30 Settembre 2026 19:57

Il gesto “fumier” di Rudolf Stingel, a Sant’Andrea de Scaphis

Rudolf Stingel da Sant’Andrea de Scaphis, Roma, 2026. ph. Ivo Bonacorsi

La pittura e più in generale gli approcci innovativi al trattamento delle immagini di Rudolph Stingel ci hanno abituati a gesti più o meno espliciti, ad approcci e decontestualizzazioni di luoghi e materiali. Lavori spesso monocromatici su larga scala ed installazioni che restano nella memoria di tutti fin dalla sua prima apparizione alla Biennale di Venezia oramai del secolo scorso con quell’enorme muro moquette di colore arancio che si offriva alle mani ed ai corpi degli spettatori per essere trasformato nella sua texture dall’intervento degli spettatori.

Ma cos’è, oggi, questo spettacolare letamaio, se preferiamo più prosaicamente chiamarlo così, che si offre alla vista del pubblico come immagine devozionale in una chiesa sconsacrata al centro di Roma? La pittura – o sarebbe più appropriato dire il lavoro di Stingel – produce spazi sociali coinvolgendo direttamente il pubblico nella creazione dell’opera, e l’artista mette in discussione i concetti fondamentali di originalità, paternità e la natura effimera dell’arte, ma ha comunque bisogno del suo pubblico come per l’art pompier della fine dell’Ottocento che si definiva nello spazio dei Salons in un luogo di ricettività che finì per ricreare forti momenti di reazione e soprattutto una pittura che sfuggì alle regole melense della visione dominante.

Rudolf Stingel da Sant’Andrea de Scaphis, Roma, 2026. ph. Ivo Bonacorsi

Così questo gesto «fumier» con l’esposizione in un luogo devozionale ai piedi di un altare maggiore in una chiesa che è diventata uno spazio di sperimentazione somiglia davvero ad altri gesti radicali visti in questa città negli anni in cui la guerriglia ideologica delle immagini dell’Arte Povera apriva ad una processualità diversa per l’arte contemporanea. Si propone però anche come una sua inversione: quasi questi resti deietti di defecazione animale fossero tutto ciò che è stato rimesso dalla scena pura dell’immagine dei cavalli di Kounellis all’Attico di Sargentini da quella «stalla» entropica e si proponessero a noi sotto una diversa luce più concettuale. Un nuovo manifesto senza odori. Un’immagine iperrealista dai colori quasi oro vista in uno studio di New York, città dove la nuova pittura per il futuro impazza, qui viene decontestualizzata e riproposta in quella che è di fatto l’eterna liturgia dell’arte. I gesti del dipingere in formati pollockiani e nello stesso tempo la poetica della merda, quella in scatola di Piero Manzoni o quella spalmata sui muri della sua cella da Bobby Sands.

Rudolf Stingel da Sant’Andrea de Scaphis, Roma, 2026. ph. Ivo Bonacorsi

Stingel sembra suggerirci, con la nominazione semplice che è propria del dipingere, lo stato di crisi della percezione dell’immagine contemporanea. Questo è un lavoro da non consumare su Instagram. E come per Géricault che portò a Londra il suo monumentale Le Radeau de la Méduse, descrive a mio avviso la stessa scena di un naufragio: il nostro da spettatori del sistema dell’arte. Quella fu descritta dai critici francesi come un «tas de corps» che lo costrinsero ad esporla lontano dal centro del mercato. Questa, che rappresenta un «tas de merde» – un mucchio di merda – si adagia lontano da tutto ciò che si consuma nei centri del mercato dell’arte di tutto il mondo, ed in un modo così critico che non può non farci venire in mente la strofa di una canzone di Fabrizio De André: dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori.

Ecco: la pittura non decorativa di Stingel è qui ed ora con il suo ingombrante carico di significati e soggetti a ricordarci che l’arte ed il ruolo dell’artista si rinegoziano ogni giorno in un mondo dominato dall’asettico imperativo dell’artificialità.