29 Settembre 2026 21:47

Quo vadis Biennale?

Biennale di Venezia 2026
Biennale di Venezia 2026
Errori continui. Un presidente che fa inguaiare politicamente l’istituzione che rappresenta. Una giuria dimissionaria che fa proclami senza agire. E poi anche i Leoni assegnati dai visitatori. Ma davvero ci meritiamo tutto questo da quella che è considerata la più importante istituzione culturale italiana? L’opinione di Daniele Capra

Benché consapevoli che il presente ci sfidi e tenti continuamente di farci lo sgambetto, difficilmente avremmo immaginato di essere, a pochi giorni dall’apertura della Biennale Arte, in questa situazione sospesa e paradossale. Sarà infatti una manifestazione in cui saranno presenti i padiglioni nazionali di paesi che molti avrebbero voluto escludere per ragioni politiche (come Russia e Israele, ma anche Stati Uniti). Mancherà poi la consueta giuria di esperti chiamata ad attribuire i premi, costretta alle dimissioni per dichiarazioni improvvide che hanno nuociuto alla stessa causa che avrebbero dovuto sostenere. E, per non farci mancare nulla, ecco la svolta populista: spetterà al pubblico attribuire i “Leoni dei Visitatori”. Ma da cosa nasce questa situazione assurda? Il presentimento è che tutti i soggetti coinvolti abbiano compiuto passi falsi, commettendo errori di valutazione rispetto alle finalità istituzionali cui sono tenuti. Ripercorriamo i fatti.

Padiglione Russia alla Biennale di Venezia
Padiglione Russia alla Biennale di Venezia
La partecipazione della Russia

Quando la notizia della presenza della Russia è stata divulgata, è scoppiato il finimondo, sia in Italia sia nelle cancellerie europee. Com’è possibile, infatti, che una nazione che ha invaso e continua a bombardare l’Ucraina – paese che l’Italia e l’Europa giustamente sostengono – sia istituzionalmente rappresentata in uno dei più prestigiosi consessi culturali del mondo?

Le partecipazioni nazionali alla Biennale di Venezia sono in carico agli stati (o a istituzioni da essi delegati), su modello delle esposizioni internazionali, di cui la kermesse lagunare è in parte figlia. Secondo una prassi consolidata, i paesi, eccetto quelli dotati di padiglione permanente, devono fare richiesta formale alla Fondazione e sono vincolati alla sottoscrizione di un accordo. La Russia, proprietaria dello spazio ai Giardini dal 1914, si considera quindi invitata di diritto, in virtù della concessione alla costruzione del padiglione. La Biennale può al massimo mettere il bastone tra le ruote per questioni burocratiche, ma, se i documenti sono in regola, non ha il potere di impedirne l’attività (come potrebbero fare, per esempio, il governo o l’Unione Europea). Dalla relazione degli ispettori del ministero la pratica risulta però formalmente corretta: il padiglione sarà così visibile nei giorni dell’anteprima, che è esclusivamente a invito (non è cioè formalmente un “evento pubblico”, vietato dalle sanzioni vigenti contro le attività promosse da istituzioni russe), ma non nei mesi di apertura, durante i quali sarà visibile solo dall’esterno. Da quanto si è appreso, tuttavia, la Russia non comparirà nel catalogo delle partecipazioni nazionali.

Il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco
Il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco
Il primo pasticcio di Buttafuoco

Come si è arrivati a questa situazione che ha poi generato una pletora di complicazioni? Secondo quanto emerso in un’intervista al ministro Alessandro Giuli, il presidente Buttafuoco non avrebbe mai informato “il governo” della sua interlocuzione con la Russia (resta il dubbio se, data l’amicizia tra presidente e ministro, quest’ultimo ne fosse stato almeno informalmente messo al corrente). Buttafuoco sembra dunque aver agito in autonomia, sottovalutando gli effetti politici della vicenda e, allo stesso tempo, esponendo la Biennale e il governo ad aspre critiche, soprattutto internazionalmente. A battere le mani, invece, sono i soliti russofili della Lega e quanti, in cattiva fede, fingono di ignorare che la presenza russa in laguna non è espressione della libertà che l’arte dovrebbe idealmente avere, ma del rigido controllo politico di Putin e dei suoi accoliti. A uscirne compromessa è l’autorevolezza dell’istituzione veneziana, e come osserva Giuli, “il danno d’immagine l’ha causato la Biennale a se stessa”. Tanto più che nulla è stato fatto dall’ecumenico Buttafuoco – se si esclude la foglia di fico rappresentata degli incontri spot sul dissenso, programmata per i giorni dell’anteprima – per bilanciare con contenuti artistici significativi la presenza della Russia (o di altri paesi politicamente controversi). Non sarebbe stato possibile, per esempio, chiedere al team curatoriale di immaginare un progetto specifico da ospitare in uno degli spazi dell’Arsenale, come era avvenuto nella celebre Biennale del dissenso del 1977?

