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Amarcord 63 di Giancarlo Politi: Cristiana Perrella e il Museo Pecci di Prato

Il Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci © Fernando Guerra Il Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci © Fernando Guerra
Il Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci © Fernando Guerra
Il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci © Fernando Guerra

Amarcord 63 – Un nuovo appuntamento con la rubrica di Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie di Giancarlo Politi: Cristiana Perrella e il Museo Pecci di Prato

Cristiana Perrella è certamente una delle migliori critiche d’arte e curatrici italiane. La inserirei tra le Top 5, se conoscessi le (gli) altre quattro. Fermo restando che la punta dell’iceberg resta Carolyn Christov-Bakargiev, navigatrice di altissimo bordo. E Cristiana viene anche da lontano. Non dimenticherò mai che lei e Luca Beatrice furono tra i primissimi ad occuparsi di Francesco Vezzoli. Che io e Helena incontrammo grazie alla loro segnalazione. Il che vuol dire avere buon occhio e buon naso. Rarissimo tra i critici e curatori di oggi.

Breve storia del Pecci. L’esempio di Arturo Galansino

Ma Cristiana Perrella, che sembrerebbe essere stata allontanata dal Museo Pecci di Prato in modo arrogante, come si usa oggi nei meandri della politica, intelligente come è, insieme a molti altri critici e curatori, giovani e meno, dovrebbe capire che il tempo del curatore duro e puro e che fa di testa sua è terminato; la pandemia e i tempi nuovi l’hanno reso obsoleto. Inutile illudersi, piangersi addosso e fare la vittima. I tempi sono questi, non altri. Ora bisogna rendere conto agli altri del proprio operato. Parlo dei Musei e delle Istituzioni importanti ovviamente. Da ora in poi il Curatore, il Deus Ex Machina di una mostra o di un museo, sarà apprezzato e potrà mantenere il suo incarico e anzi diventarne il mattatore se sarà bravo a cercarne le risorse e a programmare mostre intelligenti e di forte interesse.

Vedi il geniale Arturo Galansino a Palazzo Strozzi, che trova anche sponsor oltre a organizzare mostre straordinarie. E Galansino prima ha lavorato al Louvre, alla National Gallery e alla Royal Academy, mica noccioline, come i nostri ambiziosi curatori che provengono dagli Spazi Alternativi! Il Nuovo Curatore dovrà essere un piccolo o grande Galansino che dovrà realizzare mostre appetibili per il grande pubblico ma anche per gli addetti ai lavori, e nello stesso tempo dovrà trovare i finanziamenti necessari per la mostra o buona parte di essi, disporrà di poco personale, cioè solo il necessario ma preparato (e meglio retribuito) non assumendo gli utili idioti del potere politico. E se necessario si adatterà alla mattina e alla sera a passare un colpo di scopa nelle sale e magari spegnere le luci.

 

Centro Pecci
Cristiana Perrella. Ph. Ela Bialkowska, OKNO studio

La Cultura dovrà in buona parte abituarsi a stringere i denti e arrangiarsi per conto suo. I musei di domani (cioè oggi) dovranno, almeno parzialmente, autofinanziarsi. Se una delle fondazioni più ricche e autorevoli al mondo, la Fondazione Beyeler, realizza una mostra di Goya, che porterà a Basilea oltre un milione di persone, una ragione c’è. Anche se la Fondazione Beyeler con le sue grandi mostre e dunque risorse, è sempre riuscita a convogliare numeri da primato per l’Europa.

P.S.: ho la sensazione, ma non le prove, che dietro l’esplosione espositiva di Firenze, nell’arte contemporanea, ci sia la mano del famoso antiquario Fabrizio Moretti. Credo che fu lui ad iniziare la splendida stagione di grandi eventi internazionali a Firenze, con Jeff Koons in Piazza della Signoria, nel 2015. Da quel momento, visti i risultati, il Comune di Firenze prese il coraggio di occuparsi di arte contemporanea ad altissimi livelli. E non escludo nemmeno un suo suggerimento nella nomina di Arturo Galansino a Palazzo Strozzi. Ma la mia è solo un’ipotesi.

Offriamo il Pecci di Prato ai cinesi. Oppure meglio chiuderlo

Dunque come potrà autofinanziarsi il Museo Pecci di Prato, in una città con maggioranza (occulta) cinese e con quasi totale disinteresse all’arte? Affidando subito la direzione a un manager-critico cinese che troverà sponsor in Cina e varerà una programmazione curiosa e ad alto livello per cui io mi sposterò da Milano per vedere qualcosa magari di strano. Ma certamente diverso dalla routine curatoriale internazionale per cui dove vai, ti sembra di visitare la stessa mostra. Ovvero chiudere il Pecci, che credo sia l’opzione più intelligente.

