23 Settembre 2026 18:38

Storie (e controstorie) umbre. Giotto e San Francesco a Perugia

Giotto e san Francesco, Perugia, Galleria nazionale dell'Umbria, installation view, credits Marco Giugliarelli
Giotto e san Francesco, Perugia, Galleria nazionale dell’Umbria, installation view, credits Marco Giugliarelli
L’Umbria ricorda l’ottavo centenario della morte di San Francesco con una grande mostra alla Galleria nazionale dell’Umbria

Giotto e San Francesco, due figure che si incontrano in uno dei più bei cicli di affreschi della storia dell’arte, quelli della basilica di San Francesco di Assisi, che ha impegnato schiere di studiosi per decenni, spesso su fronti opposti. Affreschi con le Storie del Santo che, nonostante tragiche vicende, come il terremoto del 1997, sono ancora lì a presentarsi nella loro bellezza. Di chi sono, di Giotto o no? Nella mostra e negli studi che l’hanno preceduta si dà per certo che siano di Giotto, che “irrompe” improvvisamente ad Assisi, forse da Roma, e fa la sua grande rivoluzione. Abbatte la “maniera greca”, supera cioè le forme bizantine e mette la natura e la vita al centro della scena. Probabilmente è andata così.

Non possiamo però ignorare la storia e le diatribe precedenti. L’attribuzione del complesso francescano a Giotto non è sostenuta da alcun documento, ma una fonte antica, Riccobaldo Ferrarese, ricorda nel 1312 un lavoro di Giotto per la chiesa di Assisi, senza specificare quale. Nel 1450 Lorenzo Ghiberti sostiene che Giotto dipinse per la chiesa di Assisi “quasi tutta la parte di sotto”. Giorgio Vasari nella seconda edizione delle Vite (1568) riprende l’attribuzione a Giotto delle Storie di san Francesco. Il riferimento al pittore viene accolto sino al 1791, quando il padre domenicano Guglielmo della Valle mette in dubbio la paternità giottesca.

 

Giotto e san Francesco, Perugia, Galleria nazionale dell'Umbria, installation view, credits Marco Giugliarelli
Giotto e san Francesco, Perugia, Galleria nazionale dell’Umbria, installation view, credits Marco Giugliarelli
Schermaglie

Cominciano le schermaglie tra storici, che si acuiscono negli anni venti dell’Ottocento, quando una serie di studiosi anglosassoni rifiuta con decisione il nome di Giotto per la differenza stilistica del ciclo assisiate con quello padovano, in particolare nella resa dello spazio e dei volumi. Si formano così due schieramenti, uno internazionale, con qualche celebre nome italiano, che tende a collocare gli affreschi nell’ambito della pittura romana di fine ‘200, e la nostrana, che li riferisce a Giotto.

Fiore all’occhiello

L’attribuzione a Giotto è data per certa, come si è detto, in questa importante mostra, Giotto e San Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento, visibile fino al 14 giugno. Curata da Veruska Picchiarelli ed Emanuele Zappasodi, accompagnata da un nutrito catalogo (Silvana Editoriale), e sostenuta da un comitato scientifico di prestigio. L’occasione, l’ottavo centenario della morte di San Francesco, le cui ventotto storie sono state raccontate sui muri della basilica in gran parte da Giotto con la sua équipe. La rassegna vuole documentare il lungo rapporto del pittore con Assisi e l’impatto della sua pittura, nuova e moderna, su diverse generazioni di artisti attivi in Umbria tra Due e Trecento.

 

Giotto e san Francesco, Perugia, Galleria nazionale dell'Umbria, installation view, credits Marco Giugliarelli
Giotto e san Francesco, Perugia, Galleria nazionale dell’Umbria, installation view, credits Marco Giugliarelli

Così – e questo è il fiore all’occhiello – emergono ricomposti molti artisti anonimi con le loro personalità e il loro linguaggio: Il Maestro della Cattura, il Maestro dell’Andata al Calvario, il Maestro del Farneto, il Maestro della Croce di Gubbio, il Maestro di Cesi, il Maestro di Figline, Marino di Elemosina. Ma la lista non finisce qui, perché ci saranno anche Puccio Capanna, il Maestro della Croce di Trevi, il Maestro di Fossa, il Maestro del Crocifisso d’Argento.

