Non abbiamo più dimensione oltre a quella dell’immagine, non abbiamo più immagine se non quella del riflesso. Condizionato. Esasperato. Egopass.
Gli artisti contemporanei non sono che contemporanei a se stessi perché non frequentano più il trapassato se non quando il trapassato è remoto e disciolto nell’acido pittorico di un presente che non diventa mai futuro ma specchio del ragno di una tela in cui si intrecciano non paure e rimorsi, ma ombre e dubbi di un mercato non più passionale ma contabile.
I nostri artisti sono dei Cattelan falliti, dei Cattelan format(o) tinello. Il Che: è un’altra cosa. Cattelan è un brillante fallito di successo: i suoi epigoni non hanno nemmeno capito che il successo di Cattelan è aver compreso che il successo è soltanto il participio passato del verbo succedere. Così sono trapassati: ma non dall’idea della morte dell’arte, ma dall’idea della vita di una idea. Ideal standard che vivono nella mente formalizzata dove non scorre più nemmeno colore. Tra le ombre di se stessi, inutili vuote proiezioni, hanno perso anche il timore della propria ombra. L’ombra non esiste più: esiste il riflesso. Mediatico, catodico, familiare, amicale. Al sangue nelle vene, abbiamo sostituito il plasma alle pareti. Monito( r)





