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La combo Kaufmann-Mabunda a Milano, tra residui bellici e astratte atmosfere pittoriche

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Massimo Kaufmann, American Landscape (2009), olio su tela

La sede milanese della Galleria Giovanni Bonelli apre la stagione 2021 con una doppia personale dell’italiano Massimo Kaufmann e dell’africano Gonçalo Mabunda, curata da Giorgio Verzotti. La mostra sarà visitabile fino al 3 aprile 2021.

La combo Kaufmann-Mabunda apre la stazione del nuovo anno della Galleria Giovanni Bonelli a Milano. Gonçalo Mabunda, classe 1975, è nato in Mozambico. Nonostante l’infanzia trascorsa in un paese devastato dalla guerra civile (1975-1991) come Mabunda, ha potuto frequentare le scuole della capitale del Mozambico (Maputo): ha iniziato a dipingere a 17 anni e dai 22 anni ha iniziato a lavorare come artista a tempo pieno.

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Le sue sculture, se apparentemente possono ricordarci i ready-made duchampiani, ad un’analisi più approfondita ci ammoniscono sulla loro natura di oggi carichi di un significato drammatico, storico e politico. Sono i residui bellici, le armi usate durante la guerra civile che ha insanguinato il Mozambico, il suo paese. Mabunda si rifà inoltre alla tradizione delle maschere rituali africane, ereditando un linguaggio fortemente espressivo e ri-contestualizzandolo in un contesto socioculturale contemporaneo.

Gonçalo Mabunda, Untitled Mask (2017), mixed media

Il curatore, Giorgio Vezzotti, spiega: ≪Bossoli, fucili, pistole, bombe, mitra, mortai e quant’altro sono dunque il materiale esclusivo con cui Mabunda lavora, creando troni irti di aculei e maschere aggressivamente espressive, dove però concorre sempre un sapere creativo che armonizza, un’armonia fra pieni e vuoti che vale come esorcismo della violenza, una euritmia che se non oblitera l’origine orrorifica di quei reperti, anche la trascende in una sorta di grande e ispirata meditazione sulla morte≫.

Massimo Kaufmann, invece, nato a Milano nel 1963, negli ultimi dieci anni lavora nel tentativo di rendere visibile la durata del processo creativo insito in ognuno dei suoi quadri. Le opere, definibili come delle astratte atmosfere pittoriche, sono il risultato di un meticoloso e sorvegliato dropping sulla tela posta orizzontalmente di fronte a sé. Dalle parole di Verzotti, emerge come ≪In Massimo Kaufmann l’astrazione lo porta similmente ad un senso ulteriore delle cose, ad una meditazione sul linguaggio artistico che si fonda su una ricerca di assoluto compiuta per via di riduzione, per azzeramento di ogni soggettivismo, di ogni narratività, quanto dire di ogni relatività del senso, in vista di un’essenza del fare arte di cui l’opera diventa indice≫.

Massimo Kauffmann, Contralto (2017-18), olio su tela

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