
Alla Fondazione Prada nuovo step del progetto di ridefinizione del rapporto tra antico e moderno firmato Salvatore Settis
Correva l’anno 2015 e la Fondazione Prada inaugurava la prestigiosa sede di Largo Isarco e la collaborazione con l’illustre e blasonato Prof. Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, presentando le mostra Serial Classic e Portable Classic, al cui commento vi rimando, con l’ambizioso intento di ridefinire il rapporto tra antico e moderno. La ricerca è continuata e approfondita con la mostra Recycling Beauty nel novembre del 22, per arrivare ad oggi con Global Antiquity.
Eccomi, dunque, a commentare immodestamente la mostra avvalendomi cialtronescamente di un espediente retorico mutuato dal Giulio Cesare shakespeariano: il nobile Prof. vi ha detto che il mondo antico è globale in contrapposizione alla globalizzazione odierna, se sì è colpa grave; e il mondo la sta gravemente scontando. Qui, con il beneplacito del Prof. che è un uomo d ‘onore, e anche gli altri, tutti uomini d’onore, sono venuto a parlare al funerale dell’oggi.
Bon, Bardo, pardon, bando alle gogliardate, la mostra è il risultato di uno sforzo che ha del titanico per quel che concerne l’organizzazione e l’incontestabile sapienza nello scegliere le opere, tutte straordinarie, e svelarne le affascinanti connessioni spazio-temporali a sostegno della premessa concettuale della mostra. Il tutto, poi, è esposto con un’eleganza che rende onore a Rem Koolhaas – che ha curato l’allestimento – e alla famiglia Prada che così generosamente sostiene queste imprese. Last but not least, la civile educazione di avvalersi della traduzione dall’italiano all’inglese, in spregio a tutti i parvenu che esibiscono l’inglese anche per ordinare un caffè.

Contrasti militari e culturali
Ed ora torniamo al Bardo ch’entro mi rugge. Il concept dell’esposizione, mi si perdoni l’irriverenza, non è poi così originale. Che nel mondo antico esistessero scambi e ibridazioni culturali è intuibile a qualsiasi buon liceale, se ancora ce ne sono, basti pensare, tanto per dire, ad Alessandro Magno. Che questi incontri siano avvenuti in modo simmetrico, lento, orizzontale e non prevaricatore, fidandosi gli uni degli altri, mi pare un voler piegare le ragioni della storia ad un pregiudizio ideologico, oltretutto misconoscendo le conflittualità del mondo antico, che non era arcobaleno, ma pieno di contrasti militari e culturali. Le logiche espansionistiche imperiali erano ben presenti anche allora e non sono una prerogativa delle demo plutocrazie finanziarie odierne.
Do you remember Chartago delenda est piuttosto che il diciamo eufemisticamente difficile rapporto tra Atene ed i Persiani o, tornando ad Alessandro, straordinario conquistatore che muore nella Babilonia espugnata. Di che stupirsi dunque se le statue viaggiano da un continente all’altro. Dico delle ovvietà che Lei, Prof., conosce benissimo, molto meglio di un buon liceale, e che ignora per sostenere la sua militanza. La contrapposizione tra globalità e globalizzazione è un artificio mutuato dall’intellettuale terzomondista Édouard Glissant fondatore del concetto di Negritudine e Antillicità che dalla sua aveva almeno la giusta ricerca di un’identità culturale.
Cosa che lei nega al nostro naufragante mondo che ricorda un poco la disgregazione dell’Impero Romano. Gli Unni non erano così frendly. Mi permetto, en passant, di rammentarle la poesia che Lei sicuramente ricorderà del greco-alessandrino Kostantinos Kavafis, Arrivano i Barbari…
Ellenici Saluti
L.d.R.







