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Visite guidate alla Biennale di Venezia ’11/2


ITINERARIO N. 2

ARSENALE – 54a BIENNALE D’ARTE 2011
(ovvero: Italiani in Patria e Italiani in esilio)


54a BIENNALE D’ARTE CONTEMPORANEA 2011 – ARSENALE

Dove:
Arsenale, Castello – 30122 Venezia
Come arrivarci:
Dalla Stazione: Vaporetto Linea 1 (direz. San Marco, Lido), fermata ARSENALE, 43 minuti (più altri 5-6 a piedi)
ILLUMInazioni
Apertura e Orari:
4 giugno – 27 novembre 2011
Orario: 10-18 (chiusura biglietteria: 17,30) chiuso LUNEDI
Biglietti:
intero € 20 (valido anche per i Giardini); ridotto (residenti, militari e ultra65enni) € 16. Previste altre riduzioni specifiche, singole o per gruppi; bambini sino a 6 anni, accompagnatori di invalidi, studenti di scuole primarie e secondarie coinvolti nei progetti educativi (cd. Educational): gratuito.
PRENOTAZIONI e info
Call center Hellovenezia 041-2424 (tutti i giorni 8,30-18.30), prevendita biglietti nei punti Hellovenezia a P.le Roma, Lido (Santa Maria Elisabetta), Tronchetto.
INFORMAZIONI
www.labiennale.org
Tempo medio di visita secondo ArsLife: 4 h circa.

CRISTIANO PINTALDI – Lucid Dreams
A cura di Achille Bonito Oliva
Catalogo
Silvana Editoriale
Dove:
Ex Cantiere Navale, Castello 40 – 30122 Venezia (Zona Arsenale, San Pietro di Castello)
Come arrivarci:
Dall’Arsenale, uscendo dal Giardino delle Vergini, si attraversa il Campo di San Pietro di Castello e si prosegue dirigendosi verso l’Imbarcadero di San Pietro (dall’uscita dell’Arsenale, ca. 12 min. a piedi, fatta salva la sosta a San Pietro…)
Apertura e Orari:
4 giugno – 31 ottobre 2011
Orario: 10-13 e 16-19; chiuso LUNEDI
Ingresso
Gratuito
INFORMAZIONI
www.luciddreams.cristianopintaldi.com
Alice Panti (ufficio stampa) +39 3201116583 info@operarebis.com
Tempo medio di visita secondo Arslife: 20-25 min. circa.

Il giorno seguente la visita ai Giardini, partiamo alla volta dell’Arsenale, dove ritroveremo le intenzioni (le medesime, o qualcosa di più saporoso?)di Bice Curiger e altri Padiglioni che da sempre riservano ottime sorprese.

Il luogo, ognun lo sa, è sublime. Azzardo l’affermazione che possa trattarsi, nei fatti, uno dei “siti” di arte contemporanea più affascinanti del mondo. Quest’anno, poi, ulteriormente arricchito di spazi rubati all’incuria del tempo e degli uomini: un area verde recuperata ad una bellezza che certamente mai vide ai tempi dei “corderi” proprio ai margini del Giardino delle Vergini con alcuni piccoli e bassi fabbricati lasciati saggiamente nello stato in cui sono oggi, senza concessioni ad alcun recupero architettonico. In essi troveranno posto alcuni video di ottima fattura e altre opere di cui racconterò.

Oltre al “solito”, dovremo verificare quanto da ogni dove viene acclamato o come lo scherzo peggiore che un curatore incaricato da un Ministro abbia mai tirato all’arte italiana o come l’innovazione che cambierà per sempre il modo di concepire la rappresentanza nazionale in Biennale. Ho già scritto molto, qui su Arslife, a sfavore sia del “raccomandato di lusso” e della sua scelta, sia dell’opportunità di partire con ‘sì mastodontica (quanto farraginosa e improvvisata) impresa a sette mesi dal taglio del nastro e in piena crisi economica con gli abbondanti e indiscriminati tagli che hanno decurtato il 90% delle possibilità di ogni Istituto ed Ente italiano di produrre cultura, ma cercherò di essere il più possibile obiettiva. Lo sarò?

Confido sempre nell’occhio più aperto e libero della mia amica architetto. Fra l’altro, entrambe ci sentiamo miracolosamente molto meglio dopo la scammellata del giorno prima. Sarà stato l’àuspice Tintoretto o, magari, siamo direttamente passate sotto la benevola protezione di San Marco? Almeno questo, la Curiger “guaritrice”, lo ottenne. Quindi, felici, procediamo alla visita della seconda parte della mostra curatoriale per la Biennale di Venezia.

All’ingresso delle Corderie ci attende il semper virens Martin Creed con un suo caposaldo minimal, “The lights going on and off” del 1996, una versione del quale gli fece conquistare il Turner Prize nel 2001. Ma – osservate bene – l’opera si può vedere in funzione solo di sera. Il che ci lascia allibite, data l’alta improbabilità che alcun essere in vita (tranne qualche gatto o pantegana in lotta mortale avvinti) possa transitare dalle parti delle Corderie oltre il tramonto. Come direbbero alcuni amici emiliani: Compliments!

Ad inizio percorso ci si dispiega un ottimo para-padiglione ideato da Song Dong (Pechino, 1966), il quale ricostruisce la casa dei genitori e racconta degli espedienti semplici e decorosi per affrontare una vita priva di risorse: l’esaltazione dell’intelligenza e dell’accortezza della gente povera. Ma l’effetto è quasi da palazzo imperiale dalle mille porte e dai mille varchi uno dentro l’altro. Molto bello e poetico.

Come in ogni para-pavillion, sono presenti opere di altri artisti che trovano buona sistemazione e sottolineano quanto quest’idea sia – in definitiva – la più azzeccata, dal punto di vista del progetto critico, nell’esposizione curigeriana. Buono infatti il lavoro di Yto Barrada (nata a Parigi nel 1971) che indaga ossessivamente le proprie origini marocchine, analizzando e proponendo il poco che la Storia restituisce della sua linea di sangue. In quest’ottica si colloca il pregnante “My Family and other Animals”: un vecchio pannello in legno sottovetro (un lacerto di un ambiente domestico abbandonato) lascia “a risparmio” la sbiadita traccia di cornici da fotografia che qualcuno tolse dalla parete. Non sapremo mai i nomi dei ritratti, non conosceremo i loro volti né le loro intime relazioni, non vedremo mai in quale foggia erano vestiti e quali paesaggi erano ripresi dietro le figure… Opera di grande suggestione inserita in contesto perfetto.

Ryan Gander (Inghilterra, 1976) espone “The Artwork Nobody Knows”, il suo primo autoritratto, impietoso e scoperto, privo della sedia a rotelle di cui si serve per muoversi. E’ autore singolare, il britannico trentacinquenne; segue molteplici influenze e ispirazioni, si articola su differenti piani e livelli estetici, modifica lo stile a seconda delle necessità espressive: ai Giardini, sempre per la Curiger, aveva incollato a pavimento una moneta da 25 euro (“We never had a lot of € around here”) o allineato a muro tavole colorate variamente e di diverse dimensioni come le prove dei tinteggiatori. Più avanti, qui in Arsenale, presenterà altre opere ancora di mano estranea. Non so che dire… questa confusione di stili non mi fa gridare al capolavoro. Eppure, in qualche modo, affascina.

Nella sala successiva, Roman Ondák (Slovacchia, 1966) ha installato una grande bussola in metallo che può contenere una persona. “Time Capsule” (2011) racconta del famoso (e mediatico) incidente dei minatori cileni rimasti intrappolati per settimane sotto terra sino a che un’ingegnosa cella inserita all’interno di un cunicolo scavato nella roccia li salvò miracolosamente uno ad uno nel plauso e nella commozione generale. Il riferimento al tempo è intenzionale per una lettura più approfondita di quell’esperienza che ebbe sì una durata temporale spaventosamente lunga (l’agostiniano “tempo distratto”) per coloro che furono sotterranei, ma che fu anche un’esperienza di ritorno alle origini dell’Uomo e alla sua lotta per la sopravvivenza. Inefficace, macchinoso, con un contenuto post-pop/ready made furbetto che non soddisfa. E’ strano pensare all’aerea levità del Padiglione della Repubblica Ceca e Slovacca di due anni fa concepito dal medesimo Ondák.

La grande Sala delle Colonne ospita nel settore iniziale l’installazione “The Crystal Frontier” della svizzera Mai-Thu Perret: una citazione da una collega (Emma Kunz) si concretizza in un grande triangolo luminoso scandito da linee orizzontali, mentre un manichino posto lievemente a lato indossa un abito di Elsa Schiaparelli del 1938.La Frontiera di Cristallo della Perret è progetto che prende il via nel 1999 ed è tuttora in corso; intende sottolineare, attraverso un sistema di citazioni, note e appunti organizzati in forma cronachistica della vita di una comune femminile, l’importanza del ruolo della donna nelle arti e il suo impatto nella cultura in genere. Io, da questa singola partecipazione, non noto nulla di tutto ciò, e il manichino, isolato, bruttarello e da posato e vecchiotto grande magazzino svizzero, mi sembra un orpello privo di vita e parola. Il freddo triangolone, pure.

Dall’altro lato della grande sala l’americano Rashid Johnson espone alcuni pannelli che gridano esplicitamente l’orgoglio della negritudine alla riconquista di una netta posizione culturale non antagonistica alla cultura d’Occidente, in forma esteticamente ben calibrata e personale e senza paura di scadere nell’oleografia. Belli i “Branded rugs”, tappeti persiani su cui è posta una pelle di zebra (vince la zebra, of course, e si spera che qualche estemporaneo “amico degli animali” non protesti per lo scempio – compiuto già cent’anni fa, peraltro…). Ma ancor più bello il vasto “affresco” in quercia rossa, cera, sapone nero, materiali diversi dal titolo “Omega”, ricco di quei segni evocativi e complementari – ma originali – al nostro informale più serio.

Una smisurata tavola accoglie la portentosa installazione di Andro Wekua, artista georgiano (nato in ex U.R.S.S. nel 1977) poi emigrato in Svizzera (ma va’?) che dispone ordinatamente le sue casette private, quasi plastico di architetto della metà dello scorso secolo. La poderosa “Pink Wave Hunter” si dispiega come luogo di una memoria perduta da ricostruire tridimensionalmente nei dettagli e nei particolari, temendo forse che una fotografia non basti, che un racconto – anche scritto – non sia sufficiente. Qui percepisco la “mano” della Curiger (che esiste, alfine, ma perché quel titolo stolto e fuorviante sulle luci?). Il grafismo elegante ritorna come minaccia mai sdoganata. Wekua è interessante, la sua ricerca è sincera, ma, per l’arte, ciò che è interessante non è sufficiente.

Molto avvincente, invece, il racconto tessuto da Ida Ekblad, trentunenne artista di Oslo, dalla poliedrica e multiforme genialità, dalle possibilità mediali quasi infinite. Nella sua installazione c’è davvero di tutto, dalla ceramica alla pittura, dalla scultura assemblata di objets trouvées a quella più classica composta di materia nobile. Tutto narra di una necessità senza pausa di ricomporre una memoria interrotta, uno strappo di cui non sappiamo, una costrizione dolorosa cui non vogliamo ancora assuefarci, un’angoscia sicuramente autobiografica che diventa universale come i migliori artisti sanno fare. Un letto di marmo è l’emblema dell’opera (“The Caged Law of the bird the hand the land”, 2011), con stracci di ceramica che sembrano frammenti di vita perduta per sempre, reca incisa una poesia intima e tremante. Ma non è un letto, è una lapide e gli stracci forse sono fiori di chi si reca a recitare quei versi tristi ma pieni di speranza. Altri grumi di esistenza sono in assemblaggi “annodati” di piccole cose di bimbi, in personaggi guerrieri costruiti magistralmente con vecchi mobili da giardino… Ogni parte è correlata all’altra, dialoga incessantemente, come se niente possa essere lasciato nella sua unicità. Epico è il termine giusto. Notevolissimo, aggiungo io.

Belle anche (e in buona antitesi caldo/fredda all’opera della Ekblad) le stampe cromogeniche di Annette Kelm (Stoccarda, 1975), che sembra costruire con occhio di pittore dalla sensibilità surrealista le sue immagini di oggetti consueti e fiori. L’onirica serie Untitled (Drift Wood Lamp)”, 2010, ruba l’attenzione per l’estetica raffinata e glaciale, ma mai banale né di superficie.

Sempre a proposito di immagini fotografiche, è molto interessante e di ottima confezione il progetto del duo Birdhead (Song Tao, 1979, e Ji Weiyu, 1980, entrambi di Shanghai) formatosi nel 2004 con l’intento di registrare l’incredibile sviluppo e le radicali e continue trasformazioni di una città che rappresenta il passaggio dal nazionalismo comunista al capitalismo imprenditoriale nella Cina del III millennio. Con le installazioni site specific “Welcome to the birdhead world again at Venice” e “Song Ci Poetry”, pareti poste ad angolo raccolgono infiniti fotogrammi di vita quotidiana a Shanghai e propongono la frenesia di atti semplici mutati con la modernità. Particolare anche l’idea di riproporre in modo nuovo la classicità. I notissimi poemi ci sono opere di Xin Qiji, 1140-1207, guerriero alla corte della dinastia Song, ultima degli Han, che governava il Sud della Cina opponendosi strenuamente alle invasioni delle stirpi nomadiche nel Nord dell’ormai dimezzato Impero; Xin Qiji si ritira nel 1181 dalla vita di corte, esautorato da intrighi e invidie, nel distretto dello Jiangxi e si dedica alla poesia; i suoi innumerevoli versi affrontano una ricchissima varietà di temi e introducono l’uso di abbondanti allusioni e metafore, ma soprattutto pongono al centro della composizione l’uomo con le sue contraddizioni e il poeta con la difficoltà di trovare equilibrio fra l’espressione del sentimento e l’adesione al modulo classico. Poiché l’opera dei Birdhead è da osservare sicut collage o murale o tazebao figurato, piace per la sua impostazione apparentemente tradizionale e tuttavia ricca di contenuti e qualità formali contemporanei.

La “nostra” Meris Angioletti (Bergamo, 1977) porta in Biennale un’installazione piuttosto classica già in collezione Sandretto Re Rebaudengo. Suoni e colori interagiscono in “Stanzas”, ambiente vuoto in cui fluttuano luci e si odono suoni che costruiscono materialmente lo spazio. E qui, l’argomento interessante, ma già ampiamente esperito in passato nel mondo dell’arte di qua e di là dell’Atlantico, trova comunque una buona soluzione alla ricerca dell’artista, essenziale, formalmente perfetta, ma molto fredda, poco comunicativa, inattiva per un raccoglimento impossibile da far proprio. Non si può entrare in Stanzas senza rompere l’incanto delle lame di luce che si posano nell’aria.

Siamo alla fine di un’era?

Nel para-padiglione “Extroversion” di Franz West (Austria, 1947), quest’anno Leone d’Oro alla carriera, è ricostruita la cucina dell’artista, in cui, per l’appunto, egli offre molti piatti “tipici” d’arte sia personale sia di colleghi come Otto Muehl (il chiacchieratissimo azionista viennese le cui sorti esorbitano la storia dell’arte). Alcuni personaggi si scannano, altre immagini terrifiche o lussuriose occhieggiano qua e là… una cucina da sabba, indubbiamente. Ma efficace e espressiva, come di certo intendeva l’autore.

