
Allo Schauwerk di Sindelfingen Vivian Caccuri, Lucia Koch e Henrique Oliveira trasformano il museo in un paesaggio immersivo, dove suono, luce e materia restituiscono al corpo il ruolo di protagonista dell’esperienza artistica
“Oggi, la maggior parte delle collezioni assomiglia a un gioco di flipper. Si punta su un nome, poi su un altro, e un altro ancora; è come scorrere Instagram, un nome dopo l’altro, sempre quelli più scontati. Loro hanno scelto la strada opposta, quella della ‘vecchia scuola’. E ho trovato meraviglioso il loro approccio: quando si interessano a un artista, scelgono di seguirlo nel corso degli anni. Non si limitano ad acquisire una singola opera, ma accompagnano il percorso di ogni artista, collezionandone le diverse fasi, gli esperimenti, le prospettive mutevoli e tutto ciò che ne consegue”. Con queste parole il grande critico Jérôme Sans delinea l’approccio dei collezionisti e imprenditori Peter Schaufler e Christiane Schaufler-Münch, fondatori e animatori a Sindelfingen dello Schauwerk.
Fondato nel 2010 nella città tedesca dell’area di Stoccarda, il museo è gestito dalla Schaufler Foundation, istituita nel 2005 con l’obiettivo di sostenere l’arte e la cultura, insieme alla ricerca scientifica e all’innovazione. Nato dalla riconversione di una parte degli spazi produttivi della storica azienda Bitzer, specializzata nella tecnologia della refrigerazione. Oggi ospita la Collezione Schaufler, ricca di oltre 3.700 opere tra pittura, scultura, fotografia e installazioni, con un’attenzione particolare all’arte del XX e XXI secolo. L’occasione per parlarne è la mostra Anatomy of Presence, curata fino al 18 luglio 2027 dallo stesso Sans, assieme a Svenja Frank.

E la figura di Sans merita qualche parola in più. Curatore, direttore artistico e animatore culturale francese, è noto per un approccio interdisciplinare e per la capacità di concepire le istituzioni culturali come luoghi di sperimentazione e confronto. Tra il 1999 e il 2006 è stato cofondatore – insieme a Nicolas Bourriaud – e codirettore del Palais de Tokyo di Parigi, istituzione chiave nel ridefinire il rapporto tra arte contemporanea, pubblico e spazio espositivo. Successivamente ha diretto il Baltic Centre for Contemporary Art nel Regno Unito e, dal 2008 al 2012, l’Ullens Center for Contemporary Art di Pechino.

Diverse modalità di abitare lo spazio
Anatomy of Presence è una grande mostra dedicata a tre protagonisti dell’arte contemporanea brasiliana: Vivian Caccuri, Lucia Koch e Henrique Oliveira. Si sviluppa su circa 3.000 metri quadrati, attraverso installazioni monumentali concepite appositamente per gli ambienti del museo. Le dimensioni monumentali degli spazi, la loro origine produttiva e la presenza delle strutture architettoniche diventano parte integrante delle opere, contribuendo a mettere in discussione il confine tra spazio espositivo e opera d’arte. In un’epoca dominata dalle immagini digitali e dalle esperienze mediate dagli schermi, l’esposizione invita a riscoprire il corpo quale strumento primario di conoscenza: un corpo che ascolta, percepisce vibrazioni, attraversa architetture, reagisce alla luce e si misura con la materia. “Creare, insieme a loro, una sorta di sinfonia, quasi un’opera lirica, con tre personaggi distinti che interagiscono costantemente tra loro”, rimarca Sans.

Vivian Caccuri (San Paolo, 1986) ha realizzato Overheated System, un’installazione sonora e scultorea che prende spunto dalla fitta e spesso improvvisata rete di cavi elettrici e di trasmissione dati che attraversa le città brasiliane. Al centro dell’opera, un sintetizzatore appositamente costruito trasforma la corrente elettrica dell’edificio in sequenze ritmiche a bassa frequenza. Il suono non si limita a essere ascoltato: si propaga nello spazio, produce vibrazioni percepibili dal corpo. E mette in movimento le fiamme di alcune candele collocate davanti agli altoparlanti. Accanto a questa struttura, gli arazzi Ash Fossil land II, ricamati e dipinti su reti antizanzare, traducono visivamente i segnali del sintetizzatore, come fossero sonogrammi.

Di tutt’altra natura, ma altrettanto radicale nella ridefinizione dello spazio, è l’intervento di Lucia Koch (Porto Alegre, 1966). Da tempo interessata alle relazioni tra architettura, luce e percezione, l’artista trasforma il magazzino verticale del museo, alto quindici metri, in un ambiente immersivo attraverso pellicole colorate e proiezioni luminose. In Gang of Four (Runners), le superfici cromatiche si comportano come ombre in movimento, componendo una coreografia di gradienti che modifica continuamente la percezione dell’architettura. Con Big Loop, invece, le lampade lungo la scala circolare vengono rivestite da filtri colorati realizzati a mano. Il percorso diventa una sorta di testo visivo da leggere attraverso il movimento.
Il ritorno della natura
“Tutto è stato costruito qui nel museo, fatta eccezione per l’elemento collocato all’interno. L’installazione è articolata in tre parti, ma racchiude al suo interno un elemento che è l’unica scultura preesistente. Che abbiamo deciso di inserire poiché assumeva un significato nuovo all’interno del progetto”. Così Henrique Oliveira (Ourinhos, 1973) presenta Burned Bridges, Eternal Return, l’installazione che è il nucleo più monumentale della mostra. Si espande attraverso gli ambienti museali come un organismo vegetale fuori scala. Forme rigonfie, simili a radici e tronchi, emergono da pavimenti e pareti, quasi a forzare le strutture metalliche dell’ex edificio industriale.

Realizzata con compensato e tapumes, pannelli e materiali di recupero comunemente utilizzati nei cantieri e nelle periferie brasiliane, l’opera mette in scena il ritorno della natura e la sua capacità di riconquistare gli spazi occupati dall’uomo. Il pubblico può attraversarne le cavità, entrando in una struttura che assume le sembianze di una caverna o di un paesaggio organico. La materia attraversa cicli di trasformazione, dall’albero al legno industriale, dal cantiere allo scarto, fino alla sua rinascita come forma artistica…








