
Nell’ottavo centenario dalla morte di San Francesco la città di Arezzo dedica una grande mostra al santo e alla sua iconografia attraverso i secoli
Curata da Cristina Acidini, con un importante comitato scientifico e un bel catalogo (Mandragora) è una mostra suggestiva, colta, raffinata. Suggestiva per la bellezza delle opere, ottanta, provenienti da collezioni europee e internazionali. Opere che, in quella piazza San Francesco sono a due passi dal ciclo di Piero della Francesca e a pochi metri dalla Chiesa barocca di Sant’Ignazio, in cui i quadri secenteschi sembrano respirare. Colta per la profondità delle tematiche. Raffinata per la capacità di sintesi e sobrietà nel mare magnum dell’argomento.
Perché Arezzo? Perché la città ha un rapporto particolare col santo, come emerge dalla sua biografia. Nella Leggenda maggiore di Bonaventura di Bagnoregio si racconta che il beato Francesco riuscì a cacciare, in nome di Dio, i diavoli esultanti sopra la città di Arezzo. Episodio illustrato da Giotto nella Basilica Superiore di Assisi. Non solo: in provincia di Arezzo c’è il famoso monte de La Verna, dove Francesco riceve le stigmate il 17 settembre 1224 dal Crocifisso con le ali di cherubino. Infine nel 1211 Francesco fonda a Cortona il convento di Celle.
«Ogni epoca ebbe il “suo” Francesco affidandone l’immagine alle arti», spiega Cristina Acidini all’inizio del percorso, giustamente cronologico, che porta dal Medioevo al Novecento. Un’iconografia varia e mutevole nella scelta degli episodi trattati dagli artisti lungo i secoli, anche se alcuni elementi rimangono costanti, il saio, il cordone, le stigmate. Nato ad Assisi tra la fine del 1181 e il 1182, morto il 3 ottobre 1226 (ma si festeggia il 4 dies natalis), Francesco è canonizzato presto, nel 1228, da papa Gregorio IX. Quindi le prime immagini nascono da testimonianze molto vicine, che ne indicano i tratti fisici essenziali: la figura fragile segnata dalle stigmate, il volto scavato, il saio scuro grigio-marrone, il cordone a tre nodi per la cintura (simboli di povertà, castità, obbedienza).

Immagine severa e ieratica
Ne esce un’immagine severa e ieratica, che compare nelle prime grandi tavole del ‘200: nel dossale del Museo Civico di Pistoia del 1250-1260, il santo col Vangelo è circondato dalle storie della sua vita (San Francesco e storie della sua vita), opera dell’anonimo Maestro della Croce 434 e del Maestro di Santa Maria Primerana. In un’altra tavola a fondo oro, spunta un nome, “Margarito d’Arezzo”, l’autore, tra il 1270 e il 1275, di un San Francesco dai tratti stilizzati, con un bel saio e i nodi della cintura in evidenza. In un’altra spettacolare tavola, proveniente dal Museo di Montepulciano, del 1280 circa, San Francesco appare con croce e Vangelo, il volto segnato, e ai piedi una scritta col nome di “Margarito”. Questo tipo di immagine si afferma con rapidità.
Ma, nel Trecento, la figura del santo acquista corposità, movimento, espressività, grazie anche alle storie giottesche (1290-1305 circa). Francesco viene raffigurato con la croce e il libro, suoi attributi. Emblematico il San Francesco del Maestro di Figline che, nonostante il fondo oro, appare come un uomo in “carne ed ossa”, che occupa uno spazio reale. Gli esempi sono molti, dipinti, scolpiti, miniati, da Tino di Camaino ad Andrea Vanni, da Niccolò di Pietro Gerini a Cecco di Pietro, a Jacobello del Fiore.

Nell’interpretazione tardogotica, l’immagine del santo si anima ed entra in contesti più articolati. La tavola con San Francesco riceve le stigmate di Jacobello del Fiore del 1395-1400 è uno degli esempi più significativi: il santo, rappresentato nella valletta montuosa della Verna su un fondo dorato, riceve le stigmate dai raggi divini, inviati attraverso un Cristo-Serafino. Il’400 assesta e sviluppa questi motivi con originalità. Il San Francesco riceve le stigmate del Beato Angelico, scomparto di predella del 1428-1429, rappresenta La Verna in un bagliore di luce spiazzante fatta di scaglie dorate. Lì irrompe il Cristo-Serafino dalle ali rosse a lanciare i cinque raggi delle stigmate sul santo che li riceve a braccia aperte, mentre il compagno frate Leone si ripara dalla forte luminosità.
Pani dell’anima
Il tema delle stigmate affascina i pittori del ‘400 e ‘500, da Bianchi Ferrari a Pedro Fernandez (Pietro Ispano), che interpreta l’episodio in chiave diurna, in un paesaggio roccioso di pura fantasia. Più rare le sue stigmate rappresentate come chiodi infitti nelle mani e nei piedi. Botticelli invece, in un piccolo dipinto, del 1490-1495, presenta San Francesco in adorazione del Crocifisso, circondato da dieci bellissimi angeli musicanti. Andrea della Robbia con il suo San Francesco in terracotta, giunto da Ferrara, dà un’immagine naturalistica di grande bellezza. Il manierista Giorgio Vasari nella sua affascinante tavola con Madonna col Bambino, tra i santi Anna, Silvestro, Francesco, privilegia il ruolo di Francesco come mediatore tra la terra e il cielo, grazie alle effusioni che gli fa Gesù Bambino.
Ma c’è anche chi, come Jacopo Ligozzi, punta l’attenzione sul cordone del saio di Francesco, nell’ Allegoria del cordone di san Francesco, dipinta nel 1589 per convento di San Bonaventura al Bosco del Mugello. Ed ecco il santo, in piedi su un altare, che distribuisce i cordoni salvifici a confratelli e devoti, una folla di teste che li aspetta come pani dell’anima. Dietro al magnifico dipinto una lunga storia che porta nel 1586 all’istituzione da parte di Sisto V della confraternita del cordone di San Francesco.

E poi c’è la Controriforma, in cui viene sottolineato il misticismo estremo del santo e la sua sofferenza corporea. Gli artisti lo rappresentano in solitaria contemplazione o in profonda estasi, sottolineando la tensione con forti contrasti luministici. Molti gli esempi, da Santi di Tito a Federico Barocci a Jacopo da Empoli a tanti altri, con scenari diversi, complessi e di grande respiro.
L’immagine di Francesco – Dal Medioevo al Novecento
Fino al 10 gennaio 2027
Galleria d’Arte Contemporanea e Chiesa di Sant’Ignazio
Arezzo