Non però così adatta a ospitare (come invece vuole il progetto curatoriale) le opere che in essa trovano posto di Luca Francesconi (Mantova, 1979) il quale ricostruisce una sorta di still life con manichini, fornelletti da campeggio, piume di pavone e oggetti di natura mista e assortita dal titolo “Europa 3000” (contributo di Fluxia, Milano e Umberto di Marino, Napoli). Secondo il mio modo di vedere, Francesconi affronta l’installazione come una tela da pittore, e ne costruisce l’architettura in senso bidimensionale, quasi vi fosse per il pubblico un’unica, e una sola, possibile angolazione visiva. Il che limita il senso e l’osservazione dell’opera. C’è da lavorare ancora.

Nel para-padiglione ha spazio anche il lavoro di ben altra coloritura e di grande qualità formale di Dayanita Singh, artista indiana cinquantenne, dedita al fotogiornalismo. Il suo “File Room” dispone 38 immagini di interni di magazzini: affascinanti, quiete relazioni dell’archiviare, dell’accumulare, dello stipare, dell’inventariare oggetti e cultura, tempo e memoria, dati e files. Con “Dream Villa Slide Show” il colore acquista valenza ontologica. Magnifico ma dissonante con il contesto.

Mariana Castillo Deball (Città del Messico, 1975, vive e lavora fra Amsterdam e Berlino) appare più consona alla cucina di West con il suo lungo cartiglione di immagini mitiche codificate e l’affascinante video su tavola luminosa “El dónde estoy va desapareciendo” proposti in forma “glifica” à la azteca, benché altri avrebbero potuto scoprire di più sotto la “coperta etnografica”.

Nello stesso solco della Deball, ma con miglior risultato espressivo, si colloca la grande e fantasiosa installazione del Sudafricano trentaseienne Nicholas Hlobo dall’impossibile (per noi Occidentali) titolo “limpundulu Zonke Ziyandilandela”.Limpundulu è un uccello vampiro che terrorizza le genti xhosa, protagonista di canti e fiabe. Il Sudafrica post-apartheid sconta la gioventù della propria ricostruzione nel momento in cui l’AIDS distrugge la popolazione attiva africana e riduce le possibilità di una vera crescita sociale. Messaggio terribile di grande effetto e di bellissima architettura.

Uscite dal para-padiglione, ammiriamo le quiete immagini sospese di Jean-Luc Mylayne (Francia, 1946) che si avvale della collaborazione della newyorkese Barbara Gladstone Gallery. Le fotografie di medesimo soggetto effettuate con regolarità nei mesi dell’anno 2004 rimandano all’opera di Ghirri (più ossessiva e meno intenzionalmente fascinante) e a quella – traslata – del nostro Ontani (assai più “artistica”). Anche qui pare che la Curiger sia rapita da un’eccessiva ansia estetizzante, quasi a ricalibrare le pecche contenutistiche del suo percorso. Nondimeno le immagini piacciono.

Rebecca Warren (Londra, 1965) presenta in Arsenale una bella installazione dal titolo “Fascia III”, composta da molti elementi in bronzo, di piena astrazione, e gesso, a imitazione delle prime scomposizioni novecentesche della figura umana, rivolte verso un rinato arcaismo delle forme. L’accostamento impossibile crea in effetti un cortocircuito mentale: cerchiamo con fatica una relazione fra stili differenti e notiamo il più goffo e lontano artifizio cui è soggetta la figura femminile e quello più elegante e contemporaneo delle statue “maschili”. Novelli ying e yang che non saranno mai complementari. Il risultato è brillante e intriga.

Fabian Marti (Svizzera, 1979) costruisce un’enorme sorta di màstaba a gradoni scomposti, o anche un complesso di piramidi mesoamericane, su cui depone alcune ceramiche e del nastro. Il titolo del singolare monumento è “The Summit of it” e per me ha un’unica, del tutto chiara, spiegazione: in cima al sistema dell’arte (o in cima all’arte) mi ci metto da solo, e ci sto benone. E’ un’opera talmente accurata pur nel suo possente e impenetrabile volume, attento ai particolari e alle molteplici angolazioni di ripresa da parte del pubblico, che non c’è dubbio che l’artista vi descriva se stesso, vi cerchi un autoritratto in chiave concettuale, ma esplicito e vivo. Mi piace. Gli artisti svizzeri “ci azzeccano” quando si misurano con opere che fanno proprio il linguaggio dell’architettura: le passate Biennali insegnano…

Un antico vincitore di Leone d’Oro (nel 2003) si ripresenta con Bice Curiger e lascia davvero freddini: Nick Relph (Inghilterra, 1979, vive a N.Y.) sovrappone nel suo video “Trhe Stryppis Quhite Upon ane Blak Field” tre filmati di modo da ottenere una combinazione casuale di immagini in sé non correlate. L’intento è mostrare l’ “involontarietà” per cui un’opera d’arte può essere (e divenire, essendo video) tale. Poco originale. E la casualità, semmai, rema a sfavore…

L’iraniano Navid Nuur (1976, vive e lavora in Olanda) costruisce una grande tenda con tubi innocenti, perspex, legno e neon, di grande impatto visivo e dal titolo “Hivewise”. Sembra un antro da cui nasce la luce, che – per emergere – deve distruggere il suo involucro originario, la matrice. E’ una bella installazione, purtroppo alquanto compressa in una sala che lascia poca aria al visitatore. Ma piace a tutti, e forse è una delle poche opere davvero in tema (non solo superficialmente) con il titolo della mostra curatoriale. L’artista iraniano si esprime anche attraverso la pittura con alcune opere davvero interessanti: “Study 4 (The Eye Codex of the Monochrome)” del 1984-2010, acrilico bicolore su tavola e “Study 8 (The Eye Codex of the Monochrome”) sempre 1984-2010 (avrà iniziato a 8 anni?), dittico, acrilico b/n su tela. L’origine dell’opera d’arte si rivela qui nelle modalità della prima opzione creativa del colore da parte dell’artista. Una riconquista della superiorità delle tecniche e della scuola in chiave contemporanea? Una rivisitazione delle teorie sul colore e degli studi sulla percezione visiva dell’arte del primissimo Novecento? Molto bravo.

Entriamo in un antro al centro di un ambiente chiuso da cui proviene un rumore seguito da una forte detonazione. Per la verità, il rumore si percepisce bene solo all’interno di questa camera del suono e della luce. Il sibilo/sirena aumenta d’intensità sino a quando – con un forte colpo – s’interrompe e “spegne” nel contempo il cerchio di luce a soffitto (un’aureolona sospesa, unica fonte luminosa della camera). Tutti al buio e in silenzio. Udito e vista sono indissolubilmente legati. Senza suono né luce non viviamo, non siamo, non esistiamo. Le pareti sono rivestite (a guisa di muro “diamantato”) da una coltre di materiale fonoassorbente tagliato a poliedri puntuti. E’ tutto scomodo e incute timore, qua dentro, ma – in fondo – vi si rimane in attesa di nuova luce e nuovo suono… Haroon Mirza (l’artista londinese nato nel 1977 di cui scrissi già per la sua convocazione curigeriana al Padiglione Centrale dei Giardini) ha costruito una camera anecoica, ovvero privata di echi come le sale di prova dei musicisti, dal titolo “The National Apavillion of Then and Now”. Geniale! Un’inversione di rotta artistica, la negazione del padiglione e della Biennale, tale per cui chi entra non percepisce altro che il nulla cui va incontro. Senza i colori e i suoni degli ambienti lagunari dell’arte (e della vita in genere…) l’uomo perde il senso della propria identità.

 

L’israeliano Dani Gal (Gerusalemme, 1975, vive e lavora a Berlino) è l’autore del video “Nacht und Nebel” (Notte e Nebbia): al momento in cui arrivo, due guardiamarina a poppa di un naviglio reggono un’urna; in fronte a loro, muto e inespressivo, un personaggio che sembra un sacerdote o un ufficiale di culto. Con grande lentezza, al rumore dei motori e dell’acqua turbinante, si procede a svuotare il contenuto dell’urna in mare. L’inquadratura indugia sui vortici spumosi e sembra non volersene staccare. E’ molto intenso e ben fatto. Saprò dopo che si tratta delle ceneri di Adolf Eichmann e che la ricostruzione della loro dispersione dopo la morte nel 1962 (a seguito del processo in Israele che lo vide imputato per crimini di guerra, rapito da uomini del Mossad, dopo un’avventurosa e lunga ricerca) si fonda sull’intervista di uno dei componenti del commando che lo trovò fuggitivo, ormai certo di essere in salvo, in Argentina. L’esecuzione capitale non è praticata in Israele e quella di Eichmann costituì un unicum per il popolo ebraico che chiudeva il capitolo dei grandi processi contro il nazismo iniziato a Norimberga. Sarà che le immagini mi parvero di estrema quiete e di pace dolorosa ma riconquistata con coloro che restano, sarà che colpisce un autore israelita di 35 anni che si trasferisce in Germania per lavorare (e lavorare a questo!), sarà che colpisce ancor di più – in realtà – il continuo stimolo a non far cadere la memoria che ogni ebreo promette di mantenere sempre accesa, saranno – insomma – tutte queste componenti storiche-politiche-esistenziali a farmi ritenere sia davvero un gran video. A quasi cinquant’anni dalla morte di Eichmann e oltre 65 dalla fine della guerra, la memoria “serve” per trovare pace e ristoro e non solo per mantenere desto e acuto l’orrore. Pietà? Forse. Un auspicio silenzioso che lascia ancora in parte aperta la questione. La cenere, però, è tornata alla cenere (anzi al mare di tutte le anime).

In questa quiete diffusa, si apre la stanza cromatica di James Turrell (Los Angeles, 1943) che molte volte vidi in altre varianti. Qui “The Ganzfeld Apani” accorpa nei colori fluidi e mutanti due camere, cui attoniti visitatori, felici di assumere le tonalità cangianti dei famosi fucsia e violetti dell’artista, possono accedere dopo aver salito una scalinata e varcato (simbolicamente) una soglia che conduce alla luce. Altri rimangono alla base dell’installazione in attesa che il numero chiuso si riapra e permetta anche ad essi l’ingresso a questo paradiso in terra. La faccenda è talmente soddisfacente che, quando fui lì, una signora – mi si diceva ridacchiando – non aveva alcuna intenzione di tornare “alla vita”. Presa da fascinazione o da Stendhaliana sindrome, si ostinava a rimanere il più possibile fra i colori di quel mondo di pura rivelazione. Fantastico! Curiosa di vedere che sarebbe successo, rimango in attesa della recalcitrante, e – dopo qualche minuto e qualche gridolino smorzato – vedo comparire sulla soglia di quell’altare artistico una minuta settantenne. Che Dio benedica chi sa cogliere in ogni forma e con tutti i sensi l’arte e ne fa proprii con cuore libero i suoi infiniti doni!

Il dublinese Gerard Byrne (1969) predispone un personale approccio al mito: raccoglie materiale vario sul mostro di Loch Ness e sulla sua leggenda e lo organizza artisticamente attraverso ogni possibilità mediale. In “Case Study: Loch Ness (Some Possibilities and some Problems)”, 2001-11, giunge a compimento di un’attività collazionistica durata ben dieci anni. In Biennale sono disposte elegantemente le immagini più famose degli avvistamenti del mostro, alcuni video divenuti ormai di culto e una tavola/bacheca con esili, eleganti rametti adagiati su altre immagini. Non comprendo bene lo scopo dell’indagine, non capisco l’intenzione dell’artista (mi pare un poco artificiale e senza spessore se non quello di una rilettura compilativa e “estetica” del mito, per l’appunto), ma l’insieme è gradevole. Soprattutto i rametti…


Dall’altro lato della nuova sala, lo svizzero Shahryar Nashat (1975, vive a N.Y.) apre una nuova camera di meditazione. “Drag Bench” è stanza vuota e silenziosa, due panche in marmo, una con due piccole basi da sculturine impilate ordinatamente su un lato, affrontano un video (“Factor Green”) nel quale un giovane si industria a trasferire o organizzare il trasferimento di opere museali per probabili prestiti o spostamenti all’interno del circuito di visita. Ogni tanto si ferma ad osservare l’ “antagonista” seduto dall’altra parte del velo sulle panche. La musealizzazione dell’arte e la relazione strettissima che essa ha con la percezione del prodotto artistico da parte del pubblico sono temi fondanti della ricerca di Nashat che riflette sulle diverse accezioni (o sulla moltiplicazione di qualità) che insistono sulla sorte dell’opera frutto della libera creatività umana non appena varcata la soglia del riconoscimento ufficiale. L’opera acquisisce altro significato da quello iniziale e muta ancora, divenendo significante essa stessa di ulteriori rapporti e rappresentazioni che con l’atto originario non hanno più molto in comune. E’ discorso interessantissimo, per me, affrontato con grande esperienza e maturità. Vale la pena di rimanere e entrare nell’immaginario dialogo con il giovane del video….


Elisabetta Benassi (Roma, 1966) inserisce in una stanza buia (un archivio dimenticato? Una ricerca da conquistare faticosamente?) nove lettori di microfiches Ansa che propongono centinaia di notizie politiche o di cronaca del XX secolo. Ma le fotografie sfilano soltanto al retro o parzialmente coperte: di esse si leggono le annotazioni del reporter. L’installazione “The Innocents Abroad” è già parte della ricca collezione La Gaia dei coniugi Viglietta a Busca, vicino Cuneo, e la scelta vale pure un punto in più. Ma l’insieme è complesso, anche se di grande effetto, e non subito si comprende l’intento della negazione della realtà oggettiva del passato, della denuncia della manipolazione di storie, vite, volti. E’ necessaria applicazione, anche se l’opera, infine, merita lo sforzo.


Una “botta estetica” su cui il pubblico si butta a capofitto fotografando ogni particolare avidamente è la grande, scenografica sala dedicata a Urs Fischer (Svizzera, 1973) e alle sue statue di cera (tutte “Untitled”) che si consumano con il passare dei giorni biennalieri a causa di uno stoppino acceso nel loro cuore. Un memento mori che si smorza con l’osservazione dei soggetti: il gigantesco Ratto delle Sabine del Giambologna, il ritratto a figura intera di Rudolph Stingel, collega e amico di Fischer, la sedia dello studio dell’artista… Niente di tutto ciò che è riprodotto nella caduca cera è davvero caduco, tutto rimarrà (almeno sino a che sarà mantenuto in essere dalla propria natura). Fischer è noto per la forte componente ironica delle sue opere la cui realizzazione diverge continuamente con interessanti risorse stilistiche originali, che a volte paiono di levità sin troppo esplicita. Qui, in effetti, non si vede l’ora di tornare a Novembre per verificare con una certa dose di sadismo la consunzione compiuta e la scomparsa delle statue colanti. Vere e proprie “nature moriture”.

Ryan Gander , sempre all’insegna del “veloce cambio di stile”, contrappone due figure a terra assise nell’opera scultorea “Out of sight (All of my own)”. In tutta franchezza, delle molte opere dell’artista inglese presenti nel circuito curigeriano, questa mi pare quella meno riuscita e, soprattutto, mal collocata. E’ il problema che si pone quando di un artista dalle varianti stilistiche infinite come Gander si frammenta l’opera e la si inserisce in contesti elefantiaci come la Biennale di Venezia. Difficile è seguirne il filo poetico, difficile considerare la sua arte come espressione creativa unitaria, o almeno come sviluppo di un’idea. E’ inevitabile che ciò accada, direte voi, ma allora bisogna scegliere bene le opere.

