28 Ottobre 2026 09:39

Vucciria: La realtà secondo Giuseppe Lanno

Giuseppe Lanno

Giuseppe Lanno, classe 1989, da Palermo si è trasferito a Bologna per frequentare il DAMS e successivamente a Los Angeles, ottenendo un diploma in sceneggiatura. Tornato in Italia ha cominciato a girare video da autodidatta, un’attività nomade che poi è diventata il suo lavoro. Vive e lavora tra Riga (Lettonia) e Bologna.

Teatri e spazi culturali sono il terreno dei suoi primi passi di consolidamento di un mestiere interdisciplinare, in cui immagine, sceneggiatura e suono sono connessi, trasformati in luoghi da mostrare per raccontare storie senza pregiudizi o retoriche nostalgiche con ironia, e uno sguardo critico. I suoi luoghi del cuore di Palermo sono il Monte Pellegrino, dove osserva la città dall’alto nelle sue contraddizioni, e qualsiasi tribuna in cui può stare con i ragazzi di Palermo Calcio Popolare, il soggetto del suo ultimo film “La realtà è peggio” ambientato nella realtà rionale, dove si svolgono storie “rivelanti”.

Sei palermitano, perché hai scelto proprio il Dams di Bologna? E quando e perché hai deciso di fare il regista?
Difficile reperire nella memoria i motivi precisi di una scelta fatta a 18 anni. Bologna comunque rappresentava l’ideale di città attenta, di luogo di scambio essenziale per andare a crescere. Ricordo l’eccitazione nello spulciare le materie che prevedeva il curriculum di musica, ipnotizzarmi all’idea di studiare semiotica musicale attraverso l’opera di Wagner. Poi ho disatteso questa eccitazione e ho cambiato tutti gli esami di musica in esami di cinema. Ma non sono diventato uno studioso o un critico della materia. In pratica ho disatteso tutte le scelte per diventare regista o forse il contrario. L’ho deciso quando ho cominciato a fare video ironici con il mio amico e compagno di corso Dario Baldini (che poi diventerà direttore della fotografia con cui lavoro ancora oggi). Ho deciso di continuare e provare perché mi cade l’occhio sulle cose e questo mi provoca gioia.

Perché sei finito a Riga (Lettonia) per amore o lavoro, cosa ti offre questa città?
Vivo tra Bologna e Riga perché la mia compagna, nonché coproduttrice dei miei film, è lettone. La città, la Lettonia in generale, fa ormai parte della mia vita e la vivo in modo molto normale, come casa. Poi ci sono momenti di splendido isolamento perché tuttora non parlo la lingua e quindi spesso non sono totalmente consapevole di quello che succede o può succedere. Dunque l’uso della vista e l’interpretazione dei volti diventa fondamentale per fare delle ipotesi. A volte è straniante, ma in un modo che non mi disturba.

Attualmente vivi del tuo lavoro, cosa produci per sbarcare il lunario all’estero?
Parte del mio lavoro, la post-produzione, molto spesso la gestisco da Riga. Giro in Italia e poi torno, nella maggior parte dei casi lavoro con artisti nel mondo della musica (dalla classica ai cantautori), con festival ed etichette, faccio la regia video di live shows. Tutto materiale che poi viene elaborato e finalizzato al computer, dunque lo faccio da remoto. Non ho ancora lavorato in Lettonia, ma mi piacerebbe molto. Prima o poi succederà.

La realtà è anche peggio. Still da video

Palermo a distanza, come alimenta la tua immaginazione e produzione artistica?
Credo nello stesso modo in cui la città natale di una persona qualsiasi alimenti sentimenti e sensazioni. Il posto in cui sei nato ha un reverbero particolare che a volte sarà positivo, a volte negativo. Molto spesso le due cose nello stesso momento. La tua città è un genitore occulto. E siccome né i figli né i genitori sono perfetti, ecco che ti trovi a ripensarti in quei luoghi per capire la traiettoria della tua esistenza, della tua creatività, della tua educazione sentimentale. Ma anche di cose più terrene tipo come suona la tua voce da espatriato o perché ogni volta che torno a Palermo la gente fa l’applauso all’atterraggio.

Quando e come nasce “La realtà è peggio”, chi ha finanziato il documentario?
Mi sono avvicinato alla realtà del Popolare nel dicembre del 2023. Sentivo la necessità di riesplorare la mia città d’origine in un modo che risultasse alternativo per me, sconosciuto. Quando ho sentito di questa squadra che sopravvive con l’azionariato popolare in un contesto come quello della Sicilia e di una comunità che usa lo sport come forma di resistenza, ho deciso di provare a farne un film. Ho visto che non era solo opposizione al calcio moderno, ma in un certo senso alla vita moderna. Il documentario è prodotto da me e da Rita Tura. Non ci sono finanziamenti esterni, concorsi o bandi. Poi in fase finale è subentrato Dario Cangemi (Kinèa Distribuzioni) come coproduttore dandomi una mano nel sostenere le spese finali per chiudere il film. Ha creduto nel progetto, nella volontà anche di provare a distribuirlo e per questo lo ringrazio enormemente.

