1966 presenta una personale di “Allimandi” alla Galleria d’Arte La Bussola di Torino. Ne esce un profilo curioso e ben imbroccato, che a volte ricorda addirittura le biografie dei pittori secenteschi, per ciò che riguarda gli inizi. Nato a Revigliasco, nei dintorni di Torino, Allimandi era un ragazzo timido non amante della scuola, ma infaticabile disegnatore. Il padre lo mette a fare pratica nello studio di Luigi Serralunga in Corso Duca di Genova, allora eccellente pittore di nudi e di nature morte.

Il ragazzo passa tre anni a fare il garzone di bottega, specializzato in copie dei quadri del maestro. Quando si rende conto che i dipinti fatti da lui erano all’altezza di quelli del maestro, si butta nella mischia a Parigi e fa le prime esperienze: Belle Époque, Arte – Déco, Futurismo, Montparnasse, tutto ciò che poteva attrarre e stimolare un artista sensibile come lui.

 

Enrico Allimandi, Senza titolo, olio su tela, cm 50 x 60, firmato e datato sul retro “Al carissimo amico Giorgio Tazartes vivamente 29-5-1959”, retro
Enrico Allimandi, Senza titolo, olio su tela, cm 50 x 60, firmato e datato sul retro “Al carissimo amico Giorgio Tazartes vivamente 29-5-1959”, retro
Il suo mondo

Tra tanti stimoli il Futurismo (di seconda generazione) aveva avuto inizialmente la meglio. Al ritorno a Torino Allimandi partecipa alle vivaci serate futuriste del gruppo nei caffè di via Po o di piazza San Carlo, espone nel 1929 alla Galleria Civica d’Arte moderna i suoi dipinti. E lo farà non solo a Torino, ma anche in altre città, Milano, Firenze, Parigi. Ma l’avventura futurista non dura molto. Non era quella la sua strada. Quello che voleva l’artista non era «rinnovare il mondo, ma semplicemente mettere in luce il “suo mondo”» scrive Carluccio.

E il mondo dell’artista era ancora quello della adolescenza passata nella villa della collina torinese, con serre e limonaie, bambine e ragazze misteriose. Quel mondo però non c’era più, ma si poteva riviverlo nel ricordo, nel sogno, in una sorta di surrealismo. Un surrealismo personale che trova la sua maturazione negli anni cinquanta-sessanta, che è l’epoca anche dei quadri della collezione Tazartes. Esempio? Quell’enigmatico Senza titolo, olio su tela (firmato e datato, sul retro “Al carissimo amico Giorgio Tazartes vivamente 29/5-1959”. In basso a destra la marca della tela (“Marca depositata Leonardesca 50 x 60”). Una scena crepuscolare, densa, in cui di reale o vivo c’è solo una figuretta di ragazza che si allontana sullo sfondo, mentre in primo piano oggetti e figure “archeologiche” sembrano aprire la scena come due quinte di teatro.

 

Enrico Allimandi, Senza titolo [Figura di bambina], pastello su cartone, cm 50 x 38, firmato e datato “Allimandi 50”
Enrico Allimandi, Senza titolo [Figura di bambina], pastello su cartone, cm 50 x 38, firmato e datato “Allimandi 50”
Un velo di sonno

Del resto a Parigi Allimandi aveva lavorato come scenografo presso la ditta parigina Gallay-Frères. Giorgio Tazartes aveva conosciuto di persona il pittore, di cui era diventato amico e con cui aveva dialoghi interessanti al caffè Torino. Lì, in una saletta, nei momenti pausa dal giornale La Stampa, di cui era redattore, riceveva amici e conoscenti.

Un altro intrigante quadro firmato e datato “Allimandi 57” è un inquietante profilo di “Figura femminile” (senza titolo, olio su tela, cm 39 x 47) che sporge da un muro, che si affaccia su un terrazzo rosso. Al di là, l’azzurro di un mare ondoso. La ragazza, pensosa, è caratterizzata da un enorme occhio nero, come i lunghi capelli. Anche il terzo quadro “Figura di bambina” (pastello su cartone, cm 50 x 38, firmato e datato “Allimandi 50”) è il nudo di una bambina che potrebbe avere otto anni, caratterizzato da una linea morbida e pura. Un mondo enigmatico, che certo parlava molto al suo autore.

La pittura di Allimandi è densa, intensa, pastosa, misteriosa. A sessant’anni di distanza sono ancora valide ed efficaci le parole di Carluccio: «Allimandi utilizza le tinte più calde e accese; i rossi, tutti i rossi sontuosi dei velluti, delle moquettes, dei tendaggi delle alcove; i verdi squillanti delle bottiglie, e tuttavia i suoi dipinti sembrano sempre specchiare un’ora di notte e la luce e i colori dei prati al crepuscolo, carichi di violetti, di lillà, di malva, portano un velo di sonno; sembrano ridursi allo schermo magico del bianco e del nero. Sono questi infatti i colori dei nostri sogni e i colori del cinema stregone, cioè dei nostri sogni a occhi aperti».