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Tra ricerca e sperimentazione, una scelta tra le ultime mostre delle gallerie bolognesi

Elia Cantori, Key, 2023, Endless Measurement CAR Galley Bologna, ph. Manuel Montesano
Bu Shi, La camera proibita, 2023, Tempera su tela montata su tavola, 26,5 x 32 cm, © courtesy CAR Gallery Bologna, Ph. Manuel Montesano
Fine della stagione primaverile nel capoluogo dell’Emilia: ecco cosa mettono in scena le gallerie LABS, Gallleriapiù, Studio G7 e CAR DRDE tra spazi di “responsabilità” e mondi delle meraviglie

Quasi un mese fa a Bologna sono state aperte due mostre degne di attenzione, che hanno un singolare richiamo ad un contenitore nero: Il sogno della camera nera alla galleria CAR DRDE a cura di Emanuela Zanon e “Black Box” a cura di Domenico de Chirico alla LABS Contemporary Arts. Le mostre tuttavia presentavano d’impatto due atmosfere completamente diverse con due giovani artisti, il cinese Bu Shi (1993) nella prima e lo slovacco Milan Vagać (1987) nella seconda, che davano entrambi una risposta al tema della pittura. Bu Shi affronta il genere della pittura come luogo del mistero e della meraviglia, rifacendosi ad una ricca iconografia, che mescola Oriente ed Occidente, svelata dopo uno sguardo paziente ed attento che scruta il buio; gli ultimi grandi quadri di Milan invece squadernano il nascosto e i meccanismi di funzionamento del quadro giocando con le trasparenze della superficie che lasciano intravvedere il supporto. La scatola nera viene violata. I toni delle superfici pittoriche sono chiari, tra il rosa carne e l’ocra chiaro dei collant, vi è l’antico tema della fascinazione e del rapporto corpo-macchina, con l’allusione modernista al Bauhaus e ai geroglifici macchinici dell’avanguardia. In entrambi lo sguardo è rivolto alla tradizione, più classica in Bu Shi e novecentesca in Milan, ambedue propongono una risposta all’antico enigma della pittura: in uno lo spazio pittorico viene risucchiato e miniaturizzato, nell’altro lo spazio è portatore di una geometria ellittica e singolare.

Da CAR DRDE ora c’è l’interesssante mostra personale di Elia Cantori (1984) intitolata “Endless measurement”, curata da Emanuela Zanon. La mostra è divisa secondo due generi: la scultura e fotografia (che Simone Menegoi aveva coniugato nella mirabile mostra CAMERA a Palazzo de’ Toschi a Bologna nel 2016, dove era presente anche Cantori), la prima è resa attraverso il dispositivo del calco e la seconda attraverso la tecnica della stampa per contatto. Dal punto di vista processuale vi è una somiglianza tra i due procedimenti in quanto entrambi recano l’impronta del reale, ovvero del modello che darà adito in seguito alla forma e all’oggetto. Entrambi quindi operano dal punto di vista semiotico come indici, come ci insegna Rosalind Krauss, e non come figure fisicamente e gerarchicamente elaborate dall’uomo. La fotografia è già, se analogica, affermava Roland Barthes, uno strumento indicale, poiché la pellicola fotosensibile è impressionata direttamente dai raggi luminosi e quindi reca l’impronta del reale. Ma quando è il reale stesso, l’oggetto, nel nostro caso un filo di piombo e il suo piombino, a lasciare l’ombra di sé al negativo, cioè diventa l’oggetto luminoso, allora l’indicalità della fotografia è elevata alla potenza. Quindi lo statuto stesso delle opere di Cantori si iscrive sulla scia di una restituzione del reale così com’è, ovvero, dato che l’identità, attraverso un calco che si ripete, si perde, quel calco del reale e delle sue misure, si fonda su un’aporia. Il mondo per quanto lo vogliamo misurare o restituire si perde in copie paradossali, che si fanno esangui. Le immagini infine, come sembra dire il quadro-specchio deformante alla fine della mostra, restituiscono sempre un reale imperfetto, costituito dalla sua mancanza.

