
La storica dell’arte e saggista Maurizia Tazartes ci racconta genesi e sviluppi della collezione avviata dal padre Giorgio
Nella Collezione Tazartes c’è un piccolo quadro con una Natura morta con melone e pere, creata con zaffate di colore forte, robusto, costruttivo, degna dei grandi francesi, Chi è l’autore? La sua storia sembra una fiaba. Si tratta di Piero Garino, tra i più poetici pittori piemontesi degli anni Cinquanta-Sessanta. Nato a Leinì in provincia di Torino nel 1922 e scomparso nella stessa città nel 2009, si è formato come autodidatta.
Dopo aver frequentato una scuola serale di pittura, si mette a dipingere in uno studio in via Lauro 2. Ma non gli basta. Dipinge in continuazione anche quando lavora come barman presso il bar Combi di via Roma, un caffè all’epoca molto frequentato, vicino a Piazza Castello. Ricordava la nipote Irene il 15 ottobre 2016 su “Torino oggi” in occasione di una retrospettiva del pittore: «Dipingeva e disegnava rubando ore, minuti, attimi di riposo, riempiendo pezzi di carta di figure, di schizzi e di bozzetti».
I suoi paesaggi, le sue nature morte e figure, i velieri, le città corrose dal tempo, creati con uno stile personalissimo, sono vere e proprie favole moderne. Fatte di colore, luce ed emozioni. Dopo alcune mostre negli anni 1948-1958, la partecipazione alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale di Roma, e alla mostra Les peintres de Turin, a Nizza nel 1951, insieme ad altri quindici pittori, la sua carriera esplode negli anni Sessanta, tanto da essere definita un “caso torinese”. Tra i molti estimatori c’era il poeta francese Paul Eluard che, di passaggio a Torino, si era entusiasmato ai suoi dipinti, comprandone uno esposto alla galleria La Bussola.
Il successo fu immediato e gli fruttò un lungo soggiorno in Costa Azzurra a contatto con il mondo artistico locale da Chagall al poeta Verdet. Molti i premi ricevuti. «La sua pittura è legata al mondo umile delle periferie torinesi, ad un paesaggio dai toni fiabeschi, con i cieli solcati da sciabolate di luce, una pittura scevra di concettualismi ma piena di quel sentimento poetico di cui spesso la nostra vita è così carente e proprio per questo, la pittura di Piero Garino ha avuto tanto successo», ricorda un testo tratto dal “Centro Italiano per le Arti e la Cultura”, del 1 febbraio 2009.

Un uomo moderno
Molto diverso come cultura e formazione è Arnold d’Altri (Cesena, 20 maggio 1904- Collonge-Bellerive, luglio 1980), autore di un incisivo olio su tela intitolato Aktiv 19, che mescola cubismo e surrealismo, firmato sul retro “Al caro Giorgio con grande affetto Arnold D’Altri”, giunto nella collezione nel 1962 dal Piemonte Artistico Culturale di via Roma. Celebre scultore, pittore, illustratore, Arnold, svizzero di adozione, era figlio di un ceramista trasferitosi nel 1905 a Zurigo. Città dove studia arti applicate dal 1921 al 1925 presso lo scultore Otto Kappeler. Nel 1930-1950 Arnold lavora all’Accademia privata dello scultore Henry Wabel a Zurigo e poi in una fabbrica di ceramiche.
Fa poi diversi viaggi di istruzione nelle maggiori capitali europee, da Monaco a Londra a Berlino. E frequenta lo studio dello scultore Henry Wabel a Zurigo. Sviluppando un proprio linguaggio scultoreo, sintetico, espresso in bronzo, granito, legno. In pittura invece mescola cubismo, surrealismo e informale. Nel 1941 espone in Svizzera, con Germaine Richier, Marino Marini e Fritz Wotruba e nel 1948 rappresenta la Svizzera alla Biennale di Venezia. Molte le sue mostre in città europee, Torino compresa, nel decennio 1950-1960. Al centro della sua opera, di matrice figurativa, si colloca l’uomo. Un uomo moderno, stilizzato, robotico, in anticipo sul futuro, che sembra pronto alla conquista di stelle e mondi lunari.





