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Simona Di Meo

Incontro Simona Di Meo (Genzano di Roma, 1986; vive e lavora a Milano) mentre sta preparando la personale “La collina dei ciliegi”, che verrà inaugurata il 16 marzo al Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo (Mi).

Per la mostra presenterai il progetto che avevi ideato per Art Around, un percorso di arte pubblica nel Nord Milano che aveva coinvolto otto giovani artisti.
«Il lavoro, articolato su più livelli, si concentra sulle vicende del quartiere Bicocca e sulla storia del borgo Pirelli. Prevedeva un’installazione, inizialmente nell’Hangar Bicocca e successivamente nella Fondazione Pirelli, con un percorso fatto con materiali d’archivio sia istituzionali, raccolti negli archivi Pirelli, CGIL e dell’Istituto per la storia dell’età contemporanea, sia personali».

Recuperati tramite un annuncio sul giornale di zona.
«Sì, tutto il lavoro è iniziato attraverso i giornali locali. Durante un convegno presso la Fondazione Pirelli, rimasi molto colpita dall’immagine scattata da Luca Comerio nel 1905, che ritrae l’uscita delle maestranze dallo stabilimento di via Ponte Seveso. Grazie alla sua forza evocativa, rappresenta un simbolo della memoria industriale del quartiere Bicocca. Successivamente ho avuto modo di indagare le vicende del borgo Pirelli, un villaggio industriale costruito nel 1921 per sopperire alla mancanza di abitazioni e al difficile collegamento con la città».

All’inizio del progetto, appena trasferita a Milano, tu non conoscevi, però, tutta questa vicenda?
«Ho scritto un articolo su “zona9” accompagnato dall’immagine di Comerio, chiedendo agli abitanti di condividere le loro foto e le loro esperienze personali. Mi sembrava l’unico modo per realizzare un lavoro su un territorio che non conoscevo assolutamente. Per tre mesi ho dato appuntamento nella redazione del giornale e solo successivamente la mia attenzione si è concentrata sul borgo Pirelli, una realtà della memoria industriale presente in molti racconti.

Fin dall’inizio l’idea era di intrecciare la dimensione istituzionale con quella soggettiva, facendole interagire attraverso le mie immagini, che funzionano come un filo conduttore. Quindi avevo pensato a una grande installazione con documenti che uscisse dallo spazio chiuso e protetto dell’Hangar Bicocca o della Fondazione Pirelli e offrisse stimoli alle persone che vivono nel quartiere o che sono solo di passaggio. Ho deciso di creare quattro manifesti di sei metri per tre, che rimettessero in circolo questi documenti, composti da una frase estrapolata dalle interviste con le persone del borgo, da testi e immagini. I temi che avevo deciso di affrontare, che legano una realtà che sta scomparendo con l’esperienza moderna, erano il lavoro, il paesaggio urbano, l’ambiente e l’uso del tempo nella società».

“Noi avevamo molto da chiedere”, “Finalmente si torna a guardare le stelle”, “Non si vive se non il tempo che si ama”, “22 tonnellate di relazioni umane” sono le scritte che campeggiavano sui cartelloni. I manifesti sono stati l’unica parte del progetto che è stata realizzata nel 2012?
«La situazione si è complicata, perché, a cinque giorni da quella che doveva essere la data d’inaugurazione della mostra, il progetto, che comprendeva l’installazione e i manifesti, è stato respinto dalla Pirelli. Improvvisamente i quattro spazi pubblicitari che avevo prenotato diventavano una carta bianca su cui riscrivere la mia idea, da qui la volontà di cancellare tutti i volti delle persone della foto di Comerio, per inserire, a livello metaforico, una dimensione di censura nel manifesto dedicato al tema del lavoro su cui campeggia la frase “Noi avevamo molto da chiedere”, posto davanti all’università».

Quali sono state le ragioni del rifiuto?
«La comunicazione ufficiale sosteneva che l’utilizzo che facevo del materiale d’archivio fosse troppo libero ed arbitrario, nonché distonico rispetto all’immagine che l’azienda vuole comunicare. Il mio lavoro pone l’attenzione sulla realtà del borgo Pirelli, un luogo molto particolare, agli albori di un processo di gentrificazione, la cui situazione attuale è di degrado e abbandono».

Hai deciso di inserire tra i materiali d’archivio alcune foto scattate da te.
«Ho scelto di non fotografare le persone perché mi interessava che venisse reso evidente il processo che mi ha portato a conoscere la loro storia, quindi ho realizzato immagini degli interni delle abitazioni e alcune polaroid della collina, che diventano una rielaborazione astratta e sensoriale».

Quale è stata la risposta degli abitanti del borgo Pirelli al tuo appello?
«Le persone sono state meravigliose: nonostante non le conoscessi da molto mi hanno affidato le loro fotografie. Hanno dimostrato una generosità incredibile nel volermi trasmettere i loro ricordi, condividendo tempo e memorie».

La commistione tra materiale preesistente e tuoi scatti fotografici è una modalità operativa già presente in un tuo progetto precedente, intitolato “52 weeks”.
«Questo lavoro può essere considerato l’estensione di “52 weeks”, che era vissuto in maniera molto privata, sulla storia della mia famiglia. Sono interessata al processo della memoria, come registrazione e rielaborazione soggettiva del ricordo personale. Nelle mie foto cerco di concentrarmi su questa tematica anche stilisticamente; per esempio non uso il digitale, non per una scelta retorica, ma perché penso che il mezzo che scegli sia fortemente vincolato dalla storia che racconti».

 

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