Space as a duty of care, Galleria Studio G7, Bologna. Courtesy degli artisti e Galleria Studio G7, Bologna. Foto Francesco Rucci

Alla Galleria Studio G7 c’è una mostra che coniuga diversi artisti secondo un’approfondita ricerca estetica. Al centro si trova un concetto ibrido di scultura, che viene messa classicamente in rapporto con lo spazio; la mostra infatti si intitola Space as a duty of care ed è curata da Daniele Capra. Le opere dei cinque artisti invitati sono messe in relazione in maniera discreta e non invasiva, secondo una presa in carico di “responsabilità” nei confronti dello spazio. Simon Callery (Gran Bretagna, 1960) reinterpreta la pittura come luogo in cui lo spazio ed il vuoto si possono incuneare, proponendo una visione eccentrica e scultorea del supporto pittorico. L’olandese Anneke Eussen (1978) recupera materiali di risulta come marmo o vetro e plexiglass per evocare l’idea di serialità con labili geometrie che costruiscono narrative inattese. L’opera di Jacopo Mazzonelli (Trento, 1983) si basa sulla defunzionalizzazione dell’oggetto, una decostruzione che scardina aspettative e rivela il carattere perturbante del reale, l’azzeramento del suono viene spazializzato attraverso correlativi oggettivi dei referenti musicali. La storica figura del croato Goran Petercol (1947) gioca con la quintessenza dell’immagine fotografica e filmica, la loro essenza che esiste in quanto proiezione luminosa. La proiezione si da in quanto lieve geometria, sulla soglia del visibile indagante tuttavia le premesse concettuali della rappresentazione. Anche Silvia Stefani (Bassano del Grappa, 1974) lavora sul concetto di disfunzione, mettendo in evidenzia la precaria fragilità dell’esistenza attraverso sculture essenziali, quasi antropomorfe, cariche di substrati psicologici.

Exhibition view GALLLERIAPIU IN WONDERLAND, photo credit Stefano Maniero

Se le mostre finora scelte hanno un’aria comune, fatta di ricerca sulle possibilità dei mezzi pittorici e scultorei con intersezioni con le tecnologie dell’era moderna, la mostra “Gallleriapiù in Wonderland” alla Gallleriapiù, costituisce invece un avamposto dove la sperimentazione e la transdisciplinarietà aprono nuove frontiere all’arte contemporanea. Le forme insolite dai colori iridescenti dei vasi di vetro della svedese Hanna Hansdotter (1984) inseriscono il primo elemento ibrido anche se ancora artigianale nella mostra. Il progetto transmediale in cui gli occhiali per la realtà virtuale visualizzano lo spazio creato dai suoni di sintesi digitale di una composizione sonora sperimentale opera del musicista e compositore Valerio Maiolo. CROSSLUCID costruisce un video con una popolazione transumana dove vivono e si mescolano esseri umani, animali, vegetali senza soluzione di continuità come ormai ci stanno abituando le estetiche create con l’intelligenza artificiale. S()fia Braga usa video e realtà aumentata per potenziare il corpo umano al fine di raggiungere il benessere emotivo. Infine la bio-designer Giulia Tomasello, ispirandosi ai principi del DIY, ha sperimentato un nuovo dispositivo per la regolazione dei batteri del sesso femminile, sfidando i tabù riguardanti il corpo femminile. L’importanza di questo lavoro viene riflessa dal prestigioso European Union Prize for Citizen Science – Grand Prize elargito il 22 di maggio 2023 al Isala: Citinzen-science map of vaginal microbiome, che ha visto scienziate belghe rivolgere le proprie ricerche allo stigma sociale e al bias – medico riguardante l’intimità femminile, la cura e i tabù collegati al corpo femminile. Il premio, dedicato a progetti “cross-border”, è stato organizzato da Ars Electronica di Linz per volontà della Commissione Europea come parte dell’IMPETUS project che vede in partnership diverse istituzioni europee (per l’Italia, T6 Ecosystems).

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