La realtà è anche peggio. Still da video

Cosa vuoi comunicare con questo film, documentario o docufilm?
Durante le recenti proiezioni ho capito che il film mette in mostra fondamentalmente un’utopia. Per quanto possa risultare banale, penso che la società abbia bisogno di riscoprire il valore dell’utopia, a limite del fallimento. Io di sicuro ne avevo bisogno.

Quali altri lavori prodotti audiovisivi hai dedicato a Palermo?
Tra il 2021 e il 2022 ho realizzato il mio primo documentario dal titolo Il gabbiano più inutile del mondo. Il filo è incentrato sulla figura del pittore Igor Scalisi Palminteri. Attraverso il suo lavoro provo a decifrare la città, ma anche i nostri sguardi su cosa significhi essere liberi declinando questo concetto in vari modi, dall’arte alla golosità, dalla religione alle giostre.

Perché i prodotti sperimentali indipendenti trovano difficoltà di produzione e soprattutto distribuzione in Italia?
Per quanto riguarda il documentario credo che il problema principale sia che non genera molti soldi. Poi in generale credo che sia una situazione assimilabile al calcio italiano. Perché non andiamo ai Mondiali? Perché il nostro sistema calcio è in crisi totale? Guardate i dirigenti delle società e fatevi un’idea. Ovviamente la mia è una lettura di superficie, ma è il primo dato lampante. Non è facile scardinare le dinamiche di una macchina che si muove nello stesso modo da tempo immemore. Non c’è spesso una valutazione che contempli il rischio come opportunità.

Cosa rappresenta per te Palermo da lontano?
La città di Palermo da lontano per me funziona come un orologio. Mi accorgo del mio tempo quando torno.

La realtà è anche peggio. Still da video

Cos’è il sud per te?
Il sud è un luogo fisico, concreto. Non è qualcosa da romanticizzare, anzi provo orrore per qualsiasi racconto idealizzato del sud e dei suoi problemi superabili però con uno sguardo amorevole verso le vecchiette dei paesi, con delle canzoni pop italiane che somigliano a recensioni di b&b fatte da turisti stranieri. Non mi interessano le lenzuola stese o le madonne nelle chiese. Il sud è la stessa cosa del nord per me, non è un valore aggiunto, non lo è in quanto sud. Esiste un corredo genetico e culturale che innesca qualcosa, ma renderlo un valore (tra gli altri) è solo una questione personale.

Quanto la nostalgia della tua Sicilia alimenta la poetica e creatività e perché?
Non sono una persona nostalgica e non so quantificare quanto la Sicilia alimenti la mia creatività. C’è sicuramente un motivo se però i miei primi due film sono entrambi ambientati a Palermo. C’era dentro di me la voglia di recuperare uno sguardo all’interno di un luogo che comunque ho lasciato. Se non altro poter tornare è già un motivo per far muovere dei pensieri.

Sei affetto da “sicilitudine” o “sicilianità”, come ti senti a Riga, uno straniero nella capitale della Lettonia?
Mi è stato detto di essere un siciliano atipico dai miei amici bolognesi quando non ho nascosto la mia fascinazione per la Pianura Padana. A Riga, i miei amici lettoni mi dicono che non sembro abbastanza italiano, che sono troppo calmo. Dunque potrei avere qualche deficit da questo punto di vista. In ogni caso il mio pensarmi siciliano credo che sia molto interiore, non è qualcosa che esterno necessariamente. Poi magari nel quotidiano nemmeno mi accorgo di quanto io effettivamente esprima la mia sicilianità. Forse è più bello così per me, che rimanga istintuale e non pensato. Essere straniero, se sei un bianco col privilegio di essere nato nella parte giusta di mondo, non è un problema da nessuna parte.

Quali sono i registi che reputi i tuoi maestri e perché?
Penso che anche i maestri siano un fatto più interiore che esteriore. Sicuramente posso dire Franco Maresco, perché ha distorto spazi e corpi per farci vedere l’apocalisse che poi è arrivata. E alla fine quegli spazi e quei corpi non erano più distorti che nella realtà. Werner Herzog è un altro gigante da cui torno spesso, è implacabile e sembra avere una capacità trascendentale di trovarsi di fronte alle storie.