Un enorme muralone mi si srotola (in effetti sono 32 fogli di carta collocati a pannello e abbondantemente verniciati con grafemi e sbrodolii vari) dinanzi agli occhi. E’ “Venice Set” di Josh Smith, lo statunitense che affresca per la curatrice la facciata del Padiglione Centrale ai Giardini. Qui sembra toccare livelli anche peggiori del fashionism evocato nel I itinerario. C’è una miscellanea di street-style e writers di seconda (e anche terza) che sembra confezionato appositamente per qualche flagstore di Franklin & Marshall (o roba del genere, non mi intendo di moda e neanche di street-style, quindi…). Imbrattare è il suo mestiere, mi dicono. Non trovo accezione qualificante più appropriata di questa. Aggiungendovi, malignamente, un “con compiacenza”. 

Rosemarie Trockel (Germania, 1952), pluriosannata a Venezia anche nel 1999 quando rappresentò la Germania, mostra la sua capacità senza spigolature. Due grandi divani in acciaio e cristallo (“Replace me”), malgrado una coperta che pare confortevole adagiata su di essi, non sono accoglienti e non invitano al riposo. Alle pareti di un salotto immaginario sono alcuni piccoli quadrini: minuti collages, posterini senza pretese, un acquerellino astratto (bello)… Il titolo dell’opera, in verità, è un’autocitazione: “Replace me” è l’interpretazione della Trockel de L’origine du monde di Courbet, dipinta nel 2009 e presentata l’anno successivo nella mostra “Animism” ad Anversa. Nel quadro dell’artista tedesca un ragno (terribile: è una vedova nera!) si trova proprio nel luogo che tanto attrasse e attrae l’occhio del pubblico. E’ il ragno che vorrebbe essere altrove o la modella, probabilmente in bella vista da troppo tempo? E l’autocitazione ha pur un valore (tanto che una delle opere in Biennale esposte nel perimetro trockeliano ha titolo “The Origin of the World”): quel divano è proprio quello della modella terrorizzata dal ragno? E’ un mobile di finto riposo? Un accessorio ineludibile dell’attività artistica?

L’installazione riprende due temi portanti della ricerca di Rosemarie Trockel: il valore della “pausa”, che indica anche una passività sofferta del corpo, e l’ammirazione per l’artista che sa entrare nella propria opera anche fisicamente malgrado il timore, crescente con il passare dell’esistenza, di un’incontrollabile sovra-esposizione di sé. L’artista produce (o vive) in una casa-non-casa, nella condanna della mostra perenne. Non c’è più confine fra oggetto domestico e oggetto d’arte. Non c’è più confine fra vivere semplicemente e essere in mostra…


Poi, basta: vengo rapita senza scampo dal bellissimo video di Christian Marclay, vincitore del Leone d’Oro, “The Clock”, di cui ho sentito parlare anche prima della Biennale e mille volte durante la vernice. E’ magnifico, geniale: il tempo reale scorre attraverso frames cinematografici del XX secolo di diversa natura e provenienza che ripropongono l’ora e il minuto in cui il pubblico si trova a essere; dura esattamente 24 ore, ma soddisfa anche in piccole porzioni di visione. E’ un video artista (finalmente!) e nel solco della scuola migliore offre un’opera che tocca e risolve ogni tema dell’arte contemporanea: il ruolo dello spettatore ormai in dialogo “interno” – e addirittura interiore – con ciò che osserva, il rapporto fra tempo storico e tempo reale, la relazione fra arte cinematografica del secolo passato e il suo portato iconografico nel presente, la dimensione estetica riconquistata senza ripensamenti, la riproposizione di un soggetto già prodotto che acquista nuovo significato nella mano del rielaboratore, l’inestricabile vicenda del conflitto fra vero e falso, la ciclicità del tempo e la sua ineludibile infinitezza…

Già ci sono fans che, con consumata sufficienza, rivelano che “il meglio arriva di notte…”, nelle ultimissime ore di proiezione. Non so perché, nessuno mi spiega. Del resto, la Biennale chiude alle 18. Che succederà dopo? Dovrò attendere che un Museo attento acquisti l’opera (pressola White Cube Gallery a Londra) e la proietti magari a spezzoni differiti. E’ intrigante anche quest’ultima eventualità. Un trucco nel trucco. Ma, qui, non c’è trucco né inganno. Solo arte.

 

In uno sfortunato gomito della carrellata arsenaliana, trova posto la curiosa e intelligente installazione di cestini per immondizia di Klara Lidén (Svezia, 1979), che porta all’estrema evoluzione il senso duchampiano (ebbene sì…) del readymade e della ricollocazione dell’oggetto comune in ambiente musealizzato. Un’epigone ben riuscita, tra tante citazioni sbilenche…

In una sala buia Carol Bove, artista ginevrina nata nel 1971, presenta su un vasto piano rialzato sino a oltre un metro una composizione di piccoli e grandi oggetti trovati e riconsiderati formalmente. L’insieme deve provocare un senso di riposante e intima felicità, anche se titolo (“The Foamy Saliva of a Horse”) non è propriamente evocativo di delizie e il display confuso e poverista (altrimenti parrebbe più una prova da allestitore di vetrine del centro…) non convince affatto.

 

Nell’ultima sala della mostra di Bice Curiger si compie il disegno iniziato con i Tintoretti offesi nel Padiglione Centrale. La brava Monica Bonvicini (Venezia, 1965) occupa un’enorme locale colonnato con tanti modelli di scalinate da altare barocco per arrivare a una tenda (“Pink Curtain”) posta sul fondo dell’ambiente. “Fifteen Steps to the Virgin” è il titolo dell’impresa e si lega alla Presentazione della Vergine al Tempio del Tintoretto (1553-6), opera sita insieme ad altre nove del grande Veneziano e ulteriori meraviglie nella Chiesa della Madonna dell’Orto nel Sestiere di Cannaregio, fra la Sacca della Misericordia ela Fondamenta della Sensa. I quindici gradini – anche nella grande tela tintorettiana – sono quelli che la giovanissima Maria sale in divina solitudine per giungere al severo Sacerdote Zaccaria (la cui veste ricorda proprio la tenda della Bonvicini) posto all’ingresso del Tempio. Il numero15, a propria volta, evoca i quindici salmi graduali che i pellegrini devono recitare giunti a Gerusalemme.

La struttura della Bonvicini è concepita architettonicamente tenendo conto in modo accurato delle dimensioni dello spazio sia fisico sia concettuale (e quindi della presunta “ascesa” al tempio) e si risolve nell’ultima fase che nasconde la “verità” (da svelarsi con fatica e concentrazione) al pubblico. Un’iniziazione all’arte, ma anche alla vita. Sono davvero contenta che la nostra artista abbia saputo concepire una rilettura personale e originale di un’opera antica senza che si debba necessariamente sapere quale essa sia (e se davvero è presente). Il mistero aleggia nella grande sala.

Nell’ultima sala della mostra di Bice Curiger si compie il disegno iniziato con i Tintoretti offesi nel Padiglione Centrale. La brava Monica Bonvicini (Venezia, 1965) occupa un’enorme locale colonnato con tanti modelli di scalinate da altare barocco per arrivare a una tenda (“Pink Curtain”) posta sul fondo dell’ambiente. “Fifteen Steps to the Virgin” è il titolo dell’impresa e si lega alla Presentazione della Vergine al Tempio del Tintoretto (1553-6), opera sita insieme ad altre nove del grande Veneziano e ulteriori meraviglie nella Chiesa della Madonna dell’Orto nel Sestiere di Cannaregio, fra la Sacca della Misericordia ela Fondamenta della Sensa. I quindici gradini – anche nella grande tela tintorettiana – sono quelli che la giovanissima Maria sale in divina solitudine per giungere al severo Sacerdote Zaccaria (la cui veste ricorda proprio la tenda della Bonvicini) posto all’ingresso del Tempio. Il numero15, a propria volta, evoca i quindici salmi graduali che i pellegrini devono recitare giunti a Gerusalemme.

La struttura della Bonvicini è concepita architettonicamente tenendo conto in modo accurato delle dimensioni dello spazio sia fisico sia concettuale (e quindi della presunta “ascesa” al tempio) e si risolve nell’ultima fase che nasconde la “verità” (da svelarsi con fatica e concentrazione) al pubblico. Un’iniziazione all’arte, ma anche alla vita. Sono davvero contenta che la nostra artista abbia saputo concepire una rilettura personale e originale di un’opera antica senza che si debba necessariamente sapere quale essa sia (e se davvero è presente). Il mistero aleggia nella grande sala.

                                    

Ora di pranzo: prima di affrontare la seconda area delle Corderie/Artiglierie con i Padiglioni Nazionali, decidiamo di sfamarci, più confidenti verso l’organizzazione che ai Giardini ci trattò così benevolmente. E, difatti, anche qui ci accoglie un delizioso bistrot con piatti gustosi e persino ricercati (un cus cus vegetariano, insalate di pollo grigliato, dolci elaborati…). E’ davvero un miracolo che non sappiamo spiegarci dopo anni di inopia e panini da autogrill sfiatato al passaggio di orde teutoniche sciamanti verso la Riviera Romagnola. Siamo molto contente di questa innovazione che ci qualifica anche nei confronti degli ospiti stranieri. Ci godiamo con enorme piacere questa inattesa risurrezione delle capacità italiche, insieme ad altri soddisfatti visitatori (fra cui, anche qui, in un venerdì qualsiasi, qualcuno assai noto nel mondo dell’arte di casa nostra…).

I PADIGLIONI NAZIONALI ALL’ARSENALE

Dopo pranzo, ilari e giulive, procediamo per la seconda parte della visita che comprende alcuni Padiglioni Nazionali (fra cui il nostro) e artisti curigeriani en plein air o dislocati nei piccoli magazzini riattati per quest’edizione al margine estremo del Giardino delle Vergini.

Bello il Padiglione dell’Arabia Saudita, con il suo grande monumento ricco di colori e suoni che comprende anche un riuscitissimo omaggio a Venezia. Shadia (artista visiva) e Raja (scrittrice) Alem costruiscono l’immaginifico “The Black Arch”, un ovalone nero multi-specchio-multi-riflettente da cui paiono sorgere le immagini proiettate a terra di un pellegrinaggio alla Mecca con andamento contrario al camminare dei pellegrini, e ancora aerei scorci di preghiera collettiva al suono potente e melodioso della voce di un Muezzin, poi, improvvisamente, riflessi di acqua nella luce, suoni di vogate profonde nei rii e vociare in calata veneziana, e ancora celle di colore come ceramiche moghul splendenti e variopinte… E’ articolato e un poco disneyano, ma sincero e potente. Colpisce e affascina e ha una sua rutilante raffinatezza con l’uso di tanti mezzi espressivi ben equilibrati.

Voto: 6++

 

Nel Padiglione dell’Argentina, Adrián Villar Rojas presenta i grandi e mostruosi giochi del figlio, materializzati dalle favole, ingombranti presenze nel nuovo mondo d’argilla concepito in “Ahora estaré con mi hijo”. Si circola fra enormi pinocchi o terrifici distruttori galattici. Ma è il padre che rifiuta la nostra quotidianità o è il figlio a saturare quella del padre? A parte il gigantismo e la deformità, non mi incuriosiscono né mi sembrano formulare questioni pressanti (o tantomeno risolverle) sia nell’ambito dell’arte che quello dell’esistenza.

Voto: 5.

Per la prima volta in Biennale si offre al pubblico la partecipazione dell’India con una scelta di artisti di qualità operata per l’occasione dalla Lalit Kala Akademi di New Delhi (Accademia Nazionale d’India). Del resto, la grande nazione sta emergendo prepotente sia per la moltiplicazione frenetica degli spazi dedicati all’arte contemporanea sia per il vivace mercato – dai critici e curatori tenuto in grande considerazione – che interessa il nuovo e colto collezionismo locale, quello internazionale e le innumerevoli fondazioni private e pubbliche indiane. Bisogna attendersi il meglio da simili premesse, già in parte individuate dai migliori mercanti occidentali (anche qui, su Arslife, già oggetto di alcune osservazioni). E ce la mette tutta, l’India con il suo curatore, il poeta Ranjit Hoskote, teorizzatore della possibilità di fare dell’arte contemporanea un veicolo di ricostruzione del sentimento nazionale (spiazzamento, collocazione, punti di origine e di uscita sono i cardini per la produzione corretta di arte nel XXI secolo: gli artisti scelti presentano caratteristiche utili al progetto geo-politico di Hoskote, provenendo e lavorando in luoghi che esprimono la vastità del subcontinente indiano e la sua “espansione” fuori confine), nell’intento di mostrare i principali binari di ricerca che caratterizzano l’arte di due generazioni e le future possibili evoluzioni: lo si vede sin dal titolo tematico del Padiglione“Everyone Agrees: It’s About to esplode”.  Un rispetto per la Biennale che ammiro e di cui sono grata. Il risultato è, a dir poco, ottimo.

Zarina Hashmi (1937, vive a New Delhi), famosa per la sua attività di incisore e installatore, costruisce opere di estrema complessità visiva ma dal gesto trattenuto e composto, che testimoniano l’evidente passaggio stilistico fra il XX e il XXI secolo. “Home is a foreign Place” del 1997 è una raccolta di xilografie di sapore astratto-razionalista, estremamente calibrate ed eleganti, ma che esprimono sottilmente il dolore della forzata migrazione. “Noor” (2008) è un’installazione di “campanelli” o oggetti talismanici dorati di grande poesia. E così, poetico e ammaliante, è anche il bellissimo pannello “Blinding Light” del 2010, composto da fogli di carta Okawara rivestiti di una pellicola di oro fino.

Bellissima è l’installazione che obbliga il pubblico ad una partecipazione attiva di Gigi Scaria (nato a Kothanalla, Kerala, nel 1973; residente presso la Cittadellarte-Fondazione Pistoletto nel 2002). L’incredibile ascensore che penetra nelle case con curiosità divertita attrae chiunque e spinge al voyerismo. “Elevator from the Subcontinent” (2011) è costituito da una cabina in acciaio con porte scorrevoli e tre video proiettati su altrettante pareti della stessa. Le immagini, quando si “parte”, scorrono verso l’alto o il basso a seconda del piano che si deve raggiungere: mostrano gli interiors delle abitazioni o i sotterranei dello stabile in cui la struttura si trova. Ognuno degli ambienti dipinto con delicate tracce di vita quotidiana. La separazione in classi sociali è annullata (dopo essere espressa in dettaglio) con un semplice movimento di pulsanti. E’ un’esperienza completa. Belli i video, bella la soluzione che cattura il visitatore, artefice del proprio “spostamento passivo”.

The Desire Machine Collective opera da anni in Assam (nord-est dell’India, ai confini con la Cina) producendo interventi collocati in siti pubblici insoliti, in aree non aduse all’arte in genere, in zone rurali che vengono richiamate alla contemporaneità spesso colmando un gap temporale di decenni. Anche a Venezia l’intento è di universalizzare il messaggio della difficoltà di relazione culturale fra caste e classi diverse con il video “Residue”, ambientato in un impianto termale abbandonato nel quale si trovano a condividere lo spazio (reale e ideale) gente comune ed esponenti dell’élite intellettuale.

