
La storica dell’arte e saggista Maurizia Tazartes ci racconta genesi e sviluppi della collezione avviata dal padre Giorgio
La Torino degli anni cinquanta è una città di forti sperimentazioni artistiche, dove si sviluppano i maggiori movimenti d’avanguardia che caratterizzano il novecento, dal futurismo all’informale, all’arte povera e oltre. Così, è interessante, attraverso i quadri, rivedere i personaggi che si muovevano in quella città, artisti colti, dinamici, complessi, come Franco Garelli (Diano d’Alba, 19 ottobre 1909- Torino, 22 aprile 1973), pittore, scultore, grafico, e medico stimato. Autore di un disegno a inchiostro su cartone, Senza titolo (cm 47 x 34), della Collezione Tazartes, firmato e datato “Garelli 2.10.61”, sul retro “Galleria D’Arte Piemonte Artistico e Culturale”.
È da quella Galleria, nata nel 1957 con sede a Torino in via Roma 260, che arriva l’opera. Giunto nella città sabauda con la famiglia nel primo dopoguerra, dopo il liceo classico al d’Azeglio e l’iscrizione alla Facoltà di Medicina e Chirurgia, Garelli esordisce come artista nel 1927 alla Promotrice torinese. Nel 1930-1931 collabora con il gruppo del “Secondo Futurismo” in polemica con Casorati e nel 1940 frequenta Spazzapan, con cui condivide estro e creatività.
Nel 1947 partecipa ad “Arte italiana d’oggi – Premio Torino 1947”, mentre alla fine di quel decennio incontra ad Albisola e a Vallauris Fontana, Sassu, Agenore Fabbri. Gli anni ‘50-‘60 sono di grande lavoro per Garelli intorno al Laboratorio Sperimentale di Gallizio a Torino. Partecipa infatti a mostre di successo e crea nuove forme in pittura, scultura, ceramica, grafica: “figure” astratte fatte di pieni e vuoti, dipinti o articolati nello spazio, in ferro, bronzo e altri metalli, di cui il disegno della collezione Tazartes è un evidente riflesso.

Pittura libera
Nello stesso periodo Garelli si avvicina all’Informale nell’ambito della galleria Notizie e conosce il teorico del movimento Michel Tapié, che di lui scrive nel 1958: «Garelli semble opérer la Forme pour lui donner des chanses d’exiter ancore, dans une ivresse de destruction-creation pantheiste…» (Sculture di Garelli, testo di M. Tapié, Collezione “le presenze”, Galleria Blu, Milano, 17 febbraio-2 marzo 1958). Il 3 marzo 1960 Michel Tapié, Luigi Moretti, Carlo Mollino e Ada Minola inaugurano l’International Center of Aesthetic Research (ICAR), con sede in via della Basilica 5 a Torino, per diffondere l’informale. Nella mostra inaugurale, tra le opere di vari artisti, ci sono anche quelle di Garelli e Gallizio.
Tra i pionieri della tendenza all’informale a Torino c’è Antonio Carena, nato a Rivoli il 29 aprile 1925 e lì morto il I° febbraio 2010, uno degli artisti più originali di quegli anni. A testimoniarlo nella Collezione ci sono due importanti quadri, Senza titolo (cm 84 x 70, firmato “Carena ‘ 61”) e Cielo LXI (cm 79 x 98, firmato e datato “A. Carena 59”, sul retro il titolo “Cielo XVI” Antonio Carena Rivoli Torinese, via Rombò 14”). Nel 1945, ventenne, Antonio Carena respira il clima della ricostruzione post- bellica. Allievo di Enrico Paulucci all’Accademia Albertina di Torino, cerca forme nuove in una pittura libera, tesa all’astratto, scura.
Nel 1950, molto giovane, partecipa alla XXV Biennale di Venezia, dove ammira la collezione Guggenheim e opere della nuova avanguardia, da Picasso a Braque a Klee ad altri. Viene in contatto con l’action painting americana di Pollock, Motherwell, Rothko, che si stava facendo strada anche in Italia. Inizia così la serie delle Grate, griglie scure da cui si affaccia la luce, realizzate a olio, tempera, tecniche miste. Opere già informali in anticipo sui tempi, presentate da Albino Galvano nella mostra al Circolo Europa Giovane di Torino nel 1955.

Ambiente urbano e industriale
Nel 1958 un’altra personale alla galleria Notizie di Luciano Pistoi gli attira l’interesse della critica. Nel 1959 Michel Tapié scrive il testo di presentazione della seconda mostra di Carena nella stessa galleria. La luce irrompe nei dipinti facendosi strada tra le grate e dilatandosi in superfici informali. La tecnica si raffina, i materiali si ispessiscono e si nutrono con l’aggiunta di sabbie e granulazioni come nei due citati dipinti Cielo LXI del 1959 e il Senza titolo del 1961. Nascevano i Cieli grigi, rossi e azzurri che avranno una loro evoluzione nel percorso dell’artista. Scriveva il critico Albino Galvano nel 1960: «Antonio Carena è una delle forze più valide tra i giovani a Torino e in Italia».
Un grande riconoscimento alla novità del suo linguaggio è l’invito nel maggio 1959 da parte di Tapié e di Pistoi alla mostra Arte Nuova organizzata al Circolo degli Artisti di Torino, in cui si confrontavano 91 artisti, europei, americani e giapponesi. Tra i sedici italiani c’erano proprio Carena, il più giovane, Burri, Fontana, Capogrossi, Spazzapan, Garelli, Vedova. Il confronto accostava informali europei e action painters, con opere di Pollock, De Kooning Kline, Tobey, Fautrier, il Gruppo Gutai e altri ancora. Un avvenimento eccezionale destinato a cambiare il volto dell’arte e della sua storia a Torino ed altrove.
Sotto l’influenza della pop art, Carena sperimenta la dimensione oggettuale del manufatto artistico. È tra i primi in Italia a lavorare su parti dell’oggetto ripreso dall’ambiente urbano e industriale, evidenziandone il dato speculare. Sostituisce la tela con zone di lamiera e di carrozzeria, giocando con la superficie riflettente e catturando immagini dal reale. I risultati sono sorprendenti, come le auto “topolino” dipinte con nuvole bianche e cieli azzurri.
Il 14 maggio 1964 l’amico e collega Lucio Fontana gli scriveva: «…seguo il tuo lavoro da vari anni, sempre coerente ad una precisa ricerca, e concluso recentemente con i tuoi ultimi lavori, così attuali, che mi lasciarono veramente entusiasta». I lavori erano carrozzerie di auto dipinte e pellicole in lamiera nera trattata a nitro speculare. Il clima era ormai decisamente di pop art.






