
Se chiedessimo agli artisti di scegliere un’opera della loro produzione e raccontarcela, cosa accadrebbe? Con “Un’opera a settimana” vi proponiamo un format di iconografia e iconologia incentrata sulle più interessanti espressioni del contemporaneo. Protagonista di questo quinto appuntamento è Francesco De Grandi
Una rubrica di iconografia e iconologia che mette al centro la creazione artistica contemporanea. È questo il focus di “Un’opera a settimana”, format di ArtsLife che invita gli artisti a scegliere un’opera della propria produzione, e a raccontarla ai lettori svelandone ispirazione, processo creativo, significati reconditi, aneddoti che solitamente non vengono rivelati. Una riflessione sull’arte attraverso l’arte, per un’indagine che aspira a carpire l’universale per mezzo del particolare. E, forse, a conoscere più da vicino gli artisti, spingendosi oltre l’“usuale” contesto delle mostre.

In questo appuntamento, Francesco De Grandi ci racconta Succubi e Supplizi.
Una mattina a Piazza Marina (a Palermo) rovistando tra le bancarelle, mi imbatto in un libro illustrato di una misteriosa casa editrice romana, il tomo arrivava direttamente dagli anni Settanta e aveva una bella carta porosa, perfetta per dipingerci su e trovare quelle tracce sotterranee che uniscono ogni immagine alla grande memoria collettiva del cosmo dove tutto è Uno. Erano immagini della Seconda Guerra Mondiale. Ma stranamente erano fotografate da un altro punto di vista.
Osservando a fondo, capisco che è un’edizione di stampo neofascista, lo sguardo dei vinti. Mi interessavano quelle immagini, così poco stereotipate, poco iconiche. Tra loro mi colpì uno scatto della campagna di colonizzazione italiana nelle terre di Etiopia e Abissinia, un soldato Ascaro in primo piano a sinistra posa al fianco di un sacerdote copto: prendo quella vecchia foto e comincio a disegnarci sopra, ne viene fuori una crocifissione.
Il soldato rappresenta il potere militare, il nativo colonizzato che aderisce alla divisa degli occupanti, come i kapò polacchi nei campi di concentramento nazisti. La storia si ripete sempre uguale cambiandosi la casacca.
A destra il potere religioso sempre a braccetto al potere politico: Caifa, il sommo sacerdote ammantato d’oro e pietre preziose. Canticchio una canzone dei CSI: “Ci fotte la guerra che armi non ha / Ci fotte la pace che ammazza qua e là / Ci fottono i preti, i pope, i mullah / L’ONU, la NATO, la civiltà”.
Sullo sfondo una parata carnevalesca di divise, di caftani, di paramenti, come tacchini che si pavoneggiano un gruppetto di uomini sfila sotto la croce, ridicoli nei loro abiti in livrea. Sopra di loro svettano le croci, i poveri cristi appesi, sempre gli stessi che pagano innocenti la cupidigia dei forti. I tralicci, le scale, le croci e gli altoparlanti, la fabbrica della punizione, la propaganda diffonde la menzogna e controlla masse inebetite, bastone e fake news. Sotto di loro, il teschio d’Adamo in mezzo ad una discarica di rifiuti, il nuovo peccato originale, il nostro tradimento del sacro patto tra l’uomo e la natura divina.
Dopo qualche tempo questa traccia, ampliata e ulteriormente elaborata diventerà un grande dipinto su tela con il titolo Succubi e Supplizi, dallo straordinario testo di Antonin Artaud: una “muraglia della crudeltà, e del dolore”.
Leggi “Un’opera a settimana” su ArtsLife
1 – La Conversione di San Paolo di Marcello Maloberti
2 – 1943 di Jacopo Benassi
3 – Il fazzoletto della vera icona di Luigi Presicce
4 – LA NUBE di Eleonora Roaro




