
Se chiedessimo agli artisti di scegliere un’opera della loro produzione e raccontarcela, cosa accadrebbe? Con “Un’opera a settimana” vi proponiamo un format di iconografia e iconologia incentrata sulle più interessanti espressioni del contemporaneo. Protagonista di questo secondo appuntamento è Jacopo Benassi
Una rubrica di iconografia e iconologia che mette al centro la creazione artistica contemporanea. È questo il focus di “Un’opera a settimana”, format di ArtsLife che invita gli artisti a scegliere un’opera della propria produzione, e a raccontarla ai lettori svelandone ispirazione, processo creativo, significati reconditi, aneddoti che solitamente non vengono rivelati. Una riflessione sull’arte attraverso l’arte, per un’indagine che aspira a carpire l’universale per mezzo del particolare. E, forse, a conoscere più da vicino gli artisti, spingendosi oltre l’“usuale” contesto delle mostre.

In questo appuntamento, Jacopo Benassi ci racconta 1943.
Ho scelto di raccontare 1943 (del 2022) perché è un’opera che, più di altre, tiene insieme il mio lavoro e la mia vita senza lasciare margini di separazione. Non nasce da un’idea, ma da un evento, da una perdita, e da qualcosa che resta.
L’immagine non è soltanto una fotografia: è il punto di arrivo di un percorso iniziato molti anni prima, nel 1989, quando a diciotto anni dipinsi una copia della Deposizione di Caravaggio. Quel quadro è rimasto per oltre trent’anni appeso sopra il letto di mia madre, Giusy. Era diventato parte della stanza, della quotidianità, quasi invisibile nella sua presenza costante. Quando mia madre è morta, nel 2022, il quadro è stato rimosso. Sulla parete è rimasta la sua impronta: una traccia più chiara, una sorta di fantasma.
È da lì che nasce 1943. Ho fotografato quell’assenza, quella superficie segnata dal tempo: una matrice, un negativo emotivo prima ancora che visivo. A questa immagine ho affiancato uno scatto del comodino della stessa stanza: un dettaglio, ma anche un controcampo intimo, domestico, che ancora trattiene qualcosa della presenza.
Il processo è stato immediato, quasi necessario. Non c’è stata costruzione, ma riconoscimento. Ho capito che quell’impronta conteneva già tutto: il gesto pittorico di un ragazzo, la vita di mia madre, il passare del tempo, e infine la loro sovrapposizione in un’unica immagine.
Quello che mi interessa è proprio questo intreccio: momenti diversi che convivono nello stesso spazio visivo. Il “tempo di una vita” (Frangi), nell’insieme di una composizione permeata di momenti diversi, eppure sempre la medesima. L’opera diventa così una storia, ma anche il suo residuo.
Ho scelto questa immagine perché non rappresenta qualcosa: è qualcosa che è accaduto. E, forse, perché è il punto in cui la mia pratica smette di essere solo artistica e diventa inevitabilmente personale.