50 libbre

Una parata eccezionale, di cui magari, con studi futuri, verranno fuori i nomi reali, come è successo a Palmerino di Guido, già indicato come “Espressionista di Santa Chiara” e poi identificato. Collaboratore e socio di Giotto, il 4 gennaio 1309, Palmerino estingue un mutuo di 50 libbre (lire) di denari cortonesi “per sé e per Giotto di Bondone di Firenze” (tradotto dal latino), quando erano entrambi impegnati nella basilica inferiore a eseguire gli affreschi della cappella della Maddalena. Documento importante, giustamente esposto in mostra, perché unico della presenza di Giotto ad Assisi.

 

Giotto e san Francesco, Perugia, Galleria nazionale dell'Umbria, installation view, credits Marco Giugliarelli
Giotto e san Francesco, Perugia, Galleria nazionale dell’Umbria, installation view, credits Marco Giugliarelli

Ci sono poi due artisti celebri, i senesi Simone Martini e Pietro Lorenzetti, che con le loro forme eleganti e preziose lavorano alla fine del secondo decennio del Trecento nella basilica inferiore rispettivamente nella Cappella di San Martino (affreschi di Simone Martini 1315-1317), e nel transetto sinistro della cappella di san Giovanni Battista (affreschi di Pietro Lorenzetti, 1319-1320 circa).

Sessanta opere

La mostra, che non si limita alla pittura, ma si estende alla scultura, alla miniatura, all’oreficeria, presenta, sessanta opere, con straordinarie ricomposizioni di polittici smembrati, come quello del Maestro di Figline, le cui parti giungono da ben sei sedi internazionali. Si articola in otto sezioni, che ripercorrono tutta la grande avventura francescana da quel 15 maggio 1288, in cui papa Niccolò IV con una commovente Bolla, esposta in mostra, crea le condizioni per l’inizio della decorazione della basilica che custodiva le spoglie di San Francesco.

 

Giotto e san Francesco, Perugia, Galleria nazionale dell'Umbria, installation view, credits Marco Giugliarelli
Giotto e san Francesco, Perugia, Galleria nazionale dell’Umbria, installation view, credits Marco Giugliarelli

Terminati gli affreschi nel transetto e nel coro della chiesa superiore, attribuiti a un Maestro Oltremontano, e continuati da Cimabue e dalla sua équipe, arriverebbe intorno al 1290, da Roma, un giovanissimo Giotto (Colle di Vespignano, 1267 circa-Firenze, 1337), cresciuto a Firenze a contatto con Cimabue e nutrito di cultura antiquaria nella capitale. Lavora con la sua bottega alle Storie del Vecchio e Nuovo Testamento sui registri alti delle due pareti opposte della navata, continuando il lavoro di maestri romani come Jacopo Torriti e alcuni anonimi, con un linguaggio fortemente innovativo.

A rappresentare in mostra questo primo momento del pittore sono esposte alcune tavole della giovinezza, la Madonna col Bambino (frammento) della pieve di Borgo san Lorenzo e la Madonna in trono col Bambino e angeli (Madonna di San Giorgio alla Costa, Firenze, Museo dell’Opera de Duomo). Opere vicine per stile alle Storie di Isacco nella seconda campata della basilica superiore, fatto che ha reso probabile l’identificazione del Maestro di Isacco con Giotto.

 

Giotto e san Francesco, Perugia, Galleria nazionale dell'Umbria, installation view, credits Marco Giugliarelli
Giotto e san Francesco, Perugia, Galleria nazionale dell’Umbria, installation view, credits Marco Giugliarelli
Nuove forme

L’exploit brillante permette al pittore di avere in mano l’intero cantiere, con tutte le ventotto storie francescane. L’evoluzione di Giotto nel proseguimento degli affreschi assisiati nella cappella di San Nicola nella basilica inferiore, dopo un ritorno a Firenze, è ricordato dal Polittico della Badia Fiorentina, a cinque scomparti, del 1295-1300 circa (Uffizi) e dalla Madonna col Bambino di Oxford: il disegno è elegante, le forme solide, le espressioni intense. A condurre gli affreschi assisiati, insieme a Giotto, sono una serie di pittori umbri, indicati con nomi convenzionali, che apprendono dal maestro ogni novità spaziale e naturalistica.

Tra i primi a subire il fascino della pittura del fiorentino ci sono il Maestro del Farneto, il Maestro della Croce di Gubbio, Il Maestro di Cesi e Palmerino di Guido. Ciascuno con un proprio stile, originale e naf, intriso di cultura umbra ma disposto ad appassionarsi alle nuove forme di Giotto e dei maestri precedenti, da Cimabue a Jacopo Torriti. È un mondo nuovo, con una nuova parlata, drammatica e visionaria insieme, che Roberto Longhi aveva sintetizzato come la “Passione degli Umbri”.