01 Ottobre 2026 00:39

Un’opera a settimana. “LA NUBE” di Eleonora Roaro

Eleonora Roaro, LA NUBE, still video
Eleonora Roaro, LA NUBE, still video
Se chiedessimo agli artisti di scegliere un’opera della loro produzione e raccontarcela, cosa accadrebbe? Con “Un’opera a settimana” vi proponiamo un format di iconografia e iconologia incentrata sulle più interessanti espressioni del contemporaneo. Protagonista di questo quarto appuntamento è Eleonora Roaro

Una rubrica di iconografia e iconologia che mette al centro la creazione artistica contemporanea. È questo il focus di “Un’opera a settimana”, format di ArtsLife che invita gli artisti a scegliere un’opera della propria produzione, e a raccontarla ai lettori svelandone ispirazione, processo creativo, significati reconditi, aneddoti che solitamente non vengono rivelati. Una riflessione sull’arte attraverso l’arte, per un’indagine che aspira a carpire l’universale per mezzo del particolare. E, forse, a conoscere più da vicino gli artisti, spingendosi oltre l’“usuale” contesto delle mostre.

Eleonora Roaro
Eleonora Roaro

In questo appuntamento, Eleonora Roaro ci racconta LA NUBE.

Spesso i miei progetti nascono dalla fascinazione nei confronti di un’immagine che lascio sedimentare nel tempo. La pratica artistica è un modo per conoscere meglio quell’immagine, la sua genealogia, i suoi simboli e significati. Il punto decisivo emerge quando le premesse iniziali si capovolgono e la ricerca – asse portante del lavoro – rovescia le aspettative. Questo è stato il caso del progetto audio-video LA NUBE, a cui ho lavorato lo scorso anno per la mia mostra personale al mudaC | museo delle arti Carrara (12 ottobre 2025 – 25 gennaio 2026).

La premessa fu la fotografia di una nube nera che ricopriva il cielo della Zona Industriale Apuana (Z.I.A.) di Massa-Carrara. Una nube tossica, causata nel luglio 1988 dall’esplosione del magazzino del Rogor, un pesticida tossico già obsoleto all’epoca, usato contro la mosca dell’ulivo. La fabbrica in questione era la Farmoplant (ex Montexdison-Diag), chiusa dopo l’incidente. Se inizialmente questo evento traumatico avrebbe dovuto essere il fulcro del lavoro, dall’indagine storica e dalle testimonianze raccolte è emerso che non solo l’inquinamento del territorio era figlio di cinquant’anni di attività della Z.I.A. (in particolare del comparto chimico) e che, a partire dagli anni ’70, gli incidenti furono numerosissimi, ma che quell’esplosione, da molti, fu vista come una liberazione. “Meno male che è esplosa la Farmoplant, altrimenti ci saremmo trasferiti”, mi disse un abitante di Alteta, frazione di Massa inglobata all’interno della Z.I.A., durante un sopralluogo. Difatti, la popolazione si era già espressa prima, nel 1987, con un referendum consultivo a favore della sua chiusura; vinse, ma rimase senza effetti, nonostante l’impegno degli attivisti locali che ho valorizzato nel progetto.

Il lavoro si è così trasformato in un racconto della storia della Z.I.A. dal fascismo a oggi, articolato in dodici brani di matrice post-punk, in particolare industrial a cui ho lavorato con il musicista Emiliano Bagnato. Anche in quel caso, la scelta di lavorare con la musica (il lavoro è stato distribuito digitalmente a fine gennaio 2026 sulle principali piattaforme) è nata dall’aver scoperto l’esistenza di un gruppo anarcho-punk attivo all’inizio degli anni 2000 chiamato I figli della Farmoplant: ho trovato interessante come avessero ripreso, come molti altri musicisti in tutto il mondo, l’immaginario della devastazione ambientale portata avanti dall’industria o dal nucleare come forma di denuncia.

Leggi “Un’opera a settimana” su ArtsLife

1 – La Conversione di San Paolo di Marcello Maloberti
2 – 1943 di Jacopo Benassi
3 – Il fazzoletto della vera icona di Luigi Presicce