
Fotografia Sebastiano Pellion Di Persano. Courtesy dell’artista
Se chiedessimo agli artisti di scegliere un’opera della loro produzione e raccontarcela, cosa accadrebbe? Con “Un’opera a settimana” vi proponiamo un format di iconografia e iconologia incentrata sulle più interessanti espressioni del contemporaneo. Protagonista di questo terzo appuntamento è Luigi Presicce
Una rubrica di iconografia e iconologia che mette al centro la creazione artistica contemporanea. È questo il focus di “Un’opera a settimana”, format di ArtsLife che invita gli artisti a scegliere un’opera della propria produzione, e a raccontarla ai lettori svelandone ispirazione, processo creativo, significati reconditi, aneddoti che solitamente non vengono rivelati. Una riflessione sull’arte attraverso l’arte, per un’indagine che aspira a carpire l’universale per mezzo del particolare. E, forse, a conoscere più da vicino gli artisti, spingendosi oltre l’“usuale” contesto delle mostre.

In questo appuntamento, Luigi Presicce ci racconta Il fazzoletto della vera icona.
Qualche giorno prima un uomo viene arrestato di fronte a me e ammanettato con la faccia a terra. Intorno si è creato un cerchio perfetto, tutti fotografano, come se si trattasse di un attore in un film, ma mangia la polvere davvero.
Sono a Ciudad de Mexico, è il mese di febbraio del 2018, ci ero già stato nel 2007.
La performance è il 19, al Museo de Arte Popular, con me dall’Italia c’è Matteo Coluccia.
La città è cambiata, alcune zone sono alla moda: il quartiere Rosa, dove alloggiamo, sembra Corso Buenos Aires a Milano, guardie armate sono su ogni porta di negozio.
Devo realizzare Il fazzoletto della vera icona, un tableau vivant concepito su una stazione della Via Crucis, quella in cui Gesù cade e Veronica asciugandogli il volto con un fazzoletto ne riceve miracolosamente l’immagine impressa (acheropita).
Con noi Manuela De Los Angeles, un’artista che segue la produzione. Giovanni (Canedicoda) ha realizzato i costumi di scena, una vasta gamma di abbinamenti per tutti gli attori. Matteo ha stampato con cerone rosso su fogli rosaspina, circa quindici impronte della mia faccia, ne servirà solo una.
La performance è prodotta da Eduardo Secci, galleria di Firenze che in quei giorni espone a Zona Maco, la fiera d’arte contemporanea più importante del Paese. Il Museo è una casa colonica a tre piani, al centro uno spazio vuoto, dove avverrà la performance. È un museo etnografico come quello di Giuseppe Pitrè a Palermo o Paolo Toschi a Firenze (poi Roma). L’artigianato messicano è coloratissimo e pregno di morte, unico.
Sono qui per fare conoscere la mia arte e vivere un’esperienza con un gruppo di attori del posto. Il gruppo è variopinto, i maschi sono tutti gay, tra le ragazze c’è un trans lesbica con qualche anno in più degli altri. Ogni giorno facciamo le prove, la scena è pensata in ogni suo dettaglio, però mi sento turbato dall’energia del suolo, dalle persone, dalla polvere. Non dormo mai, a due giorni dalla messa in scena, cambio tutto, sposto l’entrata del pubblico, impongo l’uso dei telefoni agli attori e metto Angie a fare la Madonna.
Ho a disposizione un carro da rimorchio, ho fatto cercare dei motorini e realizzare un grosso telaio con dentro una croce. Io faccio Cristo su una motocicletta, Matteo la Veronica, Angie (il trans) la Vergine Maria e Maria José la giostraia della frusta. Tutti gli altri fotografano, sparano flash sulla scena con i loro telefoni. L’arresto ha lasciato un segno indelebile.
Maria José sta imparando a schioccare la frusta, il suo ruolo è di tenere lontano il pubblico dalla scena. È una ragazza esile, ma molto forte. Angie è fragilissima, ha una voce stridula, come se non gli fosse permesso parlare.
Il telaio non arriva. È partito la mattina dalla bottega del falegname e avrebbe dovuto essere lì per mezzogiorno. Il tempo a Città del Messico è un’ipotesi.
Quando è sera Manuela ci porta a vedere delle mostre, a ballare alle feste. Vedo per la prima volta un dipinto di Keith Boadwee: una palma che fuma una sigaretta.
Il giorno dell’apertura arriva in fretta, siamo qui da dieci giorni, visitiamo quello che possiamo e compriamo regali: maschere in lattice di Frida Kahlo, sirene di legno, teschi di tutti i tipi (anche di zucchero), colibrì imbalsamati, ex voto in metallo.
Mangiamo grilli fritti, tacos con carne cotta in olio millenario, enchiladas, mole negro, platano fitto, churros.
La performance dura due ore, i ragazzi sono in uno stato di grazia, è come essere in una pala d’altare: tutto è santo, anche i colpi di frusta.
Io e Angie ci guardiamo tutto il tempo, lei piange senza sosta e alla fine ci abbracciamo a lungo. Maria José mi bacia sulla bocca diverse volte, poi sparisce.
Ripartiamo.
Leggi “Un’opera a settimana” su ArtsLife
1 – La Conversione di San Paolo di Marcello Maloberti
2 – 1943 di Jacopo Benassi





