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Intervista a Jean-Marie Reynier, dentro e fuori il concettuale

Jean-marie reynier, Galleria Aarlo U Viggo, Wopart 2021
Jean-marie reynier, Galleria Aarlo U Viggo, Wopart 2021

Ricordo i lavori che hai presentato in fiera a Wopart nell’edizione 2022, erano acquerelli, giusto?
Erano tempere. 

Fanstatico, iniziamo bene.
Potevano sembrare acquerelli perché avevo diluito davvero molto il colore, ma la tempera ha un pigmento molto più denso, è proprio usare il colore in sé, ed era ciò di cui avevo più bisogno in quel momento. La serie esposta in quell’edizione di Wopart è forse la cosa meno concettuale che abbia fatto negli ultimi vent’anni, l’ho realizzato dopo una pancreatite che mi ha inchiodato cinque mesi all’ospedale, e avevo proprio bisogno di mettere quella carta per terra e di fare qualcosa che facesse del bene a me, esclusivamente. Ho utilizzato colore quasi puro e una carta preziosa.

Ricordo una sensazione di colori molto contrastanti ma allo stesso tempo armonici, non era quel contrasto che ti fa venire il mal di pancia, per intenderci. Ricordo anche una forte sensazione di trovarmi in uno spazio embrionale, un non so che di concepimento.
Sì, è giusto, il tuo “non fa venire mal di pancia” mi diverte, perché è un lavoro molto intimo, in un certo senso anche egoista, fatto per superare tutto quel dolore al pancreas che è una cosa davvero potentissima. L’idea era proprio quella di andare al di là del mal di pancia, e ancora adesso quando li guardo li trovo molto dolci e protettivi. I soggetti alla fine sono tutte tette, di grandi e piccole dimensioni, più tette meno tette, qualcosa di dolce, appunto, a cui ti affidi. Non c’è nulla di sessuale nel rapporto col seno qui rappresentato.

Sia in ciò che ti ho raccontato sia in ciò che mi stai raccontando ci sono due inizi, due momenti molto legati al calore e all’affetto della maternità. Io ci vedevo l’istante in cui si comincia a creare il primo grumo di cellule nell’utero: uno spazio protetto, nonostante il contrasto, malgrado ci sia effettivamente qualcosa di estraneo nel non-estraneo, due elementi distinti ma che sono in qualche modo già un tutt’uno. Tu mi racconti quasi il post-partum, la tetta, un altro momento fortemente simbiotico, di protezione, cura e connessione.
Sì, era proprio quello, e poi adesso il mio lavoro su carta è cambiato, ci sono dei ritorni a questi colori ma di base è diventato molto più acido, sono tornato ad essere quello che ero prima. In quel caso ho manifestato ciò che io di solito nascondo, ovvero il lato terapeutico del fare arte, in quella serie l’ho proprio messo davanti agli occhi di tutti e per me è stata un’esperienza singolare esporlo, perché ricordiamo che il contesto era pur sempre una fiera, quindi sai che tipologia di visitatori arrivano. Io in realtà non mi indirizzo mai a un pubblico, non faccio analisi sociologica nel selezionare le opere in funzione della tipologia di pubblico come fanno alcuni artisti. Erano anni che non esponevo a Lugano, io sono nato e cresciuto a Lugano e ho un rapporto con la svizzera italiana molto particolare, ci sono i miei genitori e la famiglia, esporre quei lavori per me voleva dire mal che vada sto esponendo una piccola serie che almeno è molto sincera.

Jean-marie reynier, Galleria Aarlo U Viggo, Wopart 2021

Menzionavi il fatto che è stata una delle cose meno concettuali dei tuoi ultimi vent’anni. In che modo vivi il tuo essere concettuale nella tua produzione artistica?
Ti rispondo riprendendo alcuni punti della storia dell’arte concettuale che, puramente a livello scientifico, ha avuto la sua ora di gloria con l’invenzione tipicamente americana post-guerra della figura del ricercatore-artista, quindi il fatto che la formazione dell’artista non fosse più a bottega, puramente pratica e tecnica. L’apertura delle scuole d’arte ai corsi di filosofia o estetica ha fatto in modo che il mondo accademico inglobasse anche quello degli artisti, cosa che non avveniva praticamente dal Rinascimento. La pratica concettuale viene dal fatto che, volente o nolente, parecchi artisti degli ultimi 40-50 anni siano legati a riflessioni filosofiche, detto in modo semplicistico le loro produzioni sono visualizzazioni di un concetto. Se i filosofi esprimono la loro libertà di visualizzare un concetto attraverso l’alfabeto, la semiotica, la grammatica, noi (artisti) possiamo farlo attraverso dei codici molto meno stretti. Se prendi la nascita del minimalismo, è proprio cercare un minimo comun denominatore a una concettualizzazione estetica, a una concettualizzazione filosofica di una società o un insieme di società che si strutturano in strutture semplici.

1919, Neon, 100×30 cm, 2022

Come lo pratichi?
Quando do un titolo a un’opera spesso e volentieri è il pretesto per aprire un’altra discussione. Se prendi per esempio il neon che avevo quest’anno a Gaze Off durante la fiera Wopart, Versailles, è un’opera puramente concettuale, ma anche molto semplice: finché non ti avvicini a 20 cm dal lavoro per leggere la didascalia, è qualcosa che fotografi per mettere sui social, perché è un bellissimo neon con scritto in Futura “Versailles”. Dai che figata facciamo la foto che mi fa pensare a Parigi. In realtà il titolo è 1919, che è l’anno stesso del Trattato di Versailles, una delle più grandi abominazioni storiche che hanno portato ad avere ancora adesso dei problemi in Europa a livello di frontiere, di costruzione degli stato-nazione e di nazionalismo, di tutte le cose che stiamo subendo ancora adesso perché nessuno ha rispettato Versailles, quel trattato. Ecco quel lavoro lì è ciò che definisco concettuale, andare a cercare dove c’è un interstizio. Sta a noi come artisti, con metodologie scientifiche di ricerca molto più libere rispetto a quelle di altri campi del sapere, affrontare la responsabilità di questa libertà, perché tu puoi essere molto rigoroso, puoi fare una ricerca scientifica molto scrupolosa e alla fine avere pochissimo spazio per andare al di là di questo rigore. E quindi sta proprio lì l’importanza del lavoro dell’artista-ricercatore, mettere il dito in quello spazio, in quell’interstizio, e dire “ok, andiamo assieme un po’ più in là”. 

 

Jean-Marie Reynier con Giancarlo e Danna Olgiati, Wopart fair 2021

Jean-Marie Reynier, 1983, CH – FR, vive e lavora a Perroy.

Ha studiato allo CSIA di Lugano e all’HEAD di Ginevra (CCC). Artista, editore, curatore, ha iniziato ad esporre in Ticino (CH) nel 1997, a cui sono seguite numerose esposizioni in Svizzera, Francia, Italia, Cina, Colombia, Germania, in spazi indipendenti, gallerie, musei e istituzioni. Tra il 2009 e il 2016 espone in duo con il collettivo Indigène, dal 2016 prosegue indipendente la sua strada artistica. Le sue opere si possono trovare in molte collezioni private e pubbliche, tra cui la Collezione Giancarlo e Danna Olgiati (Lugano, CH), Museo di Villa dei Cedri (Bellinzona, CH), Fondazione Asilo Bianco (Ameno, IT), Collezione Pierre e Joëlle Clément (Zugo, CH), Collezione della Repubblica e Cantone Ticino (CH).

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