Praneet Soi (1971) è artista che si cimenta con la pittura, la scultura, il video. Per la Biennale appronta un’installazione on-site(“Untitled”, 2011) di figure zoomorfe e grafemi che occupano due pareti angolari. Utilizza solo il bianco della parete, il nero e il grigio. La qualità dell’arte è alta, il segno ineccepibile e personale ed è riconoscibile anche nell’installazione “Workstation” (2011) composta da fogli di acetati e disegni posti casualmente su una tavola come un’appena abbandonata postazione di lavoro. Le piccole opere (che, accumulate, fanno un’opera “grande”) tradiscono un’attenzione alla narrazione capillare e impeccabile.

Bel progetto (in linea dichiarata con l’idea migliore della Curiger, i para-pavillion, luoghi dello scambio), eccellente curatela, ottimi artisti. Dal punto di vista della costruzione critica, sino ad ora, il migliore in Biennale.

Voto (complessivo): 7.

 

Nel Padiglione della Croazia, dal titolo “One needs to live Self-Confidently… Watching”, mi attende un’esperienza curiosa che non potei riportare fotograficamente (per ovvii motivi…). L’artista Antonio G. Lauer, alias Tomislav Gotomac (noto performer e film maker degli anni ‘60/’70, 1937-2010), presenta in una stanzetta appartata ma ben accessibile un vero e proprio film porno dal beffardo titolo “Family Film I” e “II” (1973). Ciò che colpisce è il volto, compreso e attento, estremamente serio, delle gentili signore agée che, sedute compitamente sulle poche panchette e senza mollare la postazione per nulla al mondo, sono grate di questa opportunità che sdogana le pulsioni più basse e le eleva a “questioni d’arte”. I (pochi) signori presenti si vergognano come spie e, velocemente occhieggiata qualche audace inquadratura, se la svignano in gran fretta. Fantastico. Io, giuro, il porno non l’ho visto, perché ho enormi difficoltà a condividere simili personalissime esperienze (sin dal Caligola di Vezzoli, che – al confronto – era comunque una passeggiatina amena fra le caprette di heidiana memoria). Non so se è arte (e per me non lo è), è però un’efficace dimostrazione delle diverse reazioni del pubblico davanti a un accadimento insolito in contesto “museale”. Davvero divertente.

Lo stesso Lauer si mostra alle prese con una serie di immagini che testimoniano il suo “passaggio” nella città di Belgrado: al 1962 risalgono alcune inquadrature di sale e magazzini di fabbrica, e al 1977 la serie di bellissime fotografie di tombini “Metal Covers of the City of Belgrade”, strutture apparentemente inanimate che restituiscono, invece, alla città un po’ di calore e umanità. E’ il rapporto uomo-oggetti che interessa Lauer e che ne scandisce le tappe di ricerca.

Voto: 6 (perché Lauer è una personalità artistica da approfondire).

 

Il Padiglione della Turchia piacerà sicuramente a Hans Ulrich Obrist per il tema a lui carissimo. Ayşe Erkmen, gentile signora sulla cinquantina, propone “Plan B”, una complessa, nonché elegantemente dispiegata, struttura di depurazione che si ripromette di raccogliere l’acqua dei canali (qui meno ferma che altrove in Venezia, ma pur sempre poco salubre), purificarla e, attraverso complesse tubazioni e filtri, restituirla pulita alla laguna. E’ un’imponente macchina che occupa una vasta sala di 300 mq. Rumore di turbine e filtri in funzione conferiscono importanza all’inane lavoro della struttura: la laguna non potrà mai essere depurata in questo modo. L’acqua è preziosa, bisogna preservarla in qualsiasi modo, anche se questo non è il più semplice (non a caso il Piano A, evidentemente, fallì…). Il pubblico capisce a stento. Ma quando capisce, approva. Il gioco si confonde con la serietà dell’intento. L’acqua “salvata” tornerà a confondersi con quella bacilligena e poco mossa di Venezia. Venezia riceve un dono attraverso l’arte. Poetico, anche se un poco concettoso, per me.

Voto: 5/6.

Nel Padiglione degli Emirati Arabi Uniti, che due anni fa regalò, già alla sua prima apparizione in Biennale, notevoli sorprese, sono felice di trovare ancora buona arte e un’organizzazione gentile e attenta che non smentisce le alte intenzioni di questa ormai importante rappresentanza.

In una sorta di cantiere, sono incastonate isole di immagini poetiche e affascinanti: Reem Al Ghaith fotografa con seducente effetto flou varia umanità ripresa in solitudine contro fondali che testimoniano la (poca) varietà di paesaggio degli Emirati in evoluzione verso una modernità che sembra inarrestabile. In realtà, uno stop è già arrivato e Al Ghaith vuole richiamare la sua gente a valori che parrebbero dimenticati. Abdullah Al Saadi è il “capo-cantiere” ed è il perno su cui ruota l’esposizione, che nel suo complesso ha titolo “Second Time Around” (La seconda volta da queste parti…): dissemina grandi pietre incise come per delimitare un percorso obbligato o far emergere dal nulla presenze di civiltà (“Naked Sweet Potato”, 2000-2010). Introduce ad altri percorsi, ne segue amorevolmente gli esiti. Molto buono.

Lateefa bint Maktoum disegna strani organismi che generano vita, li dispone come per invitare a seguire un percorso didattico da bio-parco, ne declina le diverse possibilità di sviluppo chimico-fisico nel tentativo di raccogliere e organizzare scientificamente quella civiltà che i suoi colleghi hanno prima avvertito della sua ancora raggiungibile bellezza e a cui, poi, con deferenza, indicato la via da seguire per ritrovare le origini.

Mi piace molto l’unità degli intenti e il lavoro ben concepito dei singoli artisti.

Voto: 6 +.

 

Nel Padiglione del Cile, Fernando Prats (1967, vive a Barcellona) propone l’opera multi-mediale “Gran Sur”, che rappresenta con incredibile potenza gli esiti della devastazione compiuta dalla Natura sull’Uomo, la nostra fragilità che tuttavia non riesce a essere del tutto spezzata.

All’ingresso del Padiglione, al neon, è la frase che l’esploratore Schakleton pubblicò sul Times nel 1914 per reclutare volontari in occasione della sua spedizione antartica: “Si cercano uomini per viaggio rischioso, basso compenso, freddo estremo, lunghi mesi di oscurità totale, pericolo costante, ritorno sani e salvi non garantito, onore e riconoscimenti in caso di successo”

All’interno, immagini di case invase dalla cenere a seguito dell’eruzione del vulcano Chaiten nel maggio 2008 (tutto sepolto, oggetti, vestiti, ricordi…), cenere che annulla i paesaggi e si insinua anche nelle sorgenti, rendendo impossibile l’approvvigionamento dell’acqua. Infine rappresentazioni artistiche di cosa significhi essere divorati dal fuoco e dal calore (fuoco su carta, inchiostro su carta, pece su carta, fumo su carta…): materiale diverso che ha subito la parziale o totale distruzione per causa del terremoto del 2010.

L’uomo, nella terra che non perdona, sembra nulla; ma è sempre qualcosa che sopravviverà sia con il ricordo e il frammento riemerso, sia con il racconto delle sue conquiste e dei suoi tentativi di riscatto e resurrezione. L’arte ha il compito di rendere epiche (mitiche) le sue gesta, anche quelle più umili e disperate, nell’intento di far comprendere quale sia la sua effettiva grandezza. Del resto, è il Cile stesso che, con orgoglio, mostra il livello della sua arte a Venezia, dopo anni di ostracismo dell’Occidente e, per colpa del regime, malgrado vi fosse lo concreta possibilità che la libertà creativa venisse del tutto meno.

Mi piace molto questo Padiglione, anche per la notevole qualità artistica che si rivela prepotente dalla narrazione del fatto storico.

Voto: 6 e mezzo.


In occasione del bicentenario dell’Indipendenza Latinoamericana, l’IILA (Istituto Italo-Latino Americano) presenta un progetto dal titolo “Entre Siempre y Jamás” (Fra sempre e mai) con artisti di Cuba, Honduras, Cile, Argentina, Bolivia, Brasile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Messico, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Dominicana, Uruguay, Venezuela e partecipazioni speciali di Germania, Norvegia e Italia. Il risultato è un farraginoso carrozzone che vorrebbe illustrare con linguaggi troppo diversi fra loro lo stato dell’arte nei Paesi rappresentati. Ma non c’è omogeneità e non si capisce perché dovrebbe esserci, del resto.

La crudezza della guerra e la violenza dell’asservimento sono evocati da molti, in particolare dagli artisti cubani, ma tutte le installazioni sono mal concepite e mal distribuite. L’itinere non esiste. Non si distinguono le diverse “mani”. In mezzo alle rappresentazioni dalla forte dimensione socio-politica, coesistono irridenti opere che sembrano quasi vanificare la natura e la funzione stessa dell’artista.

Regina José Galindo , l’artista guatemalteca nata nel 1974 che vinse il Leone d’Oro nella 51a edizione, per necessità fu costretta a vendere il sudato premio; fra mille peripezie, il leone cambia di mano diverse volte e la Galindo decide di farne comunque una copia, ora esposta in questo Padiglione; questo è il “valore” dell’arte: un falso Leone biennaliero, che non preserva dall’indigenza, che non affranca dalla povertà e dalla realtà del quotidiano. Adán Vallecillo (1977, Honduras) esprime secondo il suo pensiero l’importanza de “La fisiologìa del gusto”: su un vassoio in acciaio poggiato sopra un basamento museale, centinaia di denti cariati e di corone riposano accumulati di fronte ai sorrisi del pubblico. Denti “espunti” in mostra, denti “in vita” si parano davanti ai cugini defunti…

Ma qual è il filo conduttore di questo progetto critico? Quale panorama emerge da quest’insieme confuso e disomogeneo di arte e tentativi di malriuscita didascalia?

Voto: 4 (per colpa della pessima idea e malgrado siano presenti alcuni artisti noti e apprezzati).

Mi ricorderò, fra poco, di questa défiance intellettuale…

Usciamo all’aria ancora fresca malgrado il meriggio estivo e ci avviamo all’aperto, costeggiando la Darsenaverso le ultime due rappresentanze nazionali nelle aree “istituzionali” della Biennale. Italia e Cina tra le sansoviniane Gaggiandre e le Tese Cinquecentesche. Indi, concluderemo il tour (penseremo di concludere il tour) con gli artisti ospitati nel profumato e fiabesco Giardino delle Vergini.

Lungo la strada, avanti le acque calme e limpide del grande bacino, un tempo teatro della possanza veneziana sui mari, ci fermiamo a contemplare la povera balena spiaggiata di Loris Géraud (1979), l’artista francese che ama proporre esperienze uniche al pubblico. Qui, “The Geppetto Pavillion” rimanda alla tutto sommato confortevole sistemazione del genitore di Pinocchio che per due anni sopravvisse all’interno di un cetaceo (in realtà, nella stesura originale del Collodi, un pescecane; non a caso nel suo stomaco aveva spazio anche una gran quantità di pescetti e un tonno parlante…) per via di un veliero inghiottito con l’intero carico di vettovaglie. Il visitatore dovrebbe poter godere, momentaneamente, di una simile fortuna. Ma, almeno nel giorno della nostra visita, nessuno può avvicinarsi oltre un certo limite all’installazione. Per cui: a che pro? Indi: a che pro in genere? L’arte entra in contatto diretto con il pubblico, il pubblico “entra” in contatto diretto con l’arte? Ma va’ là, Curiger. Géraud sarà stato scelto perché “faceva carino” (oltre che essere sempre opportuna citazione di citazione, solo per il secondo Novecento italiano delle arti, da Federico Fellini a Claudia Losi) un mammifero marino in darsena…

Entriamo, quindi, nel Nuovo Padiglione Italia, ampliato sino a comprendere una vasta area verso il Giardino delle Vergini. Millanta metri quadri a disposizione. Slurp (verrebbe da dire…)!

Ed ecco a voi il confortante benvenuto in una manifestazione di norma pròdiga di gadgets che fanno la storia del ramo “consumo anche le mostre, ma almeno è gratis”. Possiamo, se non altro, vantarci di questo primato in Biennale.

Un pieghevole, un foglietto, uno strillone, un imbonitore… non parliamo di catalogo (fra l’altro già “prevenduto” per circa 8.000 copie, se ciascun artista qui a Venezia e nei diversi Padiglioni regionali e transnazionali ebbe l’obbligo di comprarne quattro)… niente di niente.

Mi accorgo anche che, ormai ben oltre la vernice, le didascalie sono ancora poverissime, inesatte, incomplete (niente dati sulle opere, o quasi); ben in vista, però, il nome dell’intellettuale che sceglie il malcapitato artista o sedicente tale. Tutto manca, tutto ha l’aria di un magazzino di casa d’aste di Stornatevi di Sopra in provincia di Balengo (nome a caso, forse riesco a evitare almeno le ire del ramo “incanto di provincia”).

Due anni fa inorridii di fronte al caos dei due Beatrici e evocai serate di auctions agostane in cittadine termali centro-italiche. Ora è peggio. Non ci sarà neppure il parmigiano Vacche Rosse, né uno straccio di Gutturnio per gli stimati ospiti. Qui, degli stimati ospiti (cioè noi) non importa un bel fico a nessuno, e il nobile parmigiano, se mai, son loro (noi) a doverlo offrire.

Vorrei tornare indietro nel tempo. Di molto, però.

L’allestimento è curato (“curato”?) da Benedetta Mirailles Tagliabue, milanese di nascita, laureata allo IUAV di Venezia, barcelloneta d’adozione. Imbarazzante è l’unico termine che riesco ad articolare senza tema di essere tacciata di diffamazione. L’amica architetto gira incuriosita e ancora non dice nulla. La sento mormorare solo: “L’ha dar éssar acsè diffézel – è bolognese – mettere tutta ‘sta roba a posto…”. E’ più che evidente che cerca di immedesimarsi nella professionista cui è capitato questo enorme grattacapo.

Ed eccomi alla “fatica” sgarbiana propriamente detta.

Darò nomi e giudizi lapidari, includendo nel giudizio l’intellettuale operatore della scelta che ci fa qualificare nella Biennale delle Arti Visive di Venezia 2011 (e qui, come Goscinny e Uderzo farebbero sfuggire a un Obelix invaghito senza speranza della deliziosa Falbalà: sospironissimo…). Ma perché si fa questo a noi, poveri cronisti, che, se onesti, ci attireremo l’odio di mezza Italia – e oltre – dell’arte e dell’intelletto?

Il cuore sanguina quando vede “chi scelse chi”. Ma temo che anche questo ricatto emotivo sia parte integrante dell’escamotage sgarbiano: un sistema neppur troppo raffinato per reprimere le reprimende. Chi osa parlar male del fiore dell’intelligentsia italica? Chi si permetterà di rischiare conflitti con le Redazioni? E, nei casi più titolati, di incrementare a dismisura e in un sol botto la lista degli ex-amici? Brutta faccenda.

Ma, proprio per questo, invece: à la guerre comme à la guerre.

Avverto che la povertà di informazioni su artisti o opere non è mia colpa. Tenterò di rimediare, se l’occasione mai lo richiedesse.

Unico vero filo conduttore: pittura a gogò . Il che – di per sé – non è affatto un male. Anticipo perché, in casi diversi, specificherò il medium utilizzato.

