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Quello che le cose non dicono: Emilio Prini in mostra alla Fondazione Merz, Torino

La Fondazione Merz di Torino prova a fare chiarezza sull’enigmatica e controversa opera di Emilio Prini. Appartenuto all’Arte Povera, l’artista vanta un corpus amplissimo di opere ma, per sua stessa reticenza, anche una complicata documentazione. Dal 28 ottobre 2019 al 9 febbraio 2020.

A Emilio Prini (Stresa 1943 – Roma 2016) non piacevano le cose in più. Spesso, a dire il vero, viene il dubbio che proprio non gli piacessero le cose, nemmeno le sue opere. Forse l’unico spazio in cui veramente si sentiva a suo agio era quello delle idee, quella dimensione galleggiante sul bilico dell’esistenza. Le idee irrealizzate soprattutto: mai veramente nate, mai veramente morte. In questa ambiguità l’artista, instancabile sperimentatore affiliato all’Arte Povera (esordì con Germano Celant nel 1967), riusciva probabilmente a creare senza cedere alla crudeltà del tempo, al cui potere di condurre all’oblio pur ci si affidò spesso.

Le suo opere, infatti, vivevano il più delle volte a scadenza, con il miraggio della precarietà a illuminarle e lo spettro del loro artista che non faceva nulla per salvarle. Anzi, alla loro forma definita lui preferiva la restituzione fotografica. Con un certo distacco, quindi, tornava “sul luogo del delitto” come un assassino, per rivivere l’emozione che l’atto di creare gli aveva dato. Da questo approccio proviamo allora a trarre le indicazioni utili a orientarci in una produzione priva di monografie e interviste, scevra dunque da direzione e ordinamento, da catalogazione ed evoluzione regolare. Così, per trovare un sentimento di organicità è meglio rivolgerci ai margini delle sue opere, a quella periferia che racchiude, ma anche contiene, il centro del suo messaggio.

Non a caso perciò la Fondazione Merz, Torino, gli dedica una mostra che assomiglia a una città. Un piccolo centro urbano dove i palazzi sono le 40 opere di Emilio Prini, tra cui alcune mai esposte prima. E dal momento che Italo Calvino ci dice che “d’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”, scoviamo nelle teche anche documenti e appunti di opere e mostre mai realizzate; sono sogni appesi ad un’idea, sono le risposte alla fatidica domanda “cosa sarebbe stato se…?”. Così, per esempio, il celebre autoritratto di profilo (qui sopra) era stato pensato proprio per un’esposizione mai realizzata. A chiarirlo per noi è Timotea Prini, figlia dell’artista e direttrice dell’Archivio Prini, che insieme a Beatrice Merz ha curato l’esposizione.

Come per strada non ci sono barriere che impediscano di avvicinarsi agli edifici, così in mostra è possibile muoversi liberamente attorno alle opere, avvicinarsi, confrontarle, scoprire prospettive e punti di vista differenti. Lo stile architettonico è quello dell’Arte Povera, dove i materiali più semplici (ferro, legno, vetro, carta) si incrociano in una produzione artistica costruita tra le regole della fisica e quelle della visione immaginifica. E niente, più del vuoto, si presta a questa particolare commistione. Proprio dal concetto di vuoto – dalla presenza-assenza, inserimento-annullamento, caducità-riproducibilità, variazione-standardizzazione – Prini viene maggiormente affascinato. Singolare la fotografia di uno spazio completamente bianco (Piero Manzoni) su cui interviene con un pennarello blu (Yves Klein) quasi a completare e superare l’opera di due artisti che nel vuoto erano cresciuti.

Emilio Prini, Collezioni da scavi - Burattini, Fondazione Merz
Emilio Prini, Collezioni da scavi – Burattini, Fondazione Merz

Dove concentrarsi allora per cogliere la sintesi di questi dualismi inconciliabili?

Sul bilico, sui confini, sulle linee estreme; ai margini delle sue evocative citazioni (Scritte che restano scritte), dei suoi ironici accostamenti (Fogli da un taccuino di legno), delle sue enigmatiche composizioni (Fermacarte). Citiamo, allora, alcune opere significative in questo senso: Perimetro d’aria si compone di tubi fluorescenti e timer posti agli angoli e centro della stanza, programmati nell’alternarsi tra suono e illuminazione; questo consente al visitatore di prendere lentamente coscienza dello spazio apparentemente vuoto, di rilevare il suo volume tra le pareti, di scandire il ritmo dei muri, di riflettere sulla propria presenza nel luogo. Collezioni da scavi – Burattini sono degli insoliti ritratti minimal, composti da aste di ferro lunghe quanto l’altezza dello studio di Prini; in mostra sono tre e rappresentano rispettivamente un africano (per il rivestimento leopardato), un astronauta (per il rivestimento bianco come una tuta) e probabilmente l’artista stesso: un elemento – anche marginale – della loro personalità che si prende interamente la scena. Collezioni da scavi – Ferro curvato disegna invece su un parte bianca una sinuosa linea in ferro, dettando un solco sottile ma impossibile da ignorare: è una traccia del tutto che sconvolge il vuoto o è il vuoto che sta completando il suo assorbimento del tutto?

Confidando che la mostra possa dare ad ognuno una corretta risposta o, in ogni caso, proporre un’interessante domanda, la Fondazione Merz si fa carico di un primo (e necessario) passo nella lunga ricerca che porterà alla luce la grande e controversa opera di Emilio Prini.

Emilio Prini, Fondazione Merz.
Emilio Prini, Fondazione Merz.

 

Emilio Prini, Fondazione Merz
Emilio Prini, Fondazione Merz

 

Emilio Prini, Fondazione Merz
Emilio Prini, Fondazione Merz

 

Emilio Prini, Fondazione Merz
Emilio Prini, Fondazione Merz

 

Emilio Prini, Fondazione Merz.
Emilio Prini, Fondazione Merz.

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