06 Ottobre 2026 09:43

Koons e i limiti di un’infanzia felice

Sono stato a vedere la mostra di Jeff Koons alla Fondazione Beyeler. Ho letto su questo sito che i cittadini di Riehen si sono lamentati e che la stampa locale ha attaccato la mostra. Sono entrato con l’inevitabile curiosità mista ad ammirazione per uno degli artisti più famosi del mondo. La prima sala è spettacolare, sembra una clinica svizzera con tutte le aspirapolveri messe nelle vetrine che diventano delle icone moderne con la luce al neon che le illumina, come dei Damien Hirst fatti qualche anno prima. Un allestimento perfetto. Mi ricordo che vent’anni fa avevo visto a Londra una mostra da Anthony d’Offay con delle vetrine con dentro le palle da baseball. Altrettanto meravigliose. Tutta l’opera di Jeff Koons vive grazie a una pulizia dell’immagine esemplare. Ma poi nella stanza successiva m’imbatto in uno dei suoi famosi pupazzetti, così come in tutte le altre, che sono riempite con una quantità di “pupazzotti” vari eseguiti a meraviglia e che ti incantano per l’esecuzione perfetta. A me -come agli abitanti di Riehen- danno fastidio. Mi irritano, e mi chiedo se sono anche io così bigotto come loro? La mia deliziosa fidanzata dice che lei da bambina, con quello lì sulla sinistra, ci giocava. Io no, sarà per questo? Avrò avuto un’infanzia triste e non capisco? Poi penso che lui vuole proprio questo, vuole stare sulla superficie stupida. La sua forza sta lì, non cerca il dramma, non è arrabbiato. Giravo e cercavo di capire.. Poi sculture miste a quadri, alcuni veramente belli, con questa sua innegabile capacità di creare delle opere partendo da delle immagini semplici. Quella del gelato sembra vero, proprio dei Rosenquist eseguiti alla perfezione. E il famoso Michael Jackson, che non avevo mai visto dal vero e che è solo più grande di come lo avevo immaginato, ma veramente orrendo. L’emblema perfetto del cattivo gusto di una casa californiana col salotto violetto che non si capisce come siano riusciti a farcelo digerire. Ogni tanto un immagine forte che serve per creare quello shock necessario perché sia credibile, ma lì, alla Beyeler, quelle porno con la nostra Cicciolina non c’erano, perché erano troppo hard anche per gli svizzeri della Fondazione e non solo per gli abitanti di Riehen. L’idea di lavorare per costruire la propria gloria, diventando un’icona per i miliardari che si trovano sparsi qua e là nel mondo, ci irrita. Senza un tassello fuori posto, ma se non costasse le cifre che costa, forse diremmo solo che è divertente. Invece no, dobbiamo dire che è un genio, il più grande artista del mondo, quando a me è solo simpatico quando racconta del suo dramma di non poter vedere il figlio portatogli via dalla moglie porno star. Non ci vuole far pensare, ci dice che siamo belli, sorridiamo strafottenti e stupidamente intelligenti. Ma poi, alla fine, qui dentro si respira un’aria già vecchia. Ci viene in mente, anche se solo per un attimo, la mostra di Brancusi dell’anno scorso. Ma Jeff che è l’artista più famoso del mondo invece è già vecchio quando ci sorride. Rappresenta il passato e la battaglia che pensava di aver vinto l’ha fregato. La storia è bestiale, e qui la fondazione non gli dà una mano, anzi, lo fa diventare solo una garanzia per i ricchi di ogni paese del mondo. Il vero problema è che alla fine della mostra dopo due piccole sculture di ceramica bianca con dei “giocattoloni” hanno messo un Andy Wharol con dei fiori, e allora capiamo che si fa sul serio. Andy Wharol ne avrà fatti migliaia di dipinti con quei fiori. Ma ognuno di questi è certamente centomila miglia più avanti. Ci parlano ancora, ci fanno pensare che abbiamo un futuro, che la vita non è solo una scatola di cioccolatini realizzata alla perfezione.