Il Museo Pecci, con le sue ambizioni espansionistiche, è diventato un vero Monstre, sia dal punto di vista architettonico e soprattutto gestionale. Il Museo Pecci è nato da una illuminata ossessione di Amnon Barzel e di Luigi Pecci, con il sostegno esterno ma decisivo di Giuliano Gori, che sognavano di far diventare Prato, oltre che capitale dei “cenci”, anche dell’arte contemporanea. Perché in giro c’erano parecchi riccastri spandoni e chiacchieroni, come sanno fare solo i toscani (toscani, gente della mia gente che amo, figli di umbri ed etruschi come tutti noi del centro, ma i toscani più chiacchieroni che mai rispetto a noi umbri silenziosi e timidozzi).

Il primo Pecci progettato dall’ottimo non archistar Italo Gamberini, il Museo Pecci, con la sua struttura e dimensione per una piccola città, non particolarmente desiderosa di cultura artistica, era perfetto. Bellissime stanze comunicanti (come il MoMA che permettevano accesso ai camion e di esporre opere grandi e piccole, dipinti e sculture, effettuare proiezioni e interventi. E ampio magazzino sotterraneo. Perfetta struttura e dimensione voluta da persone intelligenti e con esperienze internazionali (Amnon Barzel).

 

Jeffrey Deitch, Jeff Koons e Dakis Joannou al vernissage della mostra Everything That's Interesting Is New, Atene, 20.1.1996
Jeffrey Deitch, Jeff Koons e Dakis Joannou al vernissage della mostra Everything That’s Interesting Is New, Atene, 20.1.1996

La lungimiranza di Jeffrey Deitch: per piccoli musei 7 persone 7

E vista la struttura illuminata del Pecci, per la gestione sarebbero bastate le famose 7 persone 7 che trent’anni fa ipotizzava già Jeffrey Deitch e invece con il tempo e il sopravvento dei politici e degli sbruffoni e la mania di grandeur di Waldemaro Beccaglia, anema e core del Pecci, bravissimo ma visionario un po’ troppo, che con tutti quei cinesi pensava di vivere a Pechino o a Wuhan e con i mezzi dei cinesi, volle ampliare mostruosamente il museo, affidandosi all’architetto Maurice Niro, il cui maggior merito era stato il progetto della casa di Michael Jackson. Un po’ come il Maxxi di Roma dell’archistar Zaha Hadid che si è costruita il proprio mausoleo ignorando cosa sia l’arte contemporanea.

Figuratevi dunque la mostruosià museale che ne è scaturita. Ma nessuno lì a Prato a cercare di convincere il bravissimo Nio che si trattava di un museo e non di una galleria pedemontana. E giù, tutti ad applaudire e ad esaltarsi per un ignobile lombrico, difficile da raggiungere e impossibile da utilizzare. Solo Fabio Cavallucci ne fu capace, con un progetto folle e visionario come sa fare solo lui e che si intonava alla follia di una costruzione da Disneyland. E così le famose 7 persone 7 di Jeffrey Deitch divennero 25 o anche più. Forse mal retribuite e male organizzate. E come in tutte le istituzioni pubbliche italiane, il budget serve a coprire (male) le spese per il personale, non a far funzionare il Museo.

 

Arturo Galansino
Arturo Galansino

Uno, cento, mille Galansino

Ecco perché tutti i Musei pubblici al mondo, a breve, dovranno avere come direttore un Galansino illuminato, con esperienza internazionale. E non proveniente dai centri sociali o dalle Università, come avviene talvolta in Italia. Che organizzerà mostre intelligenti o chiamerà di volta in volta i curatori a seconda del progetto desiderato. E saranno i mille e più giovani italiani che stanno facendo esperienze brillanti all’estero (vedi l’incredibile spazio Saatchi Yates di Torino, diretto da due italiani di ritorno, con varie esperienze londinesi, Lucrezia Pero e Stefano Amoretti (lui 27 anni, a 21 anni già da Christie’s, non nelle televendite italiane), giovanissimi ma già espertissimi, senza il bisogno di infarcirsi delle teorie visionarie insegnate nelle nostre università decotte. Da cui escono tutti influencer dalla parola fumosa e variegata ma vuota.

E inevitabilmente le pur belle mostre, espressione di una suggestione freudiana del curatore europeo, si auto elimineranno. Le feste autocelebrative stanno finendo e tutti dovremo tenerne conto. I Musei di Arte contemporanea scompariranno appena saranno abbandonati dalla politica se i Consigli di Amministrazione, ma soprattutto i Direttori, non troveranno con un po’ di immaginazione risorse private per sostenerli. Non è giusto che un’azienda con 25-30 persone (e in molti casi tanti di più), lavori per mesi a una idea personalissima e solipsistica del suo direttore o curatore. Ma in questo caso occorrerebbe un CDA intelligente, preparato, profondo conoscitore delle esigenze culturali e delle risorse del territorio.

Per scrivere a Giancarlo Politi:
giancarlo@flashartonline.com

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