Non posso dare indicazioni di itinerario, perché è inesistente. Dico solo che ho iniziato la visita dall’ingresso e sono “andata avanti”, tanto basti. Impossibile analizzare e considerare tutto, il che è già un insulto per gli artisti qui ingrappolati come mucche a completata transumanza abruzzese. Ma tant’è…

Paolo Portoghesi elegge Luigi Frappi e un “paesaggio” che potrei definire, nella  migliore delle accezioni “cromatico”. Appena decente per la, appunto, decente qualità pittorica. E’ un artista folignate che spesso ottenne il favore sincero del noto architetto. Lavorò anche in una chiesa a Calcata di portoghesiano disegno inaugurata or non è molto.

Cesare Cavalleri sceglie il veronese Davide Coltro con le sue note immagini di paesaggi cangianti, i cosiddetti “quadri elettronici” (“Medium Color Landscapes”). Le ho viste un po’ ovunque (anche al MART, l’ultima volta), ma non riesco a farmi ricredere circa il fatto che siano una buona esercitazione (d’effetto) e non una rivoluzione dello sguardo; quindi sono negativa, ma non sarà certo il peggiore qua dentro, anzi.

Bozena Anna Kowalczyk chiama il bellunese di antica data (e illustri natali) Corrado Balest e la sua “Ophelia” che non lascia adito a dubbi: meglio stecchita.

Vittorio Strada porta per noi la rassicurante Carol Rama con un “Ritratto” del 2003 (una tecnica mista su carta piccola piccola). Gradevole. E aggiungo, ci mancherebbe altro (poi mi pentirò anche di questo: non è così scontato che i “grandi” siano i migliori!), anche se non è un capolavoro.

Il noto paroliere Mogol ritiene Grazia Cucco la migliore. Un quadretto di gusto post-flamish, surreal-fumettaro, neo-gotic-e-sa-dio-cosa mostra in scena campestre con architetture medievali sparse à la Bosch o Lorenzo Lotto (nelle sue piccole storie di Santi sotto le pale d’altare) compite cavallette vestite da preti e suore in varie faccende affaccendate, frammiste a oggettistica diversa e ammorbate da tradizionale horror vacui. Il titolo è “Nox Diluculum Dies”. Nel sito dell’ “artista” è anche qualificato: “opera monastica nell’intervallo temporale” (de che?). E’ abominevole.

Inizio a litaneggiare un’opportuna serie di lauretane Matres dolorosae.

Giuliano Ferrara ha coscritto niente di meno che Duccio Trombadori con un paesaggio faux-Carrà anni ’50 (fra l’altro, il peggior Carrà) che fa piangere. E non procedo per vergogna. Ma come è possibile, come ha potuto?

Angelo Crespi adora Antonio Pedretti, onesto pittore di selve paludose informali per aste televisive, che ritengo del tutto inopportuno trattar male. Quindi mi fermo.

Gaetano Cappelli , sornione, presenta un polittico dello spagnolo 32enne Felipe Cardeña, alias – forse, ma, giuro, non è così interessante – Alessandro Riva, dal titolo “The last crisis of their crazy crazy world”. Da tempo si va parlando di questo ignoto (non si fa trovare, intervistare, nessuno ne conosce il volto… concept già sfruttato, grazie) artista/performer/interventista teorizzatore del “Power Flower” (sic). Ed è da tempo che ritengo sia roba da poco per via dell’occhiolino alla wave anni ’90 e duemila che già era smunta al tempo, e ora è defunta. Indika compiaciuta all’amatriciana e vecchi merletti. Irritante, anche per il tocco social-politico che impasta il tutto in modo inconsulto.

Isabella Ducrot , di origine napoletana, residente a Roma, scelta da Silvia Ronchey, è nobile signora che lavora egregiamente con i tessuti. Conosco la sua produzione da anni e ne apprezzo (come in certi ambienti anglosassoni, cui deve molta della sua fama) le qualità coloristiche e tecniche. Ma “è impiccata” in alto e impossibile da esaminare. Da quel poco che intravvedo, mi pare che trovai di meglio, però, della brava artista. Si perde in ogni caso la possibilità di godere una probabile buona opera dal titolo “Trittico di Ipazia”.


Non manca il botero-de’-noantri Raimondo Lorenzetti che Tullio Gregory non poteva proprio fare a meno di propinarci. Un trittico che fa spavento. Che posso dire?

Sono ancora alla Turris eburnea…

Una delle “cose” più sconcertanti, tuttavia, è l’opera di Giorgio Somalvico, poeta, scrittore, drammaturgo di grande spessore sulla scena milanese, pittore decisamente meno strutturato, che Andrée Ruth Shammah ritiene invece essere quotabile. Il milieu fondato intorno alla figura di Testori e del Teatro Parenti deve rimanere (come è) elevato e specifico. Non azzardiamo, per favore, esperimenti che potrebbero farci ricredere sulle capacità culturali dei grandi.

Ma anche l’artista nominato da Paola Capriolo, Aurelio Bulzatti e i suoi quattro teloni con bimba alla fontana, non scherza.

Finalmente buona la prova di Cristina Ghergo consigliata da Citto Maselli (che Dio vi benedica, intono un Magnificat). Quattro immagini fotografiche elaborate dal titolo “Casa dolce Casa” la cui violenza da cronaca nera è stemperata dai colori bambineschi: mi piace e mostra padronanza del mezzo e del linguaggio. La fotografa romana è di stirpe illustre e vanta amicizie nel mondo della produzione filmica, televisiva e teatrale della Capitale.

Mentre non convince il quadrone verde-bianco di un’altra romana, corretta pittrice di impressionistiche luci radenti, Alessandra Giovannoni voluta da Monica Volpi Orlandini. E così giudico Giuseppe Puglisi (discreto artefice, contenutisticamente poco interessante) con la sua costa jonica di maniera amata da Dominique Fernandez. Annamaria Andreoli, grande studiosa di D’Annunzio, sceglie un pessimo lavoro di Ruggero Savinio che, pur nella sua medietas, poteva fare meglio di così.

Buono invece Paolo Gubinelli eletto da Tonino Guerra, con il quale ha concluso lo scorso aprile una personale presso la Galleria Artemisia (promossa dall’Associazione Artistica Artemisia) di Falconara Marittima. Ma non è bene pensare male, quando non ce n’è bisogno. Il sodalizio amicale è corretto e la scelta anche, laddove operata in contesti di buona qualità. Gubinelli, nato a Matelica nel1945, ha frequentazioni, studi e partecipazioni a collettive con i migliori della scena degli anni ’70: da Castellani a Bonalumi, da Dorazio a Nigro. Conosce e frequenta Burri, Uncini e Lewitt che lo apprezzano. Il suo curriculum è di grande rispetto. La sua astrazione ineccepibile, anche se, per la contemporaneità, un poco datata. E’ un Maestro cui va riconosciuto onore al merito.

Nel medesimo ordine di idee si incunea la mia considerazione per le opere di Giosetta Fioroni, raccomandata da Umberto Silva e Guido Ceronetti, e Eugenio Carmi, presentato da Mario Andreose. Si va sul sicuro, ma le scelte delle opere non sono delle migliori. La nobile intuizione dei “cernitori” è troppo poco allenata alla rassegna.

Osservo con curiosità il brutto “sole di coltelli” di Paolo Bielli (ammirato da Vladimir Luxuria), che ha un’idea antiquata circa l’uso di oggetti       umili in “misura” artistica, ma almeno tenta di discostarsi da un’onda pittorica generale di qualità mediocre.

Fin qui la media è sotto la tolleranza, malgrado qualche tentativo di risollevare le sorti di questo accrocchio senza qualità e senza senso che deprime anche i migliori. Andiamo oltre.

Incredibile è trovare un onesto pittore quale è Gianpaolo Talani, che viene proposto da Fabio Canessa, facitore di una figurazione da tinello e usbergo dell’arte da sinceri amanti del pennello facile e senza pensieri.

Come il cacio sui maccheroni, non manca l’operina di un artista molto apprezzato da Sgarbi e che anzi deve la sua notorietà proprio al nostro (benché, vedo, qui consigliato da Pasquale Chessa), il “realista onirico” Adelchi-Riccardo Mantovani, di Ro Ferrarese (emigrato, dopo un’infanzia in orfanotrofio, in Germania e ivi residente), cantore delle medesime contrade che videro i natali dello show-man/curatore. E’ un “surrealismo metafisico” (Mio Dio, mi pento e mi dolgo…), quello del Mantovani, che strappa il sorriso, perché la buona mano non regge la misera poetica e i suoi tentativi di riportare in auge un genere – in questo Padiglione, peraltro, assai in voga – che richiede contenuti di diverso spessore che le storie dei Santi di terra padana, i ricordi d’infanzia negletta, i miti di una mentalità artistica che non trascende né universalizza, ma rimane in superficie, intrappolata dal narcisismo dell’autore, compiaciuto della sua polìta pennellata.

Meglio sono i pitturoni “beneaugurali” (ritratti di Sgarbi e Berlusconi) di Wainer Vaccari che Roberto Franchini caldeggiò in questa sede. L’artista sessantenne modenese ha una sua riconosciuta maestria (e molta professionalità) e si inserisce a buon titolo fra i pittori di ottima mano e di originale esecuzione. Esecuzione. Punto.

E, così, ha un suo senso anche la serie di ritratti delle “Trance” (le “compagne di collegio”, il cui volto è ricomposto attraverso la duplicazione di una sola metà dell’insieme) di Greta Frau (alias Aldo Tilocca), proposta da Filippo Martinez, che mantiene una propria cifra, non certo potentissima. Ma, almeno, la qualità è buona e la ricerca coerente, anche se procede da oltre dieci anni senza soluzione di continuità per il conseguimento – come afferma l’artista – della Bellezza. Incauto chiedere dove essa alberghi in questi faccioni ottusi e corrucciati.

Si apre un angolo di Paradiso, un refrigerio dal solleone, un palmizio nel deserto.

L’ottimo Italo Zannier, grande critico e esperto di fotografia, ritaglia (come diavolo ci è riuscito?) uno spazio per i “suoi” gioielli. E qui si torna a respirare.

La classe (critica) non è acqua: non soltanto i nomi sono di rispetto e si presenta, in ossequio all’ottica compilatoria, dictat di quest’anno, una lista con ruggenti leoni di vecchio pelo (fra cui una felicissima riscoperta: Catone Ramello, ormai ottantenne e rintracciato dopo innumerevoli peripezie) e giovani leoncini, ma anche la scelta degli scatti è ineccepibile. Ben costruita, integrata con armonia fra le varie firme. Una delizia per gli occhi e per la mente, non più obbligata a compiere immani balzi fra i diversissimi livelli di qualità sino a ora sopportati e l’intreccio insensato di modi, stili, categorie.

Praticamente non c’è errore. E l’arte è tutta inconfondibilmente italica. Il tema è la “costruzione del paesaggio naturale e umano” nella fotografia italiana a cavallo fra il II e il III millennio.

Molto gradevole Gianluigi Colin e le sue composizioni citazionistiche effettuate con l’uso di pennellate di colore su montaggi in bianco e nero. Grandissimo è Paolo Ventura, che ammiro assai e di cui già scrissi qui su Arslife con le sue storie passate di provincia e di città ricostruite con maniacale abilità e concentrazione nell’enorme studio/magazzino. Davvero – per me – una scoperta Guido Guidi e le sue immagini di raffinata  poesia e straniante solitudine di magazzini e periferie abbandonate in bicromia (sembra quasi che abbia ispirato i migliori Botto&Bruno). Anche Marco Zanta, che vidi per la prima volta solo pochi anni fa, mi piace molto per la sapiente capacità di dosare il colore in termini formali e giocosi nelle sue grandi vedute di aree industriali (è affascinato dai porti, che per me rappresentano il soggetto più riuscito…). Poetiche le stampe alla gomma bicromata in tricromia diretta con fiori da ultra-flora e semi di piante esotiche di Giovanni Cappello. Il veneziano Luca Campigotto affina la sua arte già sapiente e applaudita nelle vedute di una sfruttatissima New York, che sotto il suo otturatore rivela nuovi lucori.

Classico e perfetto Olivo Barbieri e i suoi paesaggi lontani con il fuoco al centro che conferiscono una forte instabilità all’occhio. All’opposto si pone l’intimismo esistenzialista delle immagini di Bruno Cattani, un maestro di bellezza nell’arte fotografica. Infine, Renato Begnoni costruisce vere e proprie storie che svelano un’angoscia sottile (e un poco di maniera, per la verità) con la sovrapposizione di materiale umano vivo (ritratti o figure intere) e materiale umano “scientifico” (radiografie di crani, toraci): vanitates di forte impatto e grande calibro, quando al meglio.

Rincuorata, cambio sala.

E, sarà per l’effetto benefico, sono attratta subito dalla buona mano di Lino Fiorito, napoletano, aduso al lavoro per teatro e cinema, che inquadra con sapore colori e forme. Presenta tre acquerellini (mi pare) senza ambiguità, senza percepibile tradizione, abilmente costruiti e diretti al segno; è consigliato da Ivan Cotroneo.

Ma l’oasi presto lascia posto al deserto. Mi preparo a uno sconfortato De profundis.

Orripilante la congerie di terrecottine di mano della svizzera (svizzera?) Cordelia Von Den Steinen, invitata da Sandro Bondi, il quale, oltre a sbagliare scelta, sbaglia pure Nazione di riferimento (sarà un lapsus o siamo già alla ricerca d’espatrio mediante captatio benevolentiae?).

Da piangere anche la povertà di segno di Isabella Gherardi, consigliata da Gaia Servadio; e ancor meno buona la fatica da fiera strapaesana di Monica Ferrando, proposta da Giorgio Agamben. Non posso fare a meno di singhiozzare di fronte a queste due illustri mogli, con certezza anche ottimi cervelli, che si perdono, incaponendosi, in ciò che in tutta evidenza non è il loro giusto mestiere.

Ma non sono solo le donne a deludere in quest’ultima tranche. Una “cosa” a terra richiama lo sguardo ormai appannato: un nudo maschile sdraiato sopra uno scheletro in posizione di proskìnesis è l’ingiudicabile scultura di Nino Longobardi, caldeggiato addirittura da Vincenzo Trione. Non si può credere a una simile accoppiata. Come fare d’ora in poi, quando penserò all’uno leggendo l’altro (e viceversa)?

Basta, è straziante. Cosa si recita il Venerdi Santo? Mi pongo autonomamente in Quaresima: devo aver compiuto un orribile delitto per arrivare a questa deambulatio dantesca da Prima Cantica.

Ora decido di cercare solo opere che mi risollevino. E le trovo, malgrado l’affastellamento di ciarpame e un’occhiata di sghembo all’ulteriore nota stonata di Patrizia Atti scelta da Luigi Koelliker.

Le povere “Quattro Presenze”, poetica installazione in materiali diversi (legno e ferro principalmente) di Vincenzo Balena, che ha ricevuto la chiamata da Maurizio Cucchi, stentano a respirare costrette in uno spazio esiguo e indecoroso per un’opera che, come quasi tutte qui, ma in special modo le rare sculture e installazioni, ha necessità di essere osservata a tutto tondo e in un ambiente minimal. Malgrado questo, l’occhio allenato da cacce ai tesori riesce a intenderne la qualità estetica e la grande capacità compositiva.

Mi piace anche lo strano “pianeta” popolato di umanità disperata, immensa ceramica in bianco e nero dal diametro di circa tre metri, di grande effetto, ottima tecnica e resa efficace dei contenuti di Ettore Greco, un artista che lo storico Giordano Bruno Guerri (non a caso Presidente della Fondazione del Vittoriale) decise di presentare in Biennale.

