Print Friendly and PDF

Intervista a Rania Matar: delicati ritratti di forza e speranza

Mariam (With the Nails),Kfarkila, Lebanon, 2022 Courtesy Rania Matar
Mariam (With the Nails),Kfarkila, Lebanon, 2022
Courtesy Rania Matar

Una intensa intervista con la fotografa Rania Matar (1964): libanese d’origine, nel 1984 abbandona la sua terra e si trasferisce negli Stati Uniti. Nel suo lavoro si concentra sulle giovani donne e sul loro intimo universo, dal Libano agli Stati Uniti, dedicandosi all’esplorazione di questioni di identità personale e collettiva. Il suo corpus di lavori ha dato vita a diversi libri, Ordinary Lives, A Girl and Her Room, L’enfant femme e She

 

Mi parli dell’inizio del tuo viaggio nel mondo della fotografia?
Inizialmente ho studiato architettura, sono andata a scuola e mi sono dedicata molto all’arte all’università, ma non alla fotografia. Mi sono laureata e ho lavorato come architetto per qualche anno. Poi un giorno un fotografo è venuto a ritrarre i miei figli per le cartoline di Natale ed è stato un vero caos. Fu lì che ho deciso di iniziare a frequentare dei workshop di fotografia. Ho finito per fare foto molto diverse da quelle che pensavo di fare. Mi sono innamorata dei lavori di Sally Mann e tutti gli artisti che fotografavano i loro figli. Mi sono innamorata del mestiere della fotografia, del lavoro in camera oscura, della fase di realizzazione delle stampe. In quel periodo stavano crescendo i miei figli, io avevo un lavoro part-time come architetto e ho iniziato a fare la fotografa. Poi, dopo l’11 settembre, si è diffusa negli Stati Uniti una retorica secondo la quale c’erano dei “loro” da contrapporre a “noi”. In quel periodo il mio senso di identità ha iniziato ad andare in frantumi. Io ero e resto una di “loro”, ma io sono allo stesso tempo anche una di “noi”. Che cosa vuol dire questo per me? Ho deciso di andare in Libano a fotografare e a raccontare una storia. Senza che me ne fossi resa conto, fare fotografie è diventato il mio lavoro principale.

Mi sono trovata molto attratta dalle donne e dai bambini. Parlo sempre del lavoro che ho fatto con i miei figli, perché sono andata a fare una portfolio review e ho mostrato il lavoro che ho svolto con i miei bambini, i primi lavori che ho fatto in Libano e nei campi profughi palestinesi. Mi è stato detto: “Devi raggiungere in tutti i tuoi lavori la stessa intimità che si percepisce nelle foto dei tuoi figli”. È stato il miglior consiglio che mi abbiano mai dato.

Tutti i miei lavori da quel momento in poi sono stati ispirati dai miei figli, soprattutto dalle mie figlie, quando crescevano.

Barbie Girl, Haret Hreik Beirut 2006
Part of the series Ordinary Lives
Courtesy Rania Matar

 

Poi il tuo primo progetto ti concentri su tua figlia ritratta nel momento in cui stava diventando una giovane donna…

Sì, esattamente. Il mio primo lavoro si è trasformato nel mio primo libro, dando inizio al progetto “Ordinary Lives”. Sentivo il bisogno di cambiare rispetto ai miei precedenti lavori concentrati principalmente nel Medio Oriente. Mia figlia era ormai un’adolescente, ma ha anche un fratello gemello, quindi stava crescendo un po’ una tomboy. Ma ho anche notato che si stava completamente trasformando sotto i miei occhi. Ad un certo punto, ho deciso di concentrare il mio lavoro sulle ragazze adolescenti. Dopo aver fotografato alcune di loro durante le visite a mia figlia, ho notato che insieme diventavano quasi indistinguibili e si esibivano l’una con l’altra. Così, ho deciso di ritrarre ogni giovane donna da sola, fuori dal gruppo. Dopo che alcune di loro mi hanno permesso di entrare nelle loro camere, ho capito che lì si sarebbe svolto il progetto. Entrare nelle stanze delle ragazze è stata un’esperienza estremamente interessante perché all’inizio nessuna di noi si conosceva. Eravamo entrambe a disagio. Ho impiegato del tempo per farci sentire a nostro agio a vicenda, finché la giovane donna quasi si dimenticava della mia presenza. Il mio approccio è molto semplice. Lavoro quasi senza attrezzatura, porto solo la mia macchina fotografica e un obiettivo. Niente illuminazione, nessun assistente, neanche un treppiede. Questo metodo semplifica il lavoro. Utilizzo un obiettivo grandangolare, quindi devo avvicinarmi molto al soggetto che fotografo. Questo facilita la creazione di un rapporto di fiducia e garantisce autenticità al lavoro.