Biennale di Venezia
Biennale di Venezia
Dichiarazioni avventate

Di fronte al crescente sdegno per le presenze dei padiglioni russo e israeliano, espresso da una parte del mondo dell’arte, ma anche da molti intellettuali e cittadini, la giuria (costituita da Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Solange Farkas, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi, su proposta della curatrice Koyo Kouoh, formulata prima della sua morte) ha pubblicato una nota su e-flux il giorno successivo alla comunicazione della propria nomina. Le giurate, consapevoli del legame tra artista e nazione rappresentata, hanno dichiarato che si sarebbero “astenute dal considerare quelle nazioni i cui leader sono al momento accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale”. È per tutti immediato il riferimento a Russia e Israele (ma, tra i paesi macchiati di tale accusa, andrebbero aggiunte anche le Filippine, il cui presidente è indagato). Nei giorni successivi è intervenuto Belu-Simion Fainaru, artista che rappresenta Israele, che ha inviato alla Biennale una diffida per atteggiamento discriminatorio nei sui riguardi, contrario ai principi di equità di assegnazione dei premi. Di fronte al rischio di contenziosi ed eventuali richieste di risarcimento, la giuria ha scelto pochi giorni dopo di dare le dimissioni.

I passi falsi della giuria

La sensazione è che la giuria abbia commesso diversi errori di valutazione, e ciò risulta ancora più doloroso per quanti, come chi scrive, ne condividono idealmente gli intenti. La prima ingenuità è stata dichiarare apertamente la propria posizione politica prima ancora di tradurla in pratica, in un eccesso di sicurezza e di candore, quando, al contrario, le scelte più politiche trovano effetto sulle prassi operative: l’orrore della condizione attuale, evocato nella comunicazione della giuria e percepito da molti, si combatte non tanto a parole, ma agendo. Un secondo elemento problematico è stato quello di porsi in contrasto con l’istituzione di cui si ha accettato l’incarico, quando invece sarebbe stato possibile operare al suo interno nel rispetto delle proprie sensibilità personali: in alternativa non sarebbe stato preferibile declinare l’incarico fin dall’inizio? Un ulteriore aspetto critico riguarda la selettività del criterio manifestato dalla giuria: concentrarsi esclusivamente sugli stati i cui leader sono incriminati dalla Corte Penale implica di prendere in considerazione gli artisti che rappresentano paesi non democratici, nei quali non sono riconosciuti i diritti civili, e che spesso, al pari della Russia, utilizzano l’arte come strumento di propaganda. Sono, per esempio, ammissibili ai leoni d’oro gli artisti che rappresentano le petromonarchie del Golfo o la Cina, in cui ogni forma di dissenso è perseguita? Adottare un criterio politico, giusto o sbagliato che sia, impone necessariamente un rigore tutt’altro che comodo, che non può essere solo dichiarato.

Dulcis in fondo il populismo

A dare l’ultimo coup de théâtre è ancora la Biennale. Nel giorno stesso delle dimissioni della giuria viene annunciato che, accantonata l’ipotesi dei Leoni d’oro, saranno istituiti i Leoni dei visitatori, assegnati – come di consueto – al miglior partecipante alla mostra internazionale e alla migliore partecipazione nazionale. Ogni visitatore potrà votare telematicamente la propria coppia di artisti preferiti durante il periodo di apertura, utilizzando i dati del biglietto. Peccato che tale modalità presenti difficoltà tecniche (superabili), ma anche questioni di natura temporale e logistica (quanti visitatori hanno davvero il tempo, la possibilità o l’interesse di vedere tutti i padiglioni e tutte le opere della mostra internazionale? Come garantire la medesima visibilità a padiglioni sparsi per la città?), di natura geografica (la provenienza dei visitatori favorisce gli stati più ricchi, popolosi e vicini, tra cui la stessa Italia) e, soprattutto, limiti di competenza. Benché il lavoro di una giuria di esperti non produca necessariamente un risultato condivisibile o in qualche modo rappresentativo, come abbiamo visto molte volte negli ultimi vent’anni, non è accettabile che il lavoro degli artisti sia valutato da chi non possiede una formazione adeguata a una disciplina come l’arte contemporanea, che è, ahinoi, iperspecialistica. Avreste mai immaginato una Biennale coi Leoni assegnati dal pubblico come a Sanremo?

Tale scelta è puro populismo demagogico, una democrazia apparente che solo casualmente può produrre esiti significativi. Perché allora il funambolico presidente Buttafuoco, alla luce dell’infinita sequela di problemi emersi, non si è semplicemente limitato a sospendere i premi? Ci avrebbe per lo meno risparmiato quest’ulteriore enorme pupazzata. Come si dice a Venezia, “peso el tacon del buso”.