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La rovina come condizione esistenziale. Dialogo con Alessandro Calizza

Installation view 'Rotten dreams and golden plates' di Alessandro Calizza a bar.lina, ph Alberto Guerri Installation view "Rotten dreams and golden plates" di Alessandro Calizza a bar.lina, ph Alberto Guerri
Installation view 'Rotten dreams and golden plates' di Alessandro Calizza a bar.lina, ph Alberto Guerri
Installation view “Rotten dreams and golden plates” di Alessandro Calizza a bar.lina, ph Alberto Guerri

Dialogo con l’artista Alessandro Calizza in occasione della mostra personale Rotten dreams and golden plates presso lo spazio indipendente bar.lina, a Roma

L’incontro avviene presso la Screening Room della Soho House di Roma, a seguito della visione di un corto sul lavoro dell’artista Alessandro Calizza, realizzato con il video editing di Andrea Pochetti. L’artista introduce la conferenza con un discorso che inquadra la nostra attualità, ritenendo che “la nostra è una società che non si vuole guardare allo specchio e l’artista è colui che porta quello specchio”. E aggiunge un elogio alla dimensione della fiaba che invita a tenere presente, durante la visita alla mostra, in cui si assiste a un lavoro che evoca la rovina, intesa – secondo il pensiero di Marc Augé – in un tempo puro e assente dal mondo di simulacri che produce macerie. Segue l’intervento di Andrea Acocella, fondatore di bar.lina e curatore della mostra presentata nello spazio indipendente di arte e letteratura LGBTQIA+, nato come progetto culturale dell’associazione FLUIDA nel 2021, e come luogo fisico, nel 2022. bar.lina focalizza la sua attenzione sul mondo della queerness italiana e internazionale, con una linea di ricerca verso l’identità di genere, i corpi, le sessualità e i transfemminismi. Il curatore prosegue la sua introduzione al progetto espositivo, definendo l’importanza della mostra per la decostruzione del corpo e dell’identità maschile, gesto politico, come quello dell’aprire “le serrande” dello spazio, azione rimarcata anche dalle parole di Isabelle Sciamma, per la rilevanza dell’operazione nel contesto delle gallerie italiane. Massimo Mininni denota la specificità degli spazi indipendenti romani, oltre a ricordarne la parentesi storica dalla loro nascita. Collegati, inizialmente, a una corrente artistica, oggi gli artisti hanno una loro autonomia che mettono in discussione con gli altri artisti dello stesso spazio di lavoro ma anche, ampliando il confronto tra i diversi spazi indipendenti, registrando uno scambio che, in tempi passati, non esisteva. La narrazione si chiude con una breve dissertazione sulla mostra, ricca di interrogativi e contenuti, e in sintonia con bar.lina, luogo dotato di una sua linea politica ben definita.

In una voce che sottende il tuo lavoro, osservo – per tracciare un’allusione benjaminiana – una riappropriazione della memoria, tramite l’“icona” dell’eroe biblico che, in sincrono, si riconcilia con la sua caduta e frammentazione evocante la maestà della scomparsa come impulso ricusante gli abissi futili del progressismo. Michel Foucault, in L’archeologia del sapere (1969), ci ricorda che “L’archeologia non cerca di restituire ciò che si è potuto pensare, volere, ambire, provare, desiderare… non è nulla di più e null’altro che una riscrittura: cioè, nella forma conservata dell’esteriorità, una trasformazione regolata di ciò che è già scritto”. La tua semiotica sovrappone una serie di stratificazioni che si servono di diversi stadi analitici e che, verosimilmente, sembrano trarre forma da un approccio filologico verso la civiltà e la cultura e la loro interazione con il circostante.
Credo che di fronte ad una rovina non si possa che subire il fascino della sua maestosità, spesso accentuato dall’assenza parziale di ciò che era un tempo e che tendiamo a completare nella lettura (tendenzialmente romantica) che ne facciamo e che inevitabilmente sarà falsata, o quantomeno guidata, dal contesto in cui sia noi che questa ci troviamo immersi. La funzione che ogni traccia di ciò che ci ha preceduto assume nel presente è fortemente connessa con la direzione che il sistema/cultura egemone tenta di darsi per perpetuare e giustificare la propria esistenza. Ecco, dunque, che una rovina diviene specchio di una gerarchia di credenze e del loro effettivo valore; riflesso non tanto di se stessa quanto degli effetti che la nostra civiltà ed il presente hanno su ciò che rappresentava in origine. In tal senso un elemento muta la sua accezione diventando rovina, che è stato d’essere e funzione al contempo. Condizione che potrebbe essere preziosa se appunto sapessimo leggerne i moniti e le opportunità di riflessione di cui si fa portatrice. Non necessariamente però l’affezione alla maestosità del passato sottende una condanna tout court delle forze trainanti dell’epoca attuale. Solo tracciando una linea che unisce due punti, passato e presente, avremo la possibilità di intuire la direzione in cui questa si sta proiettando e, dunque, di capire come si stia delineando il nostro avvenire. Ecco che un cumulo di frammenti, se inserito in questo percorso di costruzione critica di coscienza di sé, assurge a stato di rovina eludendo la condanna, che sarebbe più nostra che sua, di restare (come direbbe Augé) un mero ammasso di macerie.

 

Da sinistra Elena Biani, Isabelle Sciamma, Alessandro Calizza, Massimo Mininni, Andrea Acocella, Screening room della Soho House a Roma, ph. Alberto Guerