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Intervista a Bruno Di Marino

A una prima occhiata l’impresa sembra faraonica: metter su una mostra antologica sul cinema d’artista italiano.  Eppure, alcune volte le imprese “faraoniche” invece di naufragare tristemente arrivano a compimento e segnano un passo in avanti per la diffusione del patrimonio culturale italiano.  Non c’è dietro il Mibac, il ministero dei Beni e delle attività culturali, ci mancherebbe, ma una regione, la Calabria, abituata a occupare la ribalta delle cronache con fatti e storie tutt’altro che meravigliose. Questa volta è diverso. Il comune di Catanzaro e la Fondazione Rocco Guglielmo – grazie al contributo della Cineteca nazionale di Roma, di Bologna e di Milano e alla Fondazione Mimmo Rotella – hanno inaugurato, lo scorso primo dicembre, la mostra “Lo sguardo espanso”, novant’anni di storia del cinema d’artista snocciolato in ogni dettaglio, partendo dal Futurismo fino ad arrivare ai nostri giorni per ricostruire una storia comune eppure ancora troppo poco conosciuta. Una mostra divisa in sezioni che vede partecipare oltre cinquanta artisti, da Depero a Bruno Munari, da Pino Pascali a Mario Schifano a Carmelo Bene fino ai contemporanei, da Rosa Barba a Gianluigi Toccafondo. E dietro tutto questo – a tessere le fila – tre giovani curatori: Andrea La Porta, Marco Meneguzzo e Bruno Di Marino.

Bruno Di Marino è uno studioso dell’immagine in movimento, specializzato in particolare in sperimentazione audiovisiva, nuovi media e rapporti tra il cinema e gli altri ambiti artistici (arti visive, design, architettura, fotografia, musica). Nasce a Salerno nel 1966 e dai primi anni Novanta inizia la sua attività. Nel 1993 ha fondato l’archivio audiovisivo del Museo Laboratorio di Arte Contemporanea, di cui è stato responsabile fino al 2001. Dal 1990 tiene corsi, workshop e conferenze in numerose università e accademie di belle arti in Italia e all’estero. Attualmente insegna Teoria e metodo dei Mass Media presso l’Accademia di Belle Arti di Frosinone. Da diversi anni è consulente editoriale della Rarovideo per cui ha curato alcune decine di pubblicazioni in dvd, per la stessa società di distribuzione cura inoltre la collana “Interferenze” che ha al suo attivo dvd con pubblicazioni allegate dedicate ai film di Rybczynski, Warhol, Jarman, Gioli, Viola, Svankmajer, Nespolo e molti altri. Ha diretto alcuni festival specializzati (Metamorfosi, FishEye), curato mostre, realizzato rassegne e retrospettive in Italia e all’estero, tra cui ricordiamo Animania. 100 anni di esperimenti nel cinema d’animazione (Pesaro 1998), una delle più complete retrospettive dedicate a livello internazionale al cinema d’animazione e Elettroshock – 30 anni di video in Italia (Roma 2001), rassegna sulle varie forme del linguaggio elettronico, riproposta in versione ridotta in Canada, Spagna, Francia, Germania, Cina. Ha pubblicato libri, curato decine di pubblicazioni e scritto numerosi saggi, alcuni dei quali apparsi in Belgio, Cina, Francia, Germania, Giappone, Portogallo, Russia, Ungheria. Ha redatto diverse voci per l’Enciclopedia del Cinema della Treccani e ha scritto una decina di contributi per la Storia del Cinema italiano (Marsilio/Centro Sperimentale di Cinematografia). Scrive su riviste specializzate e quotidiani dal 1986. Collabora con diverse testate tra cui la rivista “Segnocinema”, “Il Manifesto”, per il cui supplemento culturale “Alias” è titolare della rubrica “Tube Attack”. Dal 1993 al 2001 ha lavorato presso l’ufficio stampa della Mostra del cinema di Venezia, curando il daily “Biennale News”. Da alcuni anni sta lavorando al Dizionario mondiale dei video musicali. In campo televisivo è stato consulente tra il 1999 e il 2001 del canale tematico RaisatArt e ha realizzato diversi documentari.