 

Yasmine, Beirut, Lebanon, 2012
Courtesy Rania Matar

 

Sì. Infatti, mi chiedevo come facessi a stabilire un rapporto di intimità con il soggetto. Forse ti rivedi come una ragazza negli occhi di tua figlia…
Oh, assolutamente. Assolutamente sì. È una domanda eccellente, perché ho iniziato a fotografare per questo progetto negli Stati Uniti. Poi, quando ho iniziato a riconoscermi in quelle donne, in quelle giovani donne, ho capito di essere esattamente la stessa… C’era qualcosa di così universale nell’esperienza di crescita. Sono cresciuta in un Paese diverso, in una cultura diversa, 25 o 30 anni prima. È stato lì che ho deciso di fotografare anche in Libano. Ed è diventato molto significativo per me, poiché si è trasformato in un focus sulla nostra umanità condivisa attraverso la femminilità che si sviluppa. Così mi sono vista riflessa in quelle donne.
Un altro aspetto degno di nota è che in Libano ho fotografato soprattutto donne che non conoscevo. Quindi, per loro, non ero associata alla figura materna. Non ero un’amica della loro madre o la madre delle loro amiche. Sono riuscite a fidarsi di me perché ero semplicemente io, la loro fotografa. Credo che questo sia stato estremamente significativo.

 

Chermine Hamra Beirut Lebanon 2022
Courtesy Rania Matar

Per la serie “A Girl and Her Room” fotografi ragazze in Medio Oriente e ragazze negli Stati Uniti. Ci sono linee comuni, sembra quasi che le foto siano state scattate nello stesso luogo.
Quando vedo le mie figlie, vedo me stessa. Sono libanese, palestinese, americana. Ma sono la stessa persona. Potrei sentirmi a casa là e mi sento a casa qui. Abbiamo molte altre cose in comune. Era importante per me focalizzarmi su questo aspetto attraverso la giovane donna che stavo ritraendo. Quindi, anche se ogni foto riguarda la persona che sto ritraendo in quel momento, sia le caratteristiche uniche che la definiscono sia ciò che la circonda e che è unico per lei, alla fine stiamo tutti attraversando gli stessi cambiamenti fisici, biologici ed emotivi. Da questo punto di vista cambia poco se un essere umano cresce in un campo profughi nei sobborghi alti di Beirut o in una casa a Boston o a New York, giusto? Per me era importante parlare di questo. C’è universalità e individualità allo stesso tempo, voglio dire, spero.

 

Izzy, Brookline, MA 2011 Courtesy Rania Matar

Vedo che dopo “Ordinary Lives”, “A Girl and Her Room”, “l’Enfant Femme”, il tuo nuovo libro è intitolato “She”. Come è nato e come si è sviluppato il progetto?
Sì è un progetto successivo a “A Girl and Her  Room” e “l’Enfant Femme”. Per il primo mi sono ispirata a mia figlia maggiore, per il secondo alla mia figlia più piccola. Poi, nel mezzo, non era proprio un libro, ma ho iniziato a lavorare a una serie intitolata “Unspoken Conversations: Mothers and Daughters”. Il progetto è nato quando i miei due figli più grandi hanno lasciato la casa materna per andare al college. Ho capito che il mio rapporto con loro stava per cambiare. E se mia figlia sta crescendo, anche io sto invecchiando, giusto? Quindi questa è anche una situazione molto personale. Ho perso mia madre quando avevo tre anni, e mi sto rendendo conto che il mio rapporto con i miei figli, mentre diventano adulti, sta cambiando, e io lo sto imparando in prima persona.

Mentre accadeva tutto questo, sono stata invitata a fare una residenza d’artista al Kenyon College in Ohio, per la quale avrei dovuto realizzare delle opere durante il mio soggiorno. Mi sono veramente innamorata del paesaggio rurale dell’Ohio. Ho iniziato a fotografare giovani donne e studentesse universitarie, ritraendole in relazione al paesaggio che le circondava. Ho capito che quella era la continuazione del mio lavoro, poiché tutti i miei figli ormai erano andati via di casa. Così, per la prima volta, anziché lavorare nello spazio domestico e familiare, stavo lavorando con queste donne fuori, nel mondo reale. Metaforicamente, era ciò che facevano anche i miei figli quando si sono trovati nel mondo reale. La relazione che stavano creando con quell’ambiente, che stava diventando il loro, andava oltre il bozzolo protettivo della casa.

