06 Novembre 2026 18:35

Drammi, riscatti e glorie. Artemisia Gentileschi a Firenze

Artemisia Gentileschi a Firenze, installation view, courtesy Museo degli Innocenti Firenze
Artemisia Gentileschi a Firenze, installation view, courtesy Museo degli Innocenti Firenze
Gli anni fiorentini di una grande artista in una grande mostra: Artemisia Gentileschi è protagonista al Museo degli Innocenti

Un tuffo nel Seicento. È questa la sensazione che si ha quando si entra nel bel palazzo brunelleschiano, dove un tempo venivano accolti e curati gli orfanelli. Grazie ad uno spettacolare e suggestivo allestimento immersivo, si entra in un altro secolo, quello di Artemisia Gentileschi, e si dimentica di essere a due passi dal turismo della sempre magnifica piazza del Duomo. La grande pittrice, i suoi drammi, i suoi riscatti, le sue glorie, le sue ambizioni, i suoi amori, passano e scivolano davanti al visitatore, raccontati dai quadri, ma anche dalle pareti, dai pavimenti, da tendaggi brillanti e illusivi.

La straordinaria mostra Artemisia Gentileschi a Firenze presso il Museo degli Innocenti, curata da Cristina Acidini, Sandro Bellesi e Costantino d’Orazio, con un catalogo (Moebius), presenta gli anni fiorentini di Artemisia, dal 1613 al 1620, attraverso una cinquantina di dipinti, suoi, del padre, e di pittori fiorentini contemporanei, giunti da musei e collezioni private. Il percorso si dipana in diversi ambienti per temi, con quadri ben scelti e confronti da meditare. La pittrice arriva a Firenze ventenne, preceduta nel 1612 da una lettera di presentazione del padre alla granduchessa Cristina di Lorena per farla accogliere a corte. È reduce da un processo per stupro, intentato dal padre contro il paesaggista Agostino Tassi.

 

Artemisia Gentileschi, susanna e i vecchioni, 1610, olio su tela, cm 170x121, courtesy Kunstsammlung Graf von Schönborn Schloss
Artemisia Gentileschi, susanna e i vecchioni, 1610, olio su tela, cm 170×121, courtesy Kunstsammlung Graf von Schönborn Schloss
Lo stupro e il momento romano

Un episodio drammatico, scandaloso e doloroso raccontato dalle carte di un processo, pubblicate qualche decennio fa, e ora fatte scorrere con la loro grafia secentesca in un gioco illusivo lungo i pavimenti. Mentre sui soffitti, a ricordare questo primo momento romano sfila il famoso Concerto con Apollo e le Muse, affrescato in Palazzo Pallavicini Rospigliosi, da Orazio Gentileschi e Agostino Tassi nel 1611-1612, un lavoro durante il quale, tra i due pittori, maturano gelosie, invidie e rancori che porteranno al processo.

È il momento per Artemisia del suo exploit col magnifico olio su tela con Susanna e i vecchioni del 1610 di Pommersfelden, in cui la quasi diciottenne presenta il suo corpo sodo, ripreso anche da statue antiche, minacciato dai due vecchioni, che non sono altro che il manipolo di malintenzionati e oscuri personaggi che le giravano intorno a Roma.

 

Artemisia Gentileschi, Ritratto di dama con ventaglio (Autoritratto di Artemisia), 1622-1625 circa, olio su tela, cm 127x95,3, Rapallo, Villa Pagana a San Michele di Pagana, Sovrano Militare Ordine di Malta
Artemisia Gentileschi, Ritratto di dama con ventaglio (Autoritratto di Artemisia), 1622-1625 circa, olio su tela, cm 127×95,3, Rapallo, Villa Pagana a San Michele di Pagana, Sovrano Militare Ordine di Malta
Il riscatto a Firenze

Non manca il Ragazzo che monda un frutto (Londra, collezione privata), discusso, ma qui dato per certo a Caravaggio, per sottolineare il caravaggismo, molto particolare, che caratterizzerà l’opera di Artemisia. Ma è a Firenze che la giovane pittrice si riscatta, e riesce a fare diventare motivo di fascino anche la violenza subita. È bella, brava, con un marito inetto che in qualche modo la supporta, fa un figlio dopo l’altro (rimarrà solo la figlia Prudenzia) e dipinge per il granduca.

Autoritratti in veste di santa o di eroina, come la Santa Caterina d’Alessandria, l’Autoritratto come suonatrice di liuto, la Conversione della Maddalena, che studi d’archivio recenti hanno datato 1615, dipinti cioè a soli vent’anni, fatto da sottolineare. Sinora queste opere, per la loro maturità, venivano datate verso il 1618-1620. Spiccano in mostra Giuditta e la fantesca Abra della collezione Fabrizio Lemme, ancora acerba ma suggestiva, del 1607-1610, realizzata nel periodo romano, e tutta una serie di donne bibliche, forti, sode, decise, eseguite lungo il corso dell’attività, messe a confronto per la prima volta con soggetti simili di contemporanei.

Una sarabanda feroce di vendicatrici, dalle pose più improbabili e dinamiche, di Cristofano Allori, Francesco Furini, Cesare Dandini, Giovanni Martinelli, Filippo Tarchiani, Ottavio Vannini, Lorenzo Lippi, e altri. La domanda: si sono reciprocamente influenzati, Artemisia e i fiorentini? Non sembra, ciascuno ha un proprio stile pur affrontando gli stessi soggetti. Forse Artemisia ha preso certi rossi e certi gialli luminosi dall’amico Cristofano Allori, con cui c’era un debole, tanto da chiamare un figlio col suo nome.

 

Artemisia Gentileschi, Allegoria dell’Inclinazione, 1615-1616, olio su tela, cm 152x61, Firenze - Casa Buonarroti
Artemisia Gentileschi, Allegoria dell’Inclinazione, 1615-1616, olio su tela, cm 152×61, Firenze – Casa Buonarroti
La grande impresa di Palazzo Buonarroti

A Firenze lavora senza sosta ed è l’unica donna chiamata a partecipare ad una grande impresa collettiva a Palazzo Buonarroti, insieme ad altri giovani artisti. A lei spetta l’Allegoria dell’Inclinazione, del 1615-1616, un capolavoro. La pittrice si fa notare, entra nella migliore intellettualità di Firenze, amica di Galileo, di Michelangelo Buonarroti il Giovane, di pittori affermati, musicisti, drammaturgi e letterati. Nel 1616 è ammessa all’Accademia delle Arti del Disegno, grande onore, dove c’era anche lo zio Aurelio Lomi, di cui ama prendere il cognome “Lomi” al posto di quello del padre “Gentileschi”. È una vera ascesa, l’affermazione come artista e come donna, per cui la può permettersi di non badare a spese, indebitandosi.

Purtroppo, si indebita anche con il granduca per un’oncia di azzurro oltremarino e per un quadro con “Ercole” non finito né consegnato. C’è anche un nuovo amore con il nobile Francesco Maria Maringhi e nuovi scandali. Nel febbraio 1620 non le rimarrà che fuggire da Firenze a cavallo, col marito e due figli piccoli, per arrivare a Roma, di nascosto al granduca. Cominceranno nuove puntate di una lunga e affascinante storia, fuori dai confini fiorentini però.