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Se Quentin Tarantino deciderà di dedicarsi in seguito alla scrittura, il suo ritiro dal cinema può far meno paura

Tarantino Tarantino
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Da alcune settimane emergono dettagli sulla vita di Quentin Tarantino e aneddoti in merito ai suoi vecchi film; il fenomeno è piuttosto raro perché il regista solitamente è piuttosto riservato e schivo. La disponibilità a rilasciare interviste è dovuta alla promozione in atto del suo primo romanzo dal titolo C’era una volta a Hollywood, il medesimo dell’ultima pellicola diretta, edito in Italia da La nave di Teseo.

Il percorso è inverso a quello tradizionale: generalmente i film si ispirano a un libro già edito. Nella maggior parte dei casi poi è parere dei lettori che il romanzo sia migliore del film. Con Tarantino si sovverte ancora una volta tutto: il libro è scritto dall’autore della sceneggiatura e regista e viene pubblicato a due anni di distanza dall’uscita del film nel momento in cui la pellicola è arrivata (o in arrivo) nelle maggiori piattaforme streaming mondiali. Il fatto che Tarantino abbia lavorato per un lustro al libro e deciso solo in seguito di trasformarlo in un film basta a scongiurare eventuali timori di un’operazione commerciale di mero riadattamento di una sceneggiatura.

La storia di C’era una volta a Hollywood è quella di Rick Dalton (interpretato nel film da Leonardo Di Caprio), un attore western che ha avuto anni addietro il suo momento di gloria come protagonista di un telefilm di successo dal titolo Bounty Law, che in seguito ha mollato la serie cercando invano di sfondare sul grande schermo e che ora, frenato in patria dai giovani in ascesa e dal declino del genere, ha come unica strada per rilanciarsi come protagonista al cinema quella di girare spaghetti western in Italia. Ma è anche quella di Cliff Booth (nel film Brad Pitt) di professione stuntman, nonché controfigura di Rick e suo miglior amico. Nella villa limitrofa a quella dell’attore in Cielo Drive si sono recentemente trasferiti il regista Roman Polasnki e la moglie: la giovane attrice Sharon Tate. Sullo sfondo la Family di Charles Manson perché il vero protagonista del film è il 1969 come rimarcato dalla brillante colonna sonora. Tra i personaggi invece, come spesso accade in una pellicola di Tarantino, è difficile stabilire chi sia il protagonista.

Prendendo per buona l’interpretazione attribuita agli Oscar che hanno assegnato la statuetta a Brad Pitt come migliore attore non protagonista, potremmo affermare che la figura maggiormente di spicco nel film sia Dalton/Di Caprio. E qui la prima grande differenza col libro in cui il protagonista è indiscutibilmente Cliff Booth grazie al passato che viene approfondito come eroe di guerra, al racconto della morte della moglie (nel film vige il sospetto che l’abbia uccisa ma la questione non viene chiarita), all’introduzione di aneddoti sanguinosi del passato e soprattutto alle divagazioni sui gusti cinematografici dello stuntman che consentono a Tarantino di creare una sorta di saggio cinematografico dentro al romanzo che esprime giudizi su decine di film e attori mischiando realtà e fantasia. Questo è un aspetto estremamente interessante che consente a chi voglia approfondire di recuperare alcuni titoli degli anni ’60 così come contestualizzati dal regista, ma nel contempo non appesantisce la lettura per chi sia interessato solo al romanzo. Il film, che è stato caratterizzato da un enorme successo al botteghino risultando secondo solo a Django Unchained per incassi tra le creature di Tarantino, ha ricevuto recensioni generalmente entusiaste ma non sono mancati i pareri in controtendenza che lo hanno stroncato. La critica più diffusa accusa la pellicola di lentezza intesa come decine e decine di minuti in cui non succede nulla di cruciale ai fini della storia e, paradossalmente, è il medesimo motivo dell’entusiasmo dei sostenitori: riuscire a creare dei personaggi così credibili e interessanti da poter tenere in piedi una narrazione anche solo seguendoli nella loro quotidianità non è semplice e lentezza non è necessariamente sinonimo di noia. Nel libro questo aspetto permane.

Se da un lato si aggiungono elementi approfondendo le storie di tutti i personaggi (ivi compreso Charles Manson che nel film è inquadrato solo per pochi secondi), dall’altro la parte più avvincente della versione cinematografica, il finale, è assente o meglio trasformato in una generica anticipazione di ciò che accadrà a cui sono riservate poche righe collocate nella prima metà del romanzo. Quentin Tarantino è in grado di fare lo scrittore: il romanzo ha i ritmi e i tempi giusti (aspetto non automatico per un autore che fino a oggi si era cimentato unicamente in sceneggiature) e la carta stampata gli consente di affiancare ai brillanti dialoghi, che sono il suo marchio di fabbrica, i pensieri dei personaggi aggiungendo ulteriore spessore alla narrazione. Non è certamente un libro adatto a chi sia in cerca di una trama complicata e ricca di colpi di scena, ma questo vale anche per le pellicole ed è strano che ci sia chi non l’ha capito dopo trent’anni di film. I fan del Quentin regista sono terrorizzati dal fatto che abbia sempre dichiarato di volersi fermare a dieci film e quindi girarne solamente un altro essendo già arrivato a quota nove. Di fronte a questa opera letteraria d’esordio così riuscita, se Tarantino deciderà di dedicarsi in seguito alla scrittura, il suo ritiro dal cinema può far meno paura.

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