23 Settembre 2026 18:38

Un viaggio fiabesco. Fra arte e neve

L'Inverno di Ambrogio Lorenzetti, dall'Allegoria del Cattivo Governo, Palazzo Pubblico, Siena
L’Inverno di Ambrogio Lorenzetti, dall’Allegoria del Cattivo Governo, Palazzo Pubblico, Siena
Dai grandi chicchi medievali alla neve soffice e bianca dei paesaggisti ottocenteschi. Quando la pittura incrocia la neve

Tempi di neve, anche se ormai sugli alberi spuntano prepotenti le gemme e le mimose sono in fiore. Ma di neve ne abbiamo vista tanta nella recente Olimpiade Milano-Cortina 2026. Pattinatori provetti sul ghiaccio, sciatori da record, e mille altri sport invernali. Vengono allora in mente i pattinatori sui laghi gelati di Pieter Bruegel il Vecchio e dei figli che, sul ghiaccio, si divertivano, dopo ore di fatica e di lavoro portando sulla neve fascine di legna o i prodotti di magre cacce nei boschi.

Nel passato neve e ghiaccio non erano poi così amati, anzi in alcuni casi erano considerati una sventura. Il pittore senese Ambrogio Lorenzetti, ad esempio, tra il 1338 e il 1339, affresca in palazzo Pubblico di Siena, in uno dei medaglioni del fregio superiore del Cattivo governo, un signore barbuto vestito alla moda sotto una fitta neve e con in mano una palla candida, immagine simbolica l’Inverno, che portava solo guai e malanni.

Erano le prime rappresentazioni della neve, intrise di significati simbolici. La neve nell’arte ha fatto un lungo viaggio dal ‘300 ai nostri giorni (prima era citata soprattutto in letteratura), assumendo forme e caratteri sempre diversi e di grande bellezza. Un viaggio fiabesco, che porta dai grandi chicchi medievali alla neve soffice e bianca di grandi paesaggisti ottocenteschi come Ippolito Caffi e Angelo Inganni. Nel Trecento e nel Rinascimento la neve veniva rappresentata in affreschi, tavole d’altare, mosaici e miniature, con diversi significati, sacri e profani.

Tra le più antiche rappresentazioni della neve c’è il mosaico con Il miracolo della neve sull’Esquilino nel registro inferiore della facciata della basilica romana di Santa Maria Maggiore, opera di Filippo Rusuti del II decennio del ‘300. Nell’iconica immagine che allude ad un miracolo avvenuto nell’agosto del 358 con una nevicata sull’Esquilino in pieno agosto, la neve è rappresentata con grandi chicchi bianchi, che scendono dal cielo inviati da Dio e dalla Madonna.

Neve sacra e profana

Nasce così il filone sacro della neve, che dura da Masolino da Panicale con la sua bella tavola (Il miracolo della neve, Napoli, Museo di Capodimonte, 1428 circa) a Guido Reni (Madonna della neve, Firenze, Uffizi, 1623-1630) e oltre. La Madonna della neve viene rappresentata in magnifiche pale d’altare quattrocentesche, con angeli che porgono vassoi di palle di neve alla Vergine e al Bambino (Sassetta, Pala della Madonna della neve, Firenze, Uffizi, 1432; Matteo di Giovanni, Madonna delle nevi, Siena, Santa Maria delle nevi, 1477; Girolamo di Benvenuto, Madonna della neve, Siena, Pinacoteca Nazionale, firmato e datato 1508).

Accanto alla neve sacra si diffonde anche il filone della neve profana legata alla rappresentazione dei Mesi dell’anno, in miniature, codici miniati, libri d’ore, tavole, affreschi, in cui la neve e l’inverno caratterizzano gennaio e febbraio. Nascono poetiche scene con il mese di febbraio come nelle Très riches heures du duc de Berry dei primi anni del ‘400 o in affreschi come lo spettacolare Ciclo dei Mesi del Castello del Buonconsiglio di Trento, opera del Maestro dei mesi (Venceslao): assistiamo così, in quel suggestivo mese di gennaio, a giochi di palle di neve tra i signori del tempo o ai ritorni dalla caccia invernale nei castelli turriti.

 

Artedossier, dossier Arte e neve
Artedossier, dossier Arte e neve

Nel ‘500 e ‘600 il “boom” della rappresentazione della neve avviene nei Paesi Bassi e nelle Fiandre, dove c’è un risveglio economico, nonostante le guerre religiose. Una nuova borghesia riempie i propri salotti di quadri innevati, legati alle stagioni, a proverbi moralistici, alla vita quotidiana. Ci sono celebri maestri a occuparsene con botteghe dove lavorano intere famiglie. I Bruegel, ad esempio, ci lasciano dipinti carismatici, di grande fascino, intrisi di un sottofondo malinconico che rispecchia la vita.

Chi può dimenticare l’Inverno (Cacciatori nella neve) di Pieter Bruegel il Vecchio, firmato e datato 1565, oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna? Con quello sfondo di montagne innevate, i laghi gelati dove si muovono i pattinatori, gli uomini che tornano stanchi dalla caccia e poco lontano una taverna, “Al cervo”, di fronte a cui dei contadini arrostiscono un maiale. Un capolavoro, seguito da altri suoi capolavori, e da quelli dei figli, Pieter Bruegel il Giovane e Jan Bruegel il Vecchio.

Un lungo viaggio

Scene bibliche, come la Strage degli innocenti di Pieter Bruegel il Giovane, firmato dopo il 1616, ambientate in quel primo Seicento che, indirettamente, rivelano la vivace e dura vita fiamminga del tempo. E, dopo i Bruegel, i loro seguaci, come Denijs van Alsloot, Joos de Momper, Gijsbrecht Leytens, autori di paesaggi invernali che creano addirittura un genere nuovo. Ma alla fine del secolo il gusto della committenza si sposta verso altri generi, dipinti floreali, ritratti, paesaggi italianizzanti e nel Settecento la raffigurazione della “neve” ritrova nuovo interesse a sud Europa.

Torna l’interesse per il genere dei Mesi e le Stagioni in Spagna, dove brilla la straordinaria Nevicata (L’ Inverno) di Francisco Goya, del 1786-1787, conservata al Prado: protagonista non solo il paesaggio, che rimane sullo sfondo, ma personaggi incappucciati che lottano contro una tempesta di neve, con già significati sociali. In Italia emerge un paesaggista straordinario, Francesco Foschi, sino a vent’anni fa ignorato, attivo a Roma, interprete personalissimo dei paesaggi nordici. In Francia spicca Jules-César van Loo, parigino vissuto dal 1743 al 1821, ultimo rappresentante di una dinastia di pittori di origine fiamminga, presente anche in Italia.

L’Ottocento è il secolo della neve. Il responsabile è soprattutto il Grand Tour con il fascino esercitato dalle Alpi su artisti e scrittori. Le montagne rocciose e innevate ispirano nuove sensazioni e nuovi temi. C’è la neve “sublime” di Wiliam Turner, ci sono le sue tempeste di neve, che aprono a visione romantiche. In Francia con l’impressionismo si sbizzarriscono grandi artisti come Monet e Courbet. In Italia brillano paesaggisti raffinati come Ippolito Caffi (Neve e nebbia in Canal Grande, 1840 circa, Venezia, Ca’ Pesaro) e Angelo Inganni, che ci restituisce una Milano da fiaba. Ma il viaggio è ancora lungo, giunge agli astrattismi americani del Novecento.

Per saperne di più, Maurizia Tazartes, Arte e neve, Artedossier, Giunti, febbraio 2026, anno XL, n. 439.