
The Leaves were brighter than the grass è la mostra della scultrice Kate Newby alla Fondazione Bonollo. L’esposizione, visibile fino al 7 novembre, è accompagnata da un bel testo della curatrice Ida Simon-Raynaud nel quale vengono messi a fuoco i numerosi temi che intrecciano la poetica dell’artista «che da oltre vent’anni amplia progressivamente il campo della scultura, sviluppando una pratica che dissolve i confini tra oggetto, architettura e paesaggio» e gli spazi della Fondazione Bonollo, una chiesa tardobarocca «con la sua profusione di stucchi, statue, nicchie, l’altare in marmo policromo, e il portale in larice intagliato» e la prosecuzione nelle sale attigue che hanno il carattere ascetico di un contemporaneo white cube.
«L’intervento di Newby – scrive Simon-Raynaud – risponde a queste variazioni architettoniche con tutte le sfumature del suo lavoro. Nella chiesa, un’installazione composta da migliaia di puddles in porcellana, nei quali è incastonato del vetro colorato, è collocata ai piedi dell’altare vuoto, come un’offerta lasciata dal mare. […] Nelle gallerie contemporanee sono presentate altre opere, più dense e colorate: un gruppo di puddles, un wind chime blu e un’installazione in cui numerose corde sono disposte all’interno di una costellazione di elementi in vetro e bronzo realizzati dall’artista. […] In entrambi gli ambienti, le opere di Kate Newby intessono un legame tra epoche ed estetiche, suggerendo sottili punti d’incontro tra l’esuberanza ornamentale del passato e la misura contemporanea». Il testo della curatrice sviluppa quindi tutti i temi – i sottili punti d’incontro – che l’artista suggerisce: il paradosso dell’incontro, «figura barocca per eccellenza»; il passaggio dal monumento alla traccia; la dimensione «relazionale e corporea» con lo spazio; l’andamento deleuzianamente rizomatico nella disposizione degli oggetti; la «trasformazione della dispersione in rete di movimenti».

Resta poco da aggiungere, se non tentare di precisare una fortissima sensazione, condivisa con altri visitatori, ricevuta alla visita della mostra. Le sculture, sapientemente disposte negli spazi della Fondazione, sono minuscole, vulnerabili forme posate sul pavimento, o sospese a mezz’aria, racchiudono una forza discreta ma sono fragili, chi si avvicina per osservare deve fare attenzione, misurare i gesti, rallentare, trattenere; questo significa assumere una posizione inusuale: raccoglimento.
Quando si parla delle reazioni di fronte alle opere d’arte normalmente si pensa a emozioni come il rapimento, la contemplazione, l’interesse oppure il rifiuto, la negazione, tutte risposte con una forte componente dinamica. Il raccoglimento è di natura diversa, il dizionario lo descrive come “raccogliersi, concentrandosi intensamente nella riflessione o meditazione di un determinato soggetto e astraendosi da ogni altro pensiero o attività”. Il raccoglimento implica una sospensione, uno stacco, una momentanea separazione dal mondo.
Per questo, il raccoglimento vuole e induce il silenzio. Ma noi non siamo più abituati al silenzio, tra i molti tipi di inquinamento in cui viviamo, quello sonoro è forse il meno avvertito e il più molesto e offensivo. Non esiste ormai nessun luogo esente dal rumore, libero da suoni alieni che invadono lo spazio in cui ci muoviamo e viviamo. Il rumore: le musichette che ci inseguono nei negozi, ai tavoli del bar, nel parcheggio del supermercato; il soffiaerba del vicino; la ruspa del cantiere; la lavatrice nella nostra stessa casa. Il rumore ormai lo portiamo addosso, in tasca, al polso, generato da dispositivi sempre più invadenti che non smettono mai di suonare, notificare, vibrare, avvisarci di qualcosa, così da spostare continuamente la nostra attenzione altrove, e distoglierci dai nostri pensieri. Siamo diventati incapaci di restare soli con noi stessi, incapaci di “concentrarci intensamente nella riflessione”, sempre distratti da schermi e suoni, imprigionati in una nube di rumori che offusca, rende torbido, stordisce.

Ed ecco, il raccoglimento a cui ci invita l’opera di Newby – fragili geometrie di forme minuscole e capienti, prodotte con cura paziente – ci porta esattamente a contatto con i nostri pensieri. Non è una scultura che si impone allo sguardo, ma che accoglie lo sguardo e offre rifugio, offre la possibilità di un raccogliersi, di un rivolgersi finalmente in sé; non è un momento passivo, di sottrazione e fuga, di rinuncia e romitaggio, è invece un gesto volitivo di riappropriazione. Il raccoglimento non è chiusura, posizione di difesa, ma apertura a una diversa occasione di ascolto. Le sculture di questa mostra edificano materialmente, con discrezione ed eleganza, uno spazio in cui ritrovare la possibilità di ascoltare il silenzio nell’unico luogo dove forse è ancora possibile: in noi stessi.








