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Danzare sulla tela col pennello a suon di musica. Musiklinie: un dialogo improvvisato tra arti, pubblico e sensi

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Prima improvvisazione con il trombettista Navid Rezaeian @musiklinie

Questo articolo è frutto dell’operato degli studenti del Laboratorio di scrittura, iscritti al Master Post Laurea “Management della Cultura e dei Beni Artistici” di Rcs Academy”, tenuto nel mese di gennaio 2021 da Luca Zuccala, vicedirettore della nostra testata. La collaborazione tra ArtsLife e Rcs Academy ha dato la possibilità agli studenti partecipanti al Master, dopo le lezioni di introduzione, pianificazione e revisione dei contenuti proposti, di pubblicare il proprio elaborato sulla nostra piattaforma.

Ad avere l’intuizione di Musiklinie è stata Gloria Ferraro (1995), giovane milanese che vive in Germania. Trasferitasi a Essen a 19 anni a seguito di un programma Erasmus, ha studiato Communication Design alla Folkwang University of the Arts e lavora sia come designer che come artista. Musiklinie rappresenta il suo progetto artistico più rilevante: un punto di incontro e scambio tra le arti grafiche e musicali che lei stessa definisce come “un’improvvisazione, un dialogo non parlato tra pennello e note” in cui “un accordo può dipingere un quadro, una linea può suonare un’intera sinfonia”. I dipinti che emergono dalle performance d’improvvisazione racchiudono a eterna memoria i temi di questa conversazione e interpretazione simultanea tra disegno e musica. Gloria Ferraro ci dirà di più in questa intervista.

Innanzitutto, qual è l’origine, il significato di Musiklinie?

Musiklinie, che in tedesco significa musica linea è il nome sotto il quale io, Gloria Ferraro, costruisco un dialogo con musicisti senza necessità di usare le parole, infatti io traccio delle linee e loro mi rispondono con delle note.

Musiklinie è sia il mio nome d’arte e che questo metodo del tutto nuovo di far entrare in comunicazione l’arte figurativa e la musica.

Come sei arrivata all’intuizione di Musiklinie?

Il mio percorso è stato molto segnato da una sensibilità particolare che penso sia in parte dovuta al passato e al modo in cui i miei genitori mi hanno insegnato a guardare le cose, e soprattutto dal fatto che in Germania ho dovuto imparare una lingua nuova. Il tedesco è molto difficile e diverso dall’italiano, perciò ho dovuto iniziare a stare molto attenta alle cose che circondavano il messaggio verbale. Mi spiego meglio: così come quando una persona magari non vede bene, o non sente bene, gli altri sensi diventano più attenti o più capaci, ho avuto l’impressione di vivere la stessa cosa quando mi è mancata la lingua: per capire quello che mi veniva comunicato e per esprimermi io stessa, ho cominciato ad usare di più gli altri sensi.

Musiklinie in realtà è stato il secondo approccio nella mia ricerca sui cinque sensi, il primo coniugava tatto e vista. La tecnica consisteva nel tenere gli occhi chiusi e cercare di disegnare i volti che vedevo solo tramite il tocco delle mie dita. Facevo dei ritratti molto interessanti, che mi hanno portata ad esporre in una mostra. In quell’occasione, ho avuto modo di parlare con dei musicisti che mi hanno banalmente chiesto “hai già pensato a disegnare la musica?” ed era una domanda che non mi ero mai posta, non ci avevo mai pensato effettivamente e siccome sono una persona a cui piacciono le sfide, allora l’ho accettata e ho pensato “beh, proviamo”.

Musiklinie
Uno dei quaderni per la creazione dei “vocabolari”

Per realizzare questa trascrizione, hai cercato di studiare un linguaggio? Ci sono degli elementi ricorrenti nella tua arte astratta?

Certo, ho studiato tantissimo. All’inizio è stato difficile, mi sono proprio allenata a sviluppare un orecchio tale che mi permettesse di ascoltare e riconoscere tante differenze, non era una cosa naturale per me, che per di più non so suonare uno strumento, né leggere le note. Inoltre, la musica parla in modo molto veloce e contiene tantissime informazioni, per cui per disegnarne la mia percezione, ho dovuto allenarmi e allenare il mio vocabolario, come fanno traduttori, in modo tale che le “parole” per interpretarla mi venissero il più velocemente possibile. Quindi per molto tempo ho riempito dei vari quaderni con tante varianti di simboli per far sì che il mio corpo, proprio come quando si fa ginnastica, li incamerasse nella memoria e potesse andarli a pescare nel momento in cui dovevo tradurre la musica, senza interruzioni.

Poi, sarebbe forse più giusto parlare di vocabolari al plurale perché non ho un solo simbolo che corrisponde a una nota o a un suono, ma una grande quantità di simboli da cui posso attingere in base a ciò che la musica, il pubblico e la performance mi suscitano. Altra cosa che faccio spesso è esercitarmi coi musicisti in session di improvvisazione in modo tale che la mia reazione sia sempre veloce, veritiera e che non si perda in farfalline e fiorellini.