Di Marino, da dove nasce l’idea per questa esposizione?
«Nasce dall’esigenza di una ricostruzione storica e anche dalla voglia di mettere a confronto immagini in movimento con fotografie, disegni, tele, oggetti, in un confronto che sia utile per far vedere la continuità/discontinuità tra la ricerca di un singolo artista portata avanti con medium diversi. E’ la prima volta che una mostra del genere si realizza in Italia, anche perché a me sembra che si facciano un po’ sempre le stesse cose e non si esplorano nuovi territori. Inoltre io sono per le mostre tematiche, così come sono per i libri tematici, trovo che siano più originali e soprattutto che diano più stimoli anche allo spettatore, abituino le persone a fare collegamenti, associazioni e riflessioni interdisciplinarie. Insomma le mostre tematiche sono le più creative».

Perché proprio il Futurismo come data di partenza per questa mostra epocale?
«È inevitabile, i futuristi con il loro “Manifesto della cinematografia” del 1916 sono stati i primi a teorizzare il film d’avanguardia e d’artista; a propugnare un cinema che si affrancasse da arti passatiste come la letteratura e il teatro e si avvicinasse alla pittura, alla musica, e molto altro».

Come è cambiato, come si è trasformato il cinema d’artista nel corso degli anni, e cosa ne rimane oggi?
«È cambiato moltissimo tecnologicamente perché oggi tutti usano il digitale, tranne rare eccezioni: pensiamo a Paolo Gioli, che ha un’intera sala in mostra a lui dedicata, il quale dal 1969 a oggi ha realizzato oltre 30 film tutti in 16mm. Quest’anno ne ha realizzati due, di cui uno visibile in mostra. Dal punto di vista concettuale la cosa è diversa, a parte i dispositivi utilizzati, il film d’artista resta tale, a meno che non sia esplicitamente “videoarte”, ma questo è un discorso teorico che non si può affrontare in poche righe».

Una mostra che è insieme workshop, convegni, giornate di studio. Insomma, un’esposizione che travalica i classici confini “organizzativi”. Quanto tempo avete impiegato per l’allestimento e quanti sono stati i costi? Distribuiti in che modo? Quali gli sponsor e con quanto hanno partecipato?
«Abbiamo iniziato a lavorare alla mostra il 5 agosto, quindi in pratica, tra vacanze e altro, diciamo complessivamente 3 mesi e mezzo. Ora, per una mostra di 50 artisti, 300 opere, 70 film, un catalogo di 316 pagine, una rassegna collaterale con 11 appuntamenti, una tavola rotonda e due workshop penso che ci sarebbero voluti dagli 8 ai 12 mesi. Dunque abbiamo fatto tutto a tempo di record e qualche errore e mancanza sono inevitabili. Riguardo ai costi sono comunque contenuti, meno di 200.000 euro, si tratta di fondi europei (siamo arrivati primi al bando di concorso POR della Regione). Non ci sono sponsor privati».

La mostra sarà ospitata, fino al 3 marzo, dal Complesso monumentale di Catanzaro. La Calabria è una regione “complicata”, anche in fatto di cultura…pensa che questo possa essere un significativo passo avanti per  il benessere del luogo?
«Assolutamente sì. Catanzaro con l’attività della Fondazione Guglielmo e anche del Marca è diventata una città importante per l’arte contemporanea non solo in Calabria ma nel sud Italia e sono sicuro che con questa mostra possa attirare molti visitatori da fuori e accrescere il prestigio culturale. Ad ogni modo la Regione Calabria sta pensando di “esportarla”, cioè di riproporla in un’altra città italiana e stiamo valutando».