 

Kefa, Gambier, Ohio, 2018
Courtesy Rania Matar

Mentre il progetto “Where Do I Go”?
C’è anche un po’ di sovrapposizione tra “She” e “Where Do I Go”. Ho iniziato a lavorare a “She” in Ohio. E, come faccio sempre, ho deciso di estendere il progetto anche al Libano e al Medio Oriente. Per questo progetto ho vinto una Guggenheim Fellowship, ed è stato meraviglioso perché mi ha permesso di viaggiare di più. Ho visitato altri campi profughi e sono andata in Egitto. Purtroppo, la Siria non era un posto sicuro, quindi non ho potuto andare in alcuni posti. Ma ho potuto viaggiare di più negli Stati Uniti e un po’ di più nel Medio Oriente.

Mentre lavoravo al libro “She” è iniziato il Covid. Poi il 4 agosto 2020 ci sono state le esplosioni al porto di Beirut e sono andata in Libano. Lì ho scattato alcune foto di giovani donne che stavano affrontando la fase di ricostruzione della città. Poiché il libro è stato realizzato durante il Covid, abbiamo subito continui ritardi. Sono riuscita ad aggiungere alcune di quelle immagini al libro “She”. Allo stesso tempo questo lavoro ha in qualche modo avviato il mio progetto successivo, intitolato “Where Do I go?” È un progetto dedicato al 50° anniversario della guerra civile libanese. Io ho lasciato il Libano nel 1984 e ho scoperto che ora, all’improvviso, dopo tanti anni, queste giovani donne stavano vivendo una situazione simile alla mia… C’è stata un’altra grande ondata di emigrazione dal Paese. La più grande ondata di emigrazione dal 1984. Sembra che la storia si stia ripetendo, e questo non può che spezzarmi il cuore.

Capisco perfettamente cosa stiano passando queste donne. Lasciare la propria casa? Lasciare tutto ciò che si conosce? Per iniziare da capo da qualche altra parte? O rimanere, nonostante le condizioni difficilissime? Non esiste una risposta a queste domande, ma volevo iniziare a raccontare la storia di queste donne. È un progetto molto collaborativo. Ho chiesto loro di scegliere un luogo in Libano che avesse un significato personale per loro. E se non lo sceglievano, lo abbiamo creato insieme, perché c’è una memoria collettiva di tutto ciò che è successo, per costruire la narrazione. E per me si tratta anche di… Mi rendo conto che nel 2025 ci sarà il 50° anniversario della guerra civile libanese. Queste giovani donne non hanno mai vissuto la guerra, ma fa parte della memoria collettiva di tutta la loro generazione, di tutti. Stanno pagando il prezzo di ciò che non solo la mia generazione, ma anche quella più anziana, ha fatto al Paese. E per me questo è un progetto molto personale. Ogni foto ha una storia, ed è una storia individuale. È una storia collettiva, ed è personale per me. Sto iniziando a includere donne di tutte le età in questo progetto, e spero che nel 2025 possa diventare un libro.

Rayven, Miami Beach, Florida, 2019
Courtesy Rania Matar

L’ultima domanda: c’è un progetto nuovo che hai in mente?

Attualmente sto lavorando al progetto “Where Do I Go? 50 Years Later”, e sono completamente immersa nel lavoro. Tuttavia, nel mio cuore c’è anche il peso della perdita di mio padre avvenuta quest’estate. Mio padre mi ha cresciuta; sono cresciuta senza madre e non ho fratelli. Ora mi sento come se la terra mi fosse stata tolta da sotto i piedi. Sto leggendo molti dei suoi scritti e sto scoprendo delle fotografie che ha lasciato. Ora, con tutto quello che sta accadendo tra il Medio Oriente, il Pakistan e Israele, rifletto sul fatto che mio padre era di origini palestinesi. Non so ancora cosa farò con questo materiale, ma sento che alla fine, quando sarò emotivamente pronta, vorrei farci qualcosa. Non so ancora che progetto sarà, né se sarò in grado di parlarne, ma sento che è importante per me. Questa idea sta maturando dentro di me.

Alae (In the Golden Water) Khiyam, Lebanon, 2019
Courtesy Rania Matar

Commenta con Facebook

Altri articoli