E, alla fine, mi faccio piacere anche un’opera che altrimenti avrei considerato media (all’interno della sua consueta produzione) di un buon artista come Franco Guerzoni, il bianchissimo “Impossibili Restauri” che colpisce per la sommessa eleganza e riposa finalmente l’occhio. E’ consigliato da Marco Santagata e Massimo Vitta Zelman.

Ma si spegne il poco entusiasmo, alla vista dell’assurdità bio-tecno-genetica di Salvatore Scafiti, che il brillante e poliedrico Gianluca Nicoletti ci dona in Biennale. Annichilato dal concetto, l’artista, di origine catanese ma residente a Villafranca di Verona, perde di vista il temperamento e sottopone la capacità al regime di altro che non è arte, ma letteratura.

E ancor meno gioisco (pur rincrescendomi subito per la mancanza di rispetto) per la presenza del tristissimo Trento Longaretti, vecchio Maestro di onesta virtù, amato da Enzo Bianchi.

Si ricomincia con la cucina degli orrori… Strabuzzo l’occhio, stupefatta davanti alla scelta di Francesco Alberoni, che premia l’improbabile figura d’artista “delle emozioni” Luciana Matalon, musa milanese con Fondazione annessa in pieno centro a lei medesima intitolata.

E, giusto per dare l’affondo (non) finale, mi si stampa avanti al naso, per causa della solita penuria di spazio vitale, il rutilante quadrone dal titolo “Smarrimenti della terra nell’espansione dell’Universo” di Nelson Loris Ricci che riceve l’imprimatur di Gianni Letta (ma sarà vero?).

La palma del peggior ensemble in assoluto va al pseudo-trittico composto dalle opere di Massimo Mariano, tutor: Arrigo Cipriani, Giuseppe Veneziano, tutor: Andrea Pinketts e Fabrizio Paglia, tutor: Valerio Massimo Manfredi. Sono talmente fuori fase (artisti e tutors) che sembra quasi uno scherzo…

In questo tour al cardiopalma mi rincuora la visione del finalmente ottimo Gianfranco Pardi con un’opera recentissima (2010) che un Salvatore Carrubba di palato fino ha pensato dovesse essere fra gli happy manies di Sgarbi. Qualcuno direbbe perle ai…, io no: non mi sento un suino! Ma come si sentirà, invece, il nostro grande “costruttivista” astratto in un simile pastiche?

Maria Luisa Spaziani sceglie invece la “Marea” fascinosa di Giovanni Soccol, mostrando buon gusto un po’ retro. Ma non spaccheremo, per questo, il capello in quattro.

Anche l’opera di Nicola Samorì che Riccardo Muti e Silvia Avallone prediligono fra gli artisti italiani, “Scoriada”, rincuora per il sempre bel vedere, ma – per la verità – non è una delle prove che avrei scelto per rappresentare il raffinato e cerebrale pittore dall’Antico. Certo, Samorì ha bisogno di ombrose e suggestive solitudini o espertissime mani di allestitore per essere mostrato al meglio… qui non ha quasi scampo.

Salvatore Veca resta sul sicuro e ci consola con un particolare Ercole Pignatelli di grandi dimensioni e di soggetto classico (lievemente declinato in pop): un vasone rosso cina arricchito da un mazzone di fiori colorati. Si poteva, anche per lui, trovare un esemplare più qualificato. Ma ho sempre detto che è migliore il padre del figlio…

Fa male al cuore (e dài) vedere lo scialbo pitturino simil-Vedova di Silvio Formichetti che il grande Dario Fo ci vorrebbe far credere sia quanto di più appetibile sulla piazza italiana. E valga la medesima fitta, considerando che la sconcertante “Nera Nuda (Africa con violoncello)” di Giuseppe Bergomi è stata richiesta da Mario Botta.

Sono sempre meno sicura che queste accoppiate corrispondano al vero…

Perfino Marco Petrus , il cui mentore sarebbe Marcello Veneziani, non supera un voto di sufficienza. Eppure qui, se tanto mi dà tanto, avrebbe potuto ben emergere. Non riuscendo a “entrare” la scorsa edizione – quando i suoi principali estimatori avrebbero potuto promuoverlo – giunge a questa, ma con una deludente, quanto inutilmente ingombrante, partecipazione.

La medesima affermazione qualifichi un altro rappresentante della neo-figurazione italiana delle architetture moderniste, Angelo Davoli, scelto da Fabio Fazio: a una discreta qualità della pittura non corrisponde la scelta giusta per ben figurare.

Interessante la grande scala ingabbiata (“Escape”) di Federica Marangoni, artista multimediale che riesce a coniugare estetica e messaggio in modo equilibrato e con buona caratura formale. Ma non so più come sgolarmi: quest’opera ha bisogno di spazio! Non si nota e si supera con una facilità che non merita. Lo sforzo inane è stato caldeggiato da Alvise Zorzi.

In un angolo in fondo alla salona, strettini e defilati, si misurano in una competizione da liceo artistico (anche i nomi sono scritti alla bell’e meglio su foglietti di carta posticci) le opzioni del great curator in persona fra i cosiddetti “Clandestini” una rosa di ragazzi illusi e sub-categorizzati “delle Accademie contro le Accademie” (non so più che preghiera potrei mai invocare a loro favore; forse non sarà sufficiente l’intera Coroncina allo Spirito Santo): Luca Abate con una specie di mimetico post-litteram, Luna Miscuglio e la sua opera“Fake”che inquadra una bella chiostra sorridente di radiografia ortodontica virata in seppia e Margherita Ragno con una tela che ritrae una cicciona in calze di pizzo. C’è un commovente video autoprodotto, su youtube, che riprende i ragazzi sospirosi ed eccitati e buona colonna sonora d’antan (la cosa migliore) di fronte all’Onnipotente Guaritore. Cosa ci si aspetta che dovrei dire?

Un poco mi risollevano le due stampe a inkjet su carta cotone di Luca Tamagnini che un generoso Stefano Folli volle donarci. Sono belli i suoi paesaggi costieri, poetici e emozionanti. Non sono esperta, e so che la materia fotografica è scabrosa e molto specifica, ma il tratto così totalmente pittorico e l’inquadratura perfetta mi soddisfano. Soprattutto qui.

Passo nella seconda area del Padiglione, che accoglie artisti italiani di buona fama – alcuni, internazionale – oltre alla ricostruzione del Museo della Mafia progettato da Vittorio Sgarbi a Salemi.

La prima opera che incontro è l’ottima “Arancione/BiancoSporco-Tic/Tac” di Claudio Rosi: una grande parete con 28 inquadrature fisse del medesimo busto nero-occhialuto cui è sovrapposta l’identica immagine in video in dimensione monumentale che oscilla (tic/tac) a destra e a manca ambiguamente e rumoreggia senza posa. L’effetto décor esiste – e siamo al limite –, ma è più potente la riuscita vena pop per via della sapiente costruzione dell’opera. Finirà, prima o poi, di cambiar bandiera il nostro inesausto fantoccio italiano? L’editore Fausto Lupetti propone questa buona rappresentanza, in linea con la sua attività e la sua cultura.

Alla costa opposta è incistata un’installazione “sottocoperta” (credo legata intenzionalmente al piano superiore soppalcato che ospita il Museo della Mafia) dal titolo “Veidrodis” di Velasco Vitali con i suoi bronzi proni, striscianti e macilenti che pare prediliga recentemente rispetto al primo (e migliore) amore: la pittura. Non mi piace, e l’opera non rende giustizia della sua bravura: sono assai meglio le versioni in studio preparatorio. Come poté perdersi questa buona promessa (quindici-vent’anni fa) dell’Officina Milanese? Giulio Giorello caldeggia l’artista ma sceglie (è davvero di Giorello la scelta?) inadeguatamente.

Poco più avanti, prende posto la curiosa, semplice e corretta arte del ceramista di Burgio Carmelo Giallo, che Sgarbi afferma aver “fatto segnalare” da Jas Gawronski. E’ in realtà una buona riscoperta (annunciata) che, per la sua particolare dimensione specialistica, si perde nella confusione del clima da Far West. Peccato, quando ci si azzecca, si sbaglia.

Salgo una scaletta che porta a un’ampia area soppalcata. Qui è ricostruito il Museo della Mafia, dedicato a Leonardo Sciascia, che il Sindaco Vittorio Sgarbi volle in Salemi, dove ha sede all’interno del Collegio dei Gesuiti. In Sicilia, a seguito di alcune polemiche (e qualche svenimento di signore troppo sensibili) dovute all’esposizione di documenti di particolare violenza, il Museo è vietato ai minori di 16 anni. Qui non mi pare di vedere il limite, ma non è un male, secondo me.

Il Museo in distaccamento veneziano si snoda su diversi livelli, nel tentativo di riproporre quanto più fedelmente il circuito originale, che viene reso in piena completezza. Sgarbi affermò un paio d’anni fa che “ la mafia è morta e dobbiamo prenderne coscienza ”. Nel 2010 (anno d’inaugurazione) sostenne che aver costruito “il museo significa prendere le distanze dal male”.

Prendiamone pure le distanze. Del resto, qui, non si vede quasi nulla. La luce è fioca ed è accorgimento voluto. Ma, acciderba, il percorso non è così semplice e ogni tanto si rischia l’inciampo.

Dopo un lungo corridoio alle pareti del quale sono presentati in semplici cornici documenti storici e servizi di cronaca legati agli omicidi e ai principali scandali di Mafia dalla seconda metà dell’800 a oggi, si passa a un’area in cui trovano posto dieci cabine in legno (capirò poi che sono cabine elettorali degli anni ’50 del secolo scorso). All’interno di queste, di circa un metro quadro di base, sono proiettati video che presentano alcuni temi cardine del “vivere mafioso”. Il visitatore potrà osservare filmati su stragi, intimidazioni, amministrazione economica del patrimonio mafioso, rapporto fra mafia e religione, tra mafia e politica ufficiale, importanza dei legami famigliari; non manca una denuncia relativa all’abusivismo edilizio e alla speculazione di cui è stata fatta oggetto Palermo, distruggendo interi quartieri storici… alcune ricostruzioni fanno sorridere, altre sono inutilmente granguignolesche, altre sono più efficaci.

In diversa saletta trova posto la polemica sgarbiana contro le pale eoliche ritenute un insulto per il paesaggio.

Un’installazione, quella delle cabine, ingenua che mostra poca confidenza con il medium espositivo, pur mantenendo una sua sincerità d’impostazione, anche se l’ottica è troppo soggettiva e priva di un fondante proposito storico-documentale e politico.

Chissà cosa si voleva esattamente ottenere: un po’ di videoarte, un po’ di denuncia, un po’ di archivio…

Proseguendo il percorso incontro operette varie di artisti convocati per l’occasione e altri già ospiti del Museo siciliano: sono di varia qualità e poca sostanza. Non c’è altro da dire. E così valga anche per la discussa (e certamente discutibile) partecipazione del mafioso e collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo. Poiché non è artista cui non si possa rinunciare, non vedo il motivo di una tale presenza, se non quello di suscitare l’ennesimo scandalo artificioso e artificiale.

In un antro illuminato con lampada di wood (mi pare), trova luogo un “Compianto” in stile cinquecentesco, costruito con cadaveri mummificati rivestiti di cenci. E’ una delle pluri-commentate opere di Cesare Inzerillo che utilizza questo “materiale” per fare arte e che collabora con il Museo sin dal suo concepimento. Non mi piace: non mi piacciono i cadaveroni in posa teatrale, non mi piace l’idea, non mi piace il progetto dell’opera. Non mi suscita alcuna reazione particolare: non ha tocco d’arte né di denuncia. Un’inutile esposizione d’ossa e pelle brandelluta. Sensazionalismo nel solco di una distorta contiguità siciliana da “Catacomba dei Cappuccini take away”.

Fine del Museo. Scendo la scala del soppalco e mi si apre l’unica sala ariosa in cui trovano posto alcuni fra i nomi storici dell’arte italica. Come per l’installazione di Velasco, credo – temo – che l’intenzione sia di riprendere idealmente i contenuti del Museo di Salemi. Ma le opere, manco a dirlo, sono pessime.

Ed è qui, forse, il maggior delitto.

Jannis Kounellis , ospite controvoglia (con inutile polemica), occupa tutta una parete con un immenso telero di lenzuoli bianchi chiodati di proprietà di Alda Fendi che qui lo portò direttamente dalla sua Fondazione romana: è un’opera brutta e ridondante. Bertozzi & Casoni, già bistrattati due anni fa, ancora sono graticolati (fuor di metafora) con l’esposizione di una sedia elettrica circonfusa di leggiadre farfalle. Come è possibile ancora una volta vilipendere questi due grandi che, da soli, potrebbero ben rappresentarci in una Biennale costruita ammodo? La loro partecipazione si deve a Walter Siti. Gaetano Pesce (richiesto da Alain Elkan) presenta un’Italia insanguinata in resina rossa appesa a mo’ di Crocefisso in mezzo a Cattedrale. Anche qui il barocchismo dilaga. Pesce è assai più felice quando utilizza il suo estro per oggetti di design furbo e ilare (e carissimo…) nei museum shops più chic. E infatti il suo trono di spaghetti multicolor che troverò nel Giardino delle Vergini è più agréable

E’ troppo, però. Sono giunta al capolinea anche della Corona Angelica e la mia modesta sapienza in tema di fervore cattolico non ha più armi al suo arco.

Ma all’esterno, purtroppo, c’è ancora da sbigottire.

E’ stupefacente la scarsa qualità delle opere. C’è una crudeltà pervicace e “criminosa” che fa pensare (ancora una volta dopo lo sbalordimento di due anni fa) al volontario massacro di qualsivoglia criterio intellettuale, artistico, teorico che dovrebbe sostenere la nostra arte in una rassegna biennaliera.

Le pompose statuone in marmo della pomposa Vanessa Beecroft (calchi delle consuete modelle delle fotografie, rifiniti in magnifici marmi dalle brave ed esperte maestranze del carrarese Studio Nicoli), volute da Vittorio Sgarbi in un momento particolarmente pressante – e pericolosamente vicino alla vernice – per cui era necessario reperire qualche nome del “bel mondo” dell’arte contemporanea mentre altri convocati si davano prudentemente alla fuga, sostano in pose diverse sulla ghiaia candida dell’arioso bacino. E’ un mediocre ensemble concepito senza alcun talento compositivo, che richiama alla mente certa arte da salotto borghese tanto di moda negli anni ’80 del secolo scorso. Ma, in genere, quelle “cose” avevano anche la funzione di sostenere i tavolini da caffè davanti al divanone damascato…

L’artista genovese è stata coartata (ma anche qui è parziale artifizio) da Linda Nochlin, profonda studiosa della pittura americana e grande amica di Federico Zeri.

Nel Giardino delle Vergini, luogo mistico contaminato da un’accumulazione irriguardosa (grazie a Dio solo) nei pressi del Padiglione, sostano ulteriori nomi italioti con relativi méntori.

Un bronzo puntuto dal passo lungo si rivela, pessimo, quale opera dal titolo “Bribrobravo” di Marcello Pietrantoni. Osservo con enorme perplessità il nome del patròn e mi convinco sempre più che qualcosa non gira, da queste parti: trattasi di Stefano Zecchi.