Lei è uno studioso dell’immagine in movimento, specializzato in particolare in sperimentazione audiovisiva, nuovi media e rapporti tra il cinema e gli altri ambiti artistici. Qual è la potenza di un’immagine che si muove? Non soltanto dal punto di vista artistico…
«Beh, non sta a me sottolineare l’importanza delle immagini in movimento e quanto abbiano invaso la nostra esistenza. Però è anche vero – come aveva previsto McLuhan già nel 1964 – che siamo entrati nel regno dell’aptico più che dell’ottico, nel senso che il tattilismo e l’interattività sono fondamentali. Se poi vengono unite alle immagini l’effetto naturalmente si raddoppia».

Sartori, nel spiegare l’importanza dell’immagine in movimento, della televisione soprattutto, riduce la capacità critica di chi guarda. Un soggetto sostanzialmente passivo che non riesce – e molte volte non vuole – sviluppare alcun senso critico nei confronti del messaggio veicolato. Come ne venisse totalmente pervaso. Lei è d’accordo e, in caso contrario, in che modo, invece, lo spettatore reagisce?
«Attenzione dipende dalle immagini e dai contesti. E’ chiaro che se parliamo di televisione commerciale, di programmi trash e di pubblico poco acculturato è un conto, se parliamo di questo contesto specifico credo che il cinema sperimentale o il cinema d’artista anzi, richiedono un grande sforzo di compartecipazione per decifrare i codici e i significati in gioco. Lo spettatore non è per nulla passivo, anzi, è molto attivo. Qui ritorniamo a McLuhan e alla differenza tra medium caldi e freddi. Beh penso che ci sia una differenza anche tra cinema “caldo” (cioè quello narrativo, classico) e “freddo” (quello nonnarrativo, sperimentale, ecc.)».

La galleria d’arte napoletana Umberto Di Marino le dice qualcosa? Il giornalista Angelo Di Marino le dice qualcosa? O si tratta solamente di casi di omonimia?
«Pura omonimia».

Ha curato moltissime rassegne, in Italia e all’estero, tutte molto particolari e legate a specifiche aree tematiche della cinematografia. Se dovesse spiegare – con poche parole – cos’è per lei il cinema quali sceglierebbe?
«Il cinema ormai è tutto ciò che non vai a vedere in una sala, ma che vedi per strada, su un palmare, sullo schermo di un computer, in un museo, alla televisione. Difficile dare una definizione di qualcosa che cambia giorno dopo giorno, stiamo attraversando una fase davvero “epocale” come si suol dire».

Quando e perché inizia l’attività legata all’indagine del cinema? Quali sono i suoi studi e il suo percorso di vita e professionale?
«Laureato in lettere indirizzo arte contemporanea con una tesi comparata di storia del cinema sui film astratti di Hans Richter, poi ho fondato la mediateca del museo laboratorio di arte contemporanea dell’Università La Sapienza,  quindi mi sono dedicato ad altre cose, attualmente insegno Mass media nelle accademie di belle arti. Mi sono mosso sempre tra lo studio delle immagini in movimento e le arti visive. Ma in questo ambito non sono troppo conosciuto, semmai sono tollerato a mala pena. Non ho rapporti con galleristi né in generale col sistema dell’arte. Anche da parte degli storici del cinema sono visto con diffidenza. Non sono mai riuscito a entrare all’università pur avendo pubblicato un bel po’ di libri. Mi sento un cane sciolto in tutti i sensi e me ne vanto. Non mi piacciono le corporazioni, le confraternite».

Se il mondo davvero finisse nel 2012 – come predetto – quali nomi e quali lavori salverebbe dall’oblio?
«Domanda impegnativa, mi vengono in mente i soliti».

Immagino abbia seguito le vicende legate al festival internazionale del Film di Roma, che giudizio mi può dare su Marco Müller? E in generale cosa pensa delle rassegne cinematografiche? Servono più a chi il cinema lo fa o a chi il cinema lo guarda?
«I festival vanno ripensati questo è chiaro. Siamo ancora schiavi del tappeto rosso, dei grandi nomi, del glamour. È solo un po’ di fumo negli occhi per la stampa. Il cinema è altro. Non sono stato al festival di Roma perché impegnato con questa mostra, apprezzo che sempre di più ci siano sezioni sulla sperimentazione, per il resto non voglio dare giudizi».

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