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Sun Yuan e Peng Yu. L’arte come coscienza della guerra

Sun Yuan e Peng Yu, Can't Help Myself Sun Yuan e Peng Yu, Can't Help Myself
Sun Yuan e Peng Yu, Can't Help Myself
Sun Yuan e Peng Yu, Can’t Help Myself

Can’t Help Myself, l’opera presentata da Sun Yuan e Peng Yu alla Biennale di Venezia 2019, innesca profonde riflessioni di drammatica attualità

C’è qualcosa di sorprendentemente commovente nell’ottica visionaria di alcune opere d’arte. Alcune volte sembra quasi essere colti su un fatto imprescindibile quello della dimenticanza da alcuni oggetti. Penso ad esempio alla sfera di riflessioni avanzate dall’ultima Biennale, e in particolare al braccio meccanico realizzato da Sun Yuan e Peng Yu. Tanto instagrammato, condiviso e ammirato. Penso che fino a quando non ci si libera del dispositivo e ci si rende conto della tenerezza che anche una macchina provoca, quasi si perde l’occasione di un ennesimo tentativo di autoriflessione.

Una causa persa, insomma, per tutti noi che non riflettiamo sul presente ma soprattutto sul futuro. Perché l’arte ha da sempre inviato segnali d’allarme sul futuro prossimo. E quella che ai nostri occhi sembra essere un’affascinante riproduzione o semplicemente il frutto di uno studio tecnologicamente avanzato, porta spesso con sé un retrogusto amaro di verità che anche se spesso non parla con le nostre parole, arriva sempre ad un punto in cui abbiamo tutti in comune. Ma come fa una macchina che di per sé è costituita da bulloni e meccanismi inanimati a smuovere dentro di me la vergogna di un passato a cui nemmeno appartengo?

Codici interpretativi che dentro si sbloccano e per magia connettono alla storia universale. All’improvviso diventiamo comunità attraverso un semplice gesto, quello della raccolta. Raccogliere per vivere. Raccogliere per sopravvivere. Ma a cosa? Poche opere d’arte hanno coinvolto tanto emozionalmente come questo braccio robotico, realizzato per rispondere ad un moto perpetuo, e cioè quello di raccogliere un liquido idraulico che gli permette di sopravvivere ma che costantemente perde. E più si partecipa alla raccolta, più si nota che i movimenti sono ampi, stanchi e disperati. Se il liquido dovesse filtrare troppo la macchina cesserà di funzionare.

La riflessione più intensa avviene solo dopo qualche minuto, quando ci si rende conto che questo ballo della morte è divertente per lo spettatore. Ci coinvolge e quasi ci invita ad una partecipazione e una condivisione costante, mentre la macchina ha poco tempo. Quello sufficiente per tentare di sopravvivere fino a quando questo liquido filtrato finirà e alla macchina resterà solo l’immagine di un gesto felice nella memoria di tutti noi spettatori. Il braccio robotico ha smesso di funzionare nel 2019 quando ha filtrato per l’ultima volta questa linfa vitale, lasciandosi morire lentamente. E ciò che resta è il ricordo di un gesto che prende vita nella memoria collettiva. Non lo sforzo di sopravvivenza, o quanto abbia rincorso la vita, non importa la sua storia, e cioò che ha fatto o quanto ci ha provato, resta solo lui senza via d’uscita.

Realizzato da Sun Yuan e Peng Yu, il braccio fu nominato “Can’t Help Myself”, “Non posso aiutarmi”. L’interpretazione filosofica del soggetto è quella del liquido idraulico in relazione al nostro impegno ad autodistruggerci mentalmente e fisicamente per soldi. Tutti diventa un tentativo di sostenere la vita, dal momento che il sistema è stato progettato per schiavizzarci e sottrarci i migliori anni della nostra vita regalandoci l’illusione del futuro. Un altro futuro che si trova più avanti, molto più avanti, così da renderci partecipi di questo gioco del calamaro che non avrà vincitori o vinti.

 

Sun Yuan e Peng Yu, Can't Help Myself
Sun Yuan e Peng Yu, Can’t Help Myself

E allora il 2019 diventa un corridoio diretto al 2022, dove il conflitto bellico europeo di questi giorni continua a rimandare questa immagine di disperazione nella testa. Richiamando ad una ad una le informazioni e connettendole con un disperato grido di aiuto. Un cessate il fuoco che non trova pace negli utilizzi impropri di propaganda politica. E allora si continua ad empatizzare con questo braccio meccanico che fa del liquido – retorica dei nostri giorni – una retorica che Francesca Mannocchi ci racconta nei suoi reportage di guerra. Questa è la vera guerra per l’Ucraina, essere ingegnere civile, alzarsi un giorno e invece di andare in ufficio ti ritrovi con un fucile in mano.

La vera guerra per queste persone è soprattutto combattere con la paura che la retorica del dramma noi europei l’avremo dimenticata in dieci giorni. Quando sfoglieremo i giornali e ci chiederemo a tavolo mentre prendiamo il caffè: “e allora a quanti profughi stiamo oggi? Ma sono profughi profughi o sono solo profughi?”. E noi siamo coscienti coscienti o siamo solo incoscienti? La retorica, afferma Aristotele, esiste in funzione di un giudizio: ogni deliberazione deve essere giudicata. E in ciò svolgono un ruolo fondamentale sia l’atteggiamento del retore (ethos), sia la disposizione d’animo di chi ascolta (pathos). Una lezione che ci auguriamo l’arte non ci faccia mai dimenticare.

http://www.sunyuanpengyu.com/

Marianna Fioretti Piemonte

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