Pensi che Musiklinie si sarebbe sviluppata allo stesso modo se non ti fossi trovata tu in prima persona a vivere il ruolo di ponte tra due culture diverse?

Penso che se fossi rimasta sempre in Italia non sarei arrivata a questo tipo di arte. Credo che da un lato l’esperienza all’estero mi abbia portata a sentirmi un po’ una mediatrice, oltre che a imparare a riconoscere la bellezza delle cose nuove e diverse, dall’altro Musiklinie nasce dal desiderio di rendere un servizio. Nel momento in cui si traduce qualcosa in qualcos’altro si impara a conoscerlo bene e a farlo comprendere anche agli altri, per cui, come dicevo, ho dovuto imparare molto sulla musica, sull’arte e su altri artisti.

Mi spiego: la musica techno, un genere che ho apprezzato molto solo quando mi sono trasferita in Germania e che prima non capivo, penso che abbia molto potenziale e che sia similissima alla musica strumentale, eppure chi ascolta musica classica, come chi magari va al museo barocco, non si sognerebbe mai di ascoltarla. Per cui mi piaceva molto l’idea di poter raggiungere con la mia arte persone a cui piace molto l’estetica dei miei dipinti e che non ascolterebbe mai musica elettronica e poter dire loro che quell’opera che apprezzano molto l’ho disegnata su una musica a cui loro non si sarebbero mai avvicinati.

Musikilinie ha permesso di creare dei ponti e di sicuro l’esperienza da mediatrice mi ha segnata, mi accompagna e ha fatto sì che arrivassi a quest’idea un po’ matterella di tradurre dei sensi in altri sensi e una forma d’arte in un’altra.

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improvvisazione di Musiklinie nella galleria d’arte di Duisburg (c) Judith Pollmann

Conosci altri artisti che abbiano adottato un linguaggio multisensoriale simile al tuo?

Ho fatto molta ricerca su come viene rappresentata la musica, su chi lo faccia e come, ed effettivamente ho trovato tanti artisti, anche in diversi momenti della storia, ma esattamente con il mio stile e la mia personalità non ce ne sono.

In molti nella loro arte o nella loro produzione hanno unito proprio vista e udito, o perché sperimentavano la sinestesia (vedevano un suono o sentivano un colore) o perché hanno capito che l’unione dei sensi dà al fruitore un’esperienza unica, un senso di completezza (vedi ciò che avviene in alcuni video musicali o in alcuni grandi concerti di musica elettronica in cui tramite programmi automatizzati vengono riprodotti dei visual in base ai diversi suoni).

Alcuni compositori hanno realizzato pezzi in cui hanno simultaneamente definito le note e, sullo stesso spartito, quali luci dovessero essere proiettate all’interno della chiesa mentre veniva suonato il loro pezzo. Altri artisti, invece, hanno provato proprio a dipingere la musica per come la sentivano e vedevano, come ad esempio Paul Klee, il quale era capace di dipingere un concerto attraverso una mappa di colori associati ai vari strumenti.

Proprio tramite lo studio della concorrenza mi sono resa conto che mancava un aspetto per me interessante e fondamentale che mi ha portato a costruire la mia arte in questo modo: avevo bisogno che le persone partecipassero a un evento unico, in cui si sentissero necessarie e in cui essere lì fosse tutt’altro che vederlo in forma di video su Youtube. Per questo Musiklinie nasce come un rapporto a tre: c’è il pubblico, ci sono i musicisti e ci sono io. Tutti e tre abbiamo la stessa importanza a livello di presenza e tutti e tre vogliamo comunicare. Infatti, tendenzialmente ancora non sono arrivata alla sua forma definitiva: vorrei dare la possibilità al pubblico di interagire con me, magari non so, dando a loro un qualcosa che possa fare un rumore o un suono in modo che io lo possa riprendere all’interno della conversazione.

Hai intenzione di portare Musiklinie anche in Italia?

Io ho questo forte desiderio, soprattutto perché l’Italia è la terra della mia famiglia, così come quando sei felice di far vedere una cosa ai genitori, la prima cosa che vorrei fare è portarla in Italia e dire “grazie perché hai fatto questo, questo, questo ed ecco qui quel che sono riuscita a fare con i doni che mi hai dato”. La verità però è che banalmente non ho contatti in Italia, in particolare non tutti i musicisti sono in grado di lavorare con me perché devono essere capaci di fare improvvisazione e non conosco artisti italiani che sappiano farlo. Poi, forse è un pregiudizio o banalmente la paura di un’artista emergente, ma non so se è uno stile che può piacere e soprattutto se ci sia la domanda. Quindi mi esibirei molto volentieri in Italia, se trovassi musicisti con cui collaborare, luoghi per accoglierci e un pubblico desideroso di partecipare alla nostra conversazione.

Contatti: Instagram @musiklinie, gloriaferraro.com , Vimeo.com/ musiklinie

Musiklinie
Dettagli di una parete dipinta durante una performance

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