Elenca tre film italiani che ti hanno fortemente ispirato, perché li hai scelti?
Belluscone – Una storia siciliana di Franco Maresco per i motivi già citati; Todo Modo di Elio Petri perché nel suo grottesco è di una lucidità senza eguali, ancora oggi; L’amico di famiglia di Paolo Sorrentino perché ho il ricordo di come mi ha scosso la prima volta che l’ho visto.

La realtà è anche peggio. Still da video

La fotografia nel cinema che funzione ha per te?
La fotografia è l’aspetto forse più impattante di un film. Molto spesso ti arriva nel bene e nel male prima che tu possa elaborare tutto il resto. La fotografia non è solo un abito, è il modo che hai di dare un confine a quello che vuoi comunicare. Poi il confine è fatto per essere superato dal contenuto, dall’interpretazione. Nel mio caso specifico essendo da solo nella composizione delle immagini de La realtà è peggio è un atto intrinseco, inscindibile, nel bene e nel male.

Il suono è solo un legante tra un’immagine e l’altra o protagonista?
Ho scoperto nel tempo che una città come Palermo ha un modo di rendere il suono protagonista anche se questo va contro la tua volontà.

Come scegli il cast dei tuoi film?
Prima di tutto provo a scegliere delle storie, a intravedere un potenziale narrativo. Se succede in modo naturale mi lascio trasportare da personaggi che mi sembrano poter declinare questo potenziale. Alcuni si manifestano subito, altri vanno nutriti, altri abbandonati.

Quando un documentario incide nella memoria visiva collettiva?
Ci sono documentari che storicamente hanno avuto un impatto non solo visivo, ma anche culturale e politico. Io non credo che sia una missione, non credo negli artisti missionari. Ci sono delle condizioni, spesso nemmeno contemplate inizialmente, per cui un documentario può incidere in modo significativo. Ma c’è anche l’imponderabile, la riscoperta. I film hanno anche il potere di resuscitare. Poi bisognerebbe capire a quale collettività ci riferiamo. In questo momento in Italia stiamo affollando le sale per due documentari (Naza e The Bibi Files) che mettono in luce la corruzione e la ferocia genocidaria dello Stato di Israele, del suo progetto coloniale sionista. Tempo fa Mr. Nobody Against Putin ha vinto l’Oscar. Però i palestinesi continuano a morire e la Russia continua a bombardare l’Ucraina.

Come deve essere il tuo documentario ideale?
Il mio documentario ideale deve essere rilevante in qualche misura, prima di tutto per chi lo realizza. Se è così, qualsiasi storia può arrivare. Ovviamente non intendo che chiunque dovrebbe fare documentari. Mi aspetto che un film ponga qualche domanda e che queste si propaghino anche oltre la volontà dell’autore.

Hai già presentato a Riga La realtà è peggio e come è stato fruito dai lettoni?
Le proiezioni sono andate molto bene, ho incontrato tanto pubblico che spesso mi ha riempito di domande. Sono stato felice di ricevere curiosità, interesse. Ho conosciuto persone nuove e questo è quello che dà senso a quello che faccio.

Come sono percepiti i siciliani a Riga, hai avuto difficoltà di integrazione?
Nel mio ambiente non ho mai avvertito una particolare distinzione in relazione al mio essere siciliano. Molto spesso sono anche stati in vacanza in Sicilia e mi raccontano della loro esperienza. Diciamo che non sono un oggetto misterioso. Non ho avuto alcuna difficoltà in questo senso.

Essere palermitano è un problema o un’opportunità, perché?
Essere palermitano non credo che rientri per me in una categoria specifica. Sono sempre le cose che scegli di declinare dentro di te che generano problemi o opportunità.

La realtà è anche peggio. Still da video

Torneresti a vivere a Palermo? Perché?
Non sento l’esigenza di tornare a vivere a Palermo, posso tornare in altri modi. Mi piace tornare e fare film, mi ha dato una dimensione che mi soddisfa. Ma non è una questione di utilità, è una questione di equilibrio emotivo. Per poter vivere a Palermo devi trovare un equilibrio diverso e fare un compromesso che attualmente non sono disposto a fare. Bisogna essere pronti e io non lo sono.

A quale progetto stai lavorando?
Attualmente sto lavorando a un paio di progetti fiction, ma anche a un nuovo documentario però questa volta ambientato in Emilia-Romagna. Anche questo è legato a una comunità con abitudini particolari.

Cosa consiglieresti a un giovane che desidera diventare regista o lavorare nell’audiovisivo?
Gli consiglio di guardare le interviste di Herzog e lui consiglierà loro di leggere. Devo farlo anche io.