L’editore Christian Maretti, invece, che sempre incrocia le strade della Biennale, consiglia un bucone sporco su parete in cemento di mano di Lorenzo Quinn, bel figliolo prestato all’arte visiva. L’opera ha il titolo allusivo “This is not a game?” e riporta alle questioni fondanti nella vita di tutti noi. Sento che all’isola di San Servolo è ospitata un’altra sua installazione di dimensioni monumentali dal medesimo titolo. Peccato l’artista senta il bisogno di spiegare che l’idea a base della serie provenga dalla quotidianità con il figlio che diventa metafora della condizione umana e il pàthos si smonta come sufflè malriuscito.

Una metopona marmorea di Filippo Dobrilla, artista selvadego e sinceramente innamorato della scultura, mostra le parti inferiori di due giovani accucciati e in conversazione, in posa classicamente concepita (“Virgultum Iuvene”).Sgarbi sostiene che questo singolare scultore, che vive autarchicamente sulle colline di Pontassieve, tenta la pietra alla maniera di Michelangelo. Non c’è dubbio che la maestria sia presente. Ma il resto? Appena accettabile copia dall’Antico, sulla carta imposta da Luigi Mascheroni.

Non riesco più a procedere. Non ho più giudizi, neppure sommari, da dare. Molto è lasciato nella penna per l’impossibilità di cernita completa, molto per pura compassione e carità (è il caso di dirlo) di Patria. Solo Bonami aveva fatto quasi altrettanto male nella 50a edizione del 2003, ma almeno questi non aveva coinvolto direttamente il nostro buon nome.

Voto: Ai miei tempi si utilizzava l’unica espressione aggettivata concessa al posto del più esplicito numero: “inclassificabile”.

Finisco, quasi rimbambita, nel Padiglione della Cina, con cui non sono “in buona” quest’anno, ma nel quale confido comunque per la sempre attenta scelta e per la decisa impronta teorica di ogni esposizione veneziana. Non sarò delusa, anche se la complessiva qualità delle opere e degli artisti mi pare lievemente inferiore a quella della scorsa edizione.

Il curatore e ideatore del progetto è il potentissimo Peng Feng, vice Direttore del Dipartimento di Estetica e Ricerche Pedagogiche dell’Università di Pechino. Tutti gli artisti scelti, tranne uno, provengono da quest’Ateneo; questione che provoca fra gli esperti qualche perplessità, considerato il gran numero di scuole e il bacino potenziale di opzioni che avrebbero condotto in laguna una maggior varietà culturale. Non vengono considerati, ad esempio, gli artisti delle notevoli accademie del Zhejiang ad Hangzhou e del Sichuan. L’Accademia Centrale di Pechino emerge, quindi, come il “sistema” cui fare riferimento per le rassegne internazionali. Ma, ragazzi, dopo quel che ho visto, mi sembra che davvero abbiamo di che pettinar bambole…

Peng Feng intitola il Padiglione “Pervasion”, indicando un percorso sensoriale del visitatore che accoglierà passivamente gli stimoli dell’arte cinese intrisa di caratteri legati alla propria tradizione. Le premesse sono ottime. Una trappola per l’Occidente che, credendo di sapere, viene affascinato e conquistato dall’Oriente.

Gli artisti presenti sono cinque, come cinque sono gli elementi della cosmogonia cinese: acqua, fuoco, terra, legno e oro, i quali, combinati, danno origine alla vita e a tutte le cose esistenti (sembra già un miracolo, dopo la sbornia di prima…). Cinque sono i caratteri nazionali che il curatore chiede ai suoi di spiegare al pubblico della Biennale. Pan Gongkai presenterà le qualità del loto, Liang Yuanwei della Baijiu (la grappa tradizionale cinese), Yang Maoyuan della medicina, Cai Zhisong del tè e Yuan Gong dell’incenso.

Pan Gongkai (presidente dell’Associazione degli artisti cinesi e presidente dell’Accademia Centrale di Belle Arti di Pechino) apre il tour con un tunnel lucente alle cui pareti dipinge informalmente piantagioni di loto (“Snow melting in Lotus”, 2011), sulle quali piovono fiocchi candidi che si scoprirà essere lettere. Proiettato lungo la sommità delle pareti laterali, difatti, è l’articolo dell’artista “About the border of Western Modern Art” che tratta dell’arte occidentale portata alla conoscenza (dopo anni di distanza forzata) dei cinesi. La relazione inscindibile fra pittura e scrittura è uno dei canoni fondanti dell’estetica nazionale. Ma l’arte cinese, qui, entra in contatto senza reverenze e scarti linguistici con quella occidentale. A terra, fiori veri dovrebbero rendere profumato l’ambiente e integrare il senso di meraviglia risvegliando anche l’olfatto. Ma il profumo – almeno quando fui io in visita – non emanava da nessun canto. Peccato. L’opera è bella, poetica, complessa, intelligente, rigenera e fa ricredere anche su quest’arte che mostra un lato colto assai più alto di quello ammannito per anni alle orde del collezionismo d’Occidente. Sembra proprio che in Cina un’era, finalmente, sia giunta al termine. Ora sarebbe necessario procedere con il resto…

Yuhan Gong , unico artista non selezionato dalla nomenclatura in quanto dottorando all’Accademia Nazionale Cinese delle Arti di Shanghai , ci regala nebbie d’incenso al nostro passaggio all’interno del magnifico padiglione industriale (“Empty Incense”, 2011). Nuvole vaporose s’alzano e inondano l’ambiente, posandosi sui visitatori, intridendoli di profumata umidità. Delicato, efficace, con la levità di chi si serve di mezzi semplici e risulta incisivo.

Serrate come termitaio in agitazione, centinaia e centinaia di anforette dalla bocca minuta sono a terra sparse per ogni dove: il piccolo esercito di terracotta è costituito dalle boccette della medicina cinese, anch’esse intrise di tenue profumo di erbe medicinali. E’ la suggestiva installazione All Matters Are Visible”, così come afferma l’arte dell’agopuntura, non considerata dalla scienza occidentale, di Yang Maoyuan che utilizza, qui all’infinito, l’amatissima forma sferica per la quale è famoso internazionalmente . Questo artista,nato nel 1966, è l’unico esponente qui a Venezia del Gruppo dei 140 che esposero nella storica rassegna del febbraio 1989 China Avant-Garde Art Exhibition (Zhongguo Xiandai Yishu Zhan) , alla China Art Gallery di Pechino . Fu la prima e ultima mostra dell’avanguardia cinese maturata nel decennio precedente e speranzosa sulla possibilità di far risorgere l’arte nazionale attraverso nuove e originali concezioni estetiche ottenute con il continuo confronto fra tradizione dei letterati, realismo rivoluzionario e cultura occidentale. Il movimento, da cui prende avvio la gran parte degli artisti poi approdati in Occidente negli anni successivi, fu poi subito stroncato e sciolto forzatamente dagli avvenimenti del 4 giugno 1989.


Dell’eccellente artista (unica donna) Liang Yuanwei osserviamo l’opera“I Plead: Rain”, la quale mostra il ciclo di produzione che stilla goccia a goccia la grappa tradizionale Baijiu (o huangjiu), ottenuta da grano fermentato, in un bacino che – però – la riporta al tragitto iniziale in un loop senza fine, così come senza fine sembra l’apporto della cultura tradizionale nell’arte della Cina contemporanea.

All’esterno, in Giardino delle Vergini, trovano posto le scenografie ludiche e metafisiche delle nuvole paffute di Cai Zhisong. L’artista ha utilizzato particolari e modernissimi accorgimenti per accordare il movimento delle nuvole (l’installazione più importante della serie “Cloud” che completa una sorta di trittico ideale con le precedenti serie “Motherland” e “Rose”) alla temperatura e alla luminosità della giornata. Il pubblico potrà camminare in mezzo a un cielo artificiale, pervaso da un delicato profumo di té e ottenere (solo se provvisto di opportuni paraocchi per escludere dal guardo l’ottusa e caotica area italiana purtroppo contigua) una benefica sensazione di calma zen. Segnalo senz’altro il bellissimo link che spiega la fatica del “making clouds” dell’artista cinese:en.cafa.com.cn/cai-zhisong-recent-creation-cloud-floating-over-venice.html.

L’artificio è stupore; lo stupore abbinato a una raffinatissima tecnica e un eccellente risultato estetico, in arte, è Cina.

Voto: 6 e mezzo (poi si toglie mezzo punto per via della vicenda che coinvolge Ai Weiwei e la sua ingiusta segregazione, poi si aggiunge mezzo punto per l’eccellente curatela).

Questo è l’ultimo Padiglione Nazionale presente negli spazi “canonici” della Biennale.

Rimangono, alle nostre stanche membra, da considerare gli ultimi artisti scelti dalla Curiger per completare il circuito ILLUMInations nel Giardino delle Vergini, occupato sino al limitare dell’isola.

Sarà un bel vedere, lo dico subito. Per cui, raccogliendo le forze rimaste, consiglio di non abbandonare il campo sino alla fine.

Procedendo verso destra nel Giardino, spalle ai Padiglioni, c’imbattiamo nei resti di una performance che fece assai discutere i visitatori. In un’area appartata osserviamo una fornace per il vetro e quelli che sembrano gli scarti della fusione; materiale vario e detriti (più che altro) rimangono a terra, testimonianza di qualcosa che fu. I Gelitin (collettivo di artisti austriaci, qui co-prodotti dalla fondazione viennese Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. ), seguendo idealmente la strada aperta dai loro precursori azionisti, riprendono l’attività performativa in arte, adattandola alla temperie culturale dei luoghi di esposizione delle loro opere. Per Venezia approntano “Some like it hot” che si avvarrà della partecipazione di altri performers, della band punk newyorkese Japanther e del coinvolgimento dei visitatori (pregati di be beautiful themselves).Molti amici mi parlarono della produzione di lava vitrea iridescente durante la vernice (metafora della fecondazione dell’area boschiva circostante), di riti orgiastici e provocatori in linea con i “padri ispiratori” (atti di sodomia con banane, tentativi di accoppiamento con gli alberi, e cose del genere). Peccato che tutta l’euforia dionisiaca sia defunta dopo i primi giorni di apertura. Vedo in quest’arte a tempo un filo di snobismo – inevitabile, lo capisco: non si può essere performativi e instancabili per sei mesi consecutivi -, ma perché mai devono essere premiati alcuni e altri rimanere a bocca asciutta? Almeno un videino lasciato in loco per vedere ciò che acadde… Al grido di “dopo di me, il diluvio”, i Gelitin abbandonano compagnia e fornace alle vuote considerazioni di chi non era presente al loro esclusivo passaggio. Pollice verso.

Un’altra “cattedrale” si apre ai nostri occhi mentre osserviamo l’ottimo lavoro di Trisha Donnelly ospitato in un magazzino in pietra ai margini del giardino. L’artista, non nuova alla Biennale e all’Italia (soprattutto in virtù di una bella retrospettiva concepita dal MAMBo non tantissimi mesi fa), mantiene quella folgorazione del piano inclinato contratta come virus dopo l’incontro con l’arte morandiana. Data la mia infantile propensione a considerare con occhio di riguardo ogni aspetto dell’arte che derivi dal nostro grande pittore, mi compiaccio oltremodo e giudico molto positivamente il blocco scanalato di marmo venato di rosa che si staglia nella solitudine delle volte di questa chiesa laica. Un rudere antico, ma nuovo nell’innaturalità della composizione delle luci che creano sempre nuove ombre nei tagli e nelle innervature della pietra. Bello e basta.

Poco più avanti, in questa selva di casette basse recuperate, Frances Stark, artista californiano, ci delizia con un video gustosissimo che fa il verso al machismo italiano e gioca sull’ambiguità del senso delle parole, dell’accento che qualifica, delle domande senza risposta, dell’impossibilità di comunicare se non attraverso luoghi comuni. Il pupazzetto dall’apparenza gentile e buffa e voce metallica da navigator su fondo verde acido (“My best thing”) intesse una conversazione-intervista con una presenza femminile fuori campo, alla quale, invece di rispondere appropriatamente, tenta di mostrare la sua impagabile qualità amatoria. Chissà a chi si riferisce, il buon Stark…

Aldilà della non troppo velata metafora, il video è ben concepito e l’ “errore” risalta con equilibrio.

Non altrettanto convincente il video del 2010 di Marinella Senatore“Nui Simu (noi siamo)” accoltonelle stanze contigue a quella di Stark.

Come spesso avviene con la nostra ottima artista, il fulcro dell’opera è costituito da una rappresentazione ricostruita o riportata originalmente (o, spesso, commista dalle due componenti documentali) di un fatto storico che coinvolge comunità intere di abitanti, lavoratori, cittadini. La denuncia sociale si accomoda all’interno del linguaggio artistico in modo non convenzionale, ma attento alla singola voce, alla singola esperienza in un affresco dalle differenti modulazioni. Spesso la partecipazione attiva dei protagonisti (anche alla produzione dell’opera) rappresenta un punto di forza dell’attività della Senatore, che – non a caso – mi piacque in questo stesso circuito all’interno del Padiglione Centrale ai Giardini.

In questo caso, il video presenta la storia di un gruppo di minatori di Enna, giovani all’epoca degli avvenimenti oggetto d’indagine, ora anziani. Ampia parte del racconto è riservata alla preparazione del video, al backstage. Non so se è per causa di questo artificio nell’artificio, ma l’opera mi sembra perdere di mordente, diventare meno incisiva e troppo didascalica.

L’artista Sturtevant (Leone d’Oro alla Carriera), statunitense che vive a Parigi, rappresenta in un turbinio sapiente e con straordinaria quanto naturale abilità tecnica e compositiva una cernita dell’immenso patrimonio di immagini emblematiche dell’Occidente più adatte al “consumo veloce” al suono suadente di passi da tanguero. Il bellissimo video ha titolo “Elastic Tango”: strappa il sorriso, affascina, piace incondizionatamente per la formula semplice ma coinvolgente. Per l’arte di comporre e saper disporre. L’opera è allestita all’interno di una suggestiva torre di guardia delle bocche di darsena aperte verso la laguna. Questo è il “posto dell’arte” più bello del mondo…

Fuori dalla torre, su quest’estremo lembo di terra, si stagliano con colori fluò che colpiscono gli occhi i curiosi componenti del gruppo di Katarina Fritsch che la Biennale scoprì nel 1999 per via dei suoi giganteschi toponi neri minacciosamente in circolo e pronti a colpire.

L’artista rileva la sua personale iconografia dall’amplissimo materiale offerto dal folklore, dalla tradizione, dalla religione e ne riproduce gli stilemi approfondendo l’analisi con la monumentalizzazione e semplificazione dei particolari e dissacrando i contenuti attraverso il riso della ragione. Quest’anno il gruppo “Stilleben” presenta un San Nicola, una Santa Caterina, un uovo, un serpente e un enorme teschio (simboli della vita, del male e della morte) quasi un compendio del bagaglio (e delle responsabilità) della cultura occidentale bloccata da una tradizione che intriga e non lascia spazio al rinnovamento. Devo dire che mi è piaciuta di più altrove, la nostra laccatrice tedesca di statuone, anche moltiplicando utilmente le metafore e attingendo ad altre più antiche culture.

Ma ciò che moltiplica l’incanto di quest’ultima parte della visita all’Arsenale è lo stupefacente giardino, talmente stupefacente da non poter essere sorto da Caso e Natura. Difatti è splendido artificio, opera di Piet Oudolf, paesaggista olandese fondatore del movimento “New Perennial” che predilige la piantumazione di piante erbacee semiselvatiche e selvatiche e graminacee en masse a cicli di fioritura continua e disposizione secondo immaginarie linee spezzate – curve e rette – che imitano l’andamento di un giardino in preda ai venti e alle crescite scomposte, ma in realtà combinate in maniera sottilmente “naturalistica” (e “impressionistica”, direi io). E’ talmente bello che ottenne meritatamente il Leone d’Oro durante la 12a Biennale d’Architettura (2010), quando fu progettato e donato a Venezia dal prodigo e geniale olandese.

Conclusioni alla mostra “ILLUMInazioni” di Bice Curiger : A parte la straordinaria (anche qui all’Arsenale) messe di artisti svizzeri sbarcati per la prima volta in laguna (non che ci sia qualcosa di male, ma la sensazione che non si cerchi troppo lontano rimane…), in questa seconda parte della mostra, la Curiger affina parzialmente la scelta delle opere e la loro disposizione. E’ del resto aiutata dalla struttura lineare del percorso che, per una prima della classe quale è la Nostra, è perfetta, perché non permette digressioni, arricchimenti o ripensamenti. La “mano” critica, tuttavia, resta sempre contratta, trattenuta, come se temesse di sbagliare (e, quindi, sbaglia) e l’alternarsi di opere rassicuranti e poco profonde ad altre tecnicamente ottime la dice lunga su comela Curiger concepisca l’arte contemporanea. Una sequenza di “lavori” che devono avere un concept impeccabile intellettualmente, una resa tecnica almeno passabile, una proposizione di fondo non particolarmente stimolante. Roba da Museo, insomma…

E’ troppo poco, Bice.

Al termine del tour arsenaliano non si va dall’altra parte della Darsena come due anni fa: le rassegne ospitate all’Arsenale Novissimo, Spazio Thetis (ad esempio “Round the Clock” e “One of a Thousand Way to defeat Entropy”, oppure i Padiglioni di Sudafrica e Bielorussia) non si possono raggiungere perché il breve tragitto acquatico, nel 2009 coperto da una lancia-traghetto, non è più percorribile. E’ pazzesco: quelle mostre, confinate in uno dei luoghi più suggestivi ma più complessi da raggiungere, arrivando da Nord, sono destinate a un quasi certo oblio. Mi giuro che tornerò solo per loro, tanto più che, al contrario della consuetudine, sono aperte il lunedi.

Usciamo quindi dal Giardino delle Vergini da un passaggio che conduce, dopo aver attraversato il vasto e solare campo di San Pietro di Castello (e visitato la più antica Basilica veneziana, fondata nel VII secolo e consacrata dal Vescovo di Eraclea, San Magno, ai Santi Sergio e Bacco; nel 775 il doge Maurizio Galbaio vi crea una nuova sede vescovile, che nel 841, sotto il potente vescovo Orso Partecipazio, fu dedicata a San Pietro apostolo; la Basilica è il simbolo della prima comunità lagunare, che formerà poi il Ducato e la Serenissima; all’interno è conservato il cosiddetto “trono di Pietro”, che si dice appartenesse al Santo quando fu vescovo di Antiochia, in realtà arredo composto di diversi elementi in pietra il più importante dei quali è una stele araba con versetti del Corano scritti in cufico), all’imbarcadero di San Pietro (linea 42), dove un provvido vaporetto ci porterà nuovamente verso il Canal Grande sino a San Zaccaria.

Ma prima di giungere al vaporetto, ecco rivelarsi la sagoma dello “strillone” della mostra di Cristiano Pintaldi (Roma, 1970), evento collaterale della 54a Biennale di Venezia, curata da Achille Bonito Oliva e ospitata in un fascinoso ex magazzino navale ristrutturato per l’occasione e convertito all’arte. “Lucid Dreams” è la prima personale di Pintaldi a Venezia, organizzata dall’associazione no-profit Opera Rebis, che predilige i progetti artistici in spazi non convenzionali.

Le undici opere (acrilici su tela) presentate sono di grande formato, quasi tutte inedite e sono eseguite fra il 1994 e il 2011. Il che vuol dire che, se la mostra è “riuscita”, si deve all’attenta scelta (da parte del critico?) degli elementi che la costituiscono. La tecnica pittorica è quella consueta: la riproduzione della puntinatura di un monitor, di pixels che scompongono ulteriormente il soggetto e lo allontanano dalla percezione che il pubblico ha dell’inquadratura riprodotta.

Finalità dell’artista è mostrare come la realtà storica che “patiamo” quotidianamente (i singoli fatti che la determinano) sia invece sogno, un mondo parallelo concepito affinché perdiamo coscienza di ciò che ci circonda e dei valori che dovremmo preservare. Ciò anche perché, se l’immaginario collettivo è costruito intorno a ciò che proviene da un monitor di PC e televisivo, da ogni parte del globo, annullando distanze fisiche e culturali, ciò che vedremo è per ognuno di noi il medesimo mondo, la medesima congerie di immagini.

Pintaldi ha mano riconoscibilissima, amata anche in U.K, sua seconda patria, con cui ha correttamente costruito l’inconfondibile cifra e la propria fama. Non sempre ha convinto per la facilità dei temi (a volte, banalità) proposti serialmente e per una certa discontinuità dei risultati che fa sempre pensare a “successo facilmente acquisito=produzione copiosa e senza nerbo”. Si colloca nella generazione dei pittori della neo-figurazione italiana che però lo vede più giovane dei suoi colleghi e con sapori formali differenti dal semplice “bel dipingere”.

Quando si impegna (e a Venezia si impegna) cattura l’occhio non soltanto con la bravura della mano, ma anche con la riuscita di poetica e contenuto. Gli altrimenti noiosi pixels, in questa mostra, bene si sposano con gli intenti di dichiarata innaturalità dell’opera, di voler provocare la sensazione di non-appartenenza, di estraneità al soggetto rappresentato che pur la totalità (o quasi) del pubblico conosce come icona domestica.

Non tutte le tele hanno la stessa qualità, ma la maggior parte è ottima.

Segnalo “File 09”, un acrilicone del 2004 di enormi dimensioni (cm. 140×830) che riprende uno still dal film kubrickiano “Eyes Wide Shut” e “File 82” (2007, cm. 140×320) che rappresenta un particolare del famosissimo ritratto in b/n dei tre pastorelli di Fatima, un mistero che rimane tale, soprattutto da quando è sovraesposto mediaticamente.

Mi piacciono anche il recente “File 06” (2011, cm. 185×281) che mostra giovanissimi (bimbi) monaci buddisti ripresi forse all’interno di uno studio televisivo e l’onirico “File 04” (2011, cm. 195×320) che ritrae il profilo glaciale delle isole norvegesi Svalbard, sulle quali è stata installata una sorta di banca del seme di tutte le specie vegetali classificate.



by Maria Enquist

Nel complesso, una buona rassegna, assai ben costruita, altrettanto ben presentata. Vale la pena di vederla: non cedete alla stanchezza dopo la lunga passeggiata in Arsenale, considerate che avete dovuto saltare l’area allo Spazio Thetis e qui recupererete almeno parzialmente.

Se l’Italia è esiliata, forse, rende al meglio. Di necessità, virtù.

Ora l’occhio è davvero esausto e, come sempre, lo stomaco gorgoglia.

Invece di tornare a San Marco, consiglio – per gli instancabili della Venezia “vera” – di muovere il passo al contrario e prendere la direzione delle Fondamente Nuove dal vaporetto di San Pietro (linea 41 a ritroso rispetto San Marco), verso la fermata “Fondamenta Nuove” dove si dovrà scendere. A piedi si torna in direzione dell’Arsenale per pochi passi e si incontra il piacevole bàcaro “Da Alvise” (tel. 041 5204185, Cannaregio 5045, chiuso il lunedì): la vista sulla laguna Nord è impagabile (isola delle Vignole, San Michele, Murano), e, con un poco di fortuna, in giornate limpide, si vedono le Alpi. E’ un posto semplice, con ricette di tradizione (seppie al nero, vongole saltate…); ma la pasta è verace e condita in modo speciale: linguine con broccoli e gamberi è il mio consiglio, completate degnamente dal pane fatto in casa che vale, da solo, la sosta.

Chi ha ancora fiato e voglia di scoperta potrà conquistarsi un indirizzo per pochissimi. In Campiello della Carità, a Sud della laguna Nord (Cannaregio 5176, tel. 041 5285433, chiuso il martedì) è il delizioso bàcaro “Alla Frasca”. Non intendo dire altro (né come arrivarci, né come trovarlo). Basti questo: pasta fatta in casa con pesce ma anche agnello e profumi poco lagunari che tradiscono una cucina diversa da quella del Nord Italia. E’ frequentato da maestranze del luogo soprattutto a mezzogiorno, da veneziani di zona e da un turismo di qualità. Ma per i turisti “colti” si arriva di sera e si gode la straordinaria posizione. Non si chieda altro. Mi auguro che qualcuno, un giorno, mi racconti…

Promisi, infine, una ricetta tipica per itinere. E, quindi, provvedo.

Velocissima che di più non si può, per chi soggiorna con cucina in laguna. Sugosa, saporita, splendida! quando si acquista la giusta mano con un poco di abitudine (in cucina è solo così, niente da fare per chi si improvvisa).

Papare’le coi figadini
Ingredienti per 4 persone:
400 gr di pappardelle (tagliatellone all’uovo) fatte in casa o acquistate, come sempre, a Rialto o dal pastaio di fiducia.
300 gr di fegatini di pollo
50 gr di burro
2 litri di buon brodo di pollo e tacchino (è importante! meglio lessare qualche volatile i giorni precedenti e sgrassare il brodo con un passino o una pezza di lino pulito)
Parmigiano grattugiato

Pulire i fegatini e tagliarli a pezzi minuti. Rosolarli nel burro, lentamente, aggiungendo pochissimo sale. Il brodo di pollo e tacchino va fatto bollire in pentola alta. Immergervi le pappardelle e scolarle al dente. Pappardelle e sugo vanno combinati senza alcun ripasso in padella, ma nella medesima zuppiera. Grattare abbondante parmigiano di ottima qualità. La ricetta proviene dalla terraferma della Serenissima. Le papare’le coi figadini erano degne (si diceva) di un desco regale. Vanno accompagnate, con deferenza, da un Bardolino di grande struttura.
Successo garantito.

Addenda al Padiglione Italia della biennale di arti visive 2011

1) Ciò che i “foresti” pensano di noi:
E’ vasta e articolata la produzione di insulti nei confronti della rappresentanza italica alla Biennale di quest’anno. Non per inutile masochismo, ma per aggiungere una nota di approfondimento circa il tema squisitamente nazionale “quanto è possibile andare oltre? nessun problema: c’è sempre un oltre”, riporto quanto affermato nella sua indagine sulla kermesse veneziana dalla giornalista Roberta Smith del New York Times, buona osservatrice dell’arte italiana dell’ultimo ventennio ( “Venice Biennale: The Enormity of the Beast”, del 2 giugno 2011, in: Artsbeat, blog su arte e cultura del NYTimes)

“A new and historic Biennale low is reached in the vast Italian Pavilion where Vittorio Sgarbi, an Italian art historian, television personality and former under-secretary of culture, has overseen a ludicrously dense installation of work by some 260 Italian artists, almost all of it unredeemable still-born schlock. Bristling with an unbelievably venomous hatred of art, the exhibition would be a national scandal, if Italy weren’t already plagued by so many”.
E se non fosse che anche gli Stati Uniti non navigano in acque così prosperose da potersi permettere commenti talmente acidi, mi sarei indignata. Ma poiché – fuor dall’arte di cui ancora detengono lo scettro in merito a circolazione, produzione, attività varie e collegate – siamo in realtà più nella stessa barca che in barche diverse, mi sento autorizzata a riportare esemplarmente quell’unica nota che, pur annegata in sarcastica condiscendenza, ci concede un minimo di pietas. Ripromettendomi, quando ve ne sarà l’occasione, di vendicare l’onor patrio con gusto e, come vuole consuetudine, “a freddo”.

2) Servizio estivo ai querelanti

Professionisti che potranno chiedere conto dei danni loro incorsi al Ministero per i Beni e le Attività Culturali per causa del PADIGLIONE ITALIA della Biennale di Venezia 2011:

–      L’architetto Benedetta Mirailles Tagliabue, obbligata a imbovazzare tonnellate di cornici e ferri e cartoni e marmi e pietre e vetri e stracci in un antro che, pur ampliato, neanche la Parrocchia di Scalmanate di Sopra avrebbe pensato concedere in relazione a ciò che avrebbe dovuto contenere.

–      I mafiosi offesi mortalmente dal poco interessante Museo loro intitolato, se osassero uscire dalla latitanza; il che, però, farebbe un gran servizio a noi, li caverebbe in automatico dalla lista dei danneggiati, inserendoli in quella dei galeotti, e mi farebbe apprezzare, di sponda, il suddetto Museo.

–      I pittori e scultori coscritti di onesto calibro che potevano procedere indisturbati nell’eterno mugugno sull’ingiustizia cosmica di essere esclusi da tutte le Biennali e ora saranno costretti a rinnegare l’unica cui parteciparono.

–      Gli intellettuali, chiamati a far un mestiere che non è il loro e che, per contrappasso, si sentiranno in obbligo di permettere all’Uomo Qualunque di discettare sulla propria materia: la sciura Maria s’inerpicherà in un seminario di 12 ore sull’ermeneutica del verdurée e sue implicazioni gnoseologiche secondo le più rilevanti correnti gadameriane, presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università la Sapienza di Roma; il ragionier Bernasconi pretenderà rivedere e, coadiuvato dal geometra Bartoletti, in caso, riprogettare l’intera area della Postdamer Platz di Berlino inconsultamente concessa a quel semplicione di Renzo Piano.

–      Serafini, Cherubini e Troni chiamati senza pausa a proteggere il transito dei visitatori nel Padiglione.

–      I critici d’arte, gli storici dell’arte, i professori d’arte (quei pochissimi rimasti dopo le scuri gelmininiane e quelle dei colleghi precedenti) della Scuola Pubblica, i direttori delle Accademie nazionali, gli studenti delle Accademie, i maestri di acquerello, china e sanguigna di circoli e associazioni private, i pittori della domenica, gli amanti dell’arte della domenica e a tempo pieno, i visitatori casuali delle Biennali, i visitatori intenzionali delle Biennali.

–      I cronisti e reporters culturali (tranne coloro che considerano le vernici mondanità di stagione e che quest’anno sguazzarono nel brago più del solito), i bloggers, coloro che diranno la verità, specificando e non glissando genericamente, su questo Padiglione da tregenda.

–      Gli artisti italiani tutti, dal primo all’ultimo, che per ricostruire una parvenza di credibilità dell’arte nostrana all’estero dovranno sudare sette camicie in un momento in cui, per contingenze storiche ed economiche, le camicie sono già state tutte consumate.

–      La Fondazione della Biennale di Venezia.

–      La Cultura Italiana.

Testo di Cristiana Curti per Arslife; immagini di Cristiana Curti e Alvise Aspesi (sino alla fine delle Corderie) e Cristiana Curti (dalle Corderie sino alla fine dell’itinerario) per Arslife.

Foto di “Cristiano Pintaldi – Lucid Dreams”: “File 04” di Maria Enquist.

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ITINERARIO N. 1
GIARDINI – 54a BIENNALE D’ARTE 2011
(ovvero: Piano, piano, dolce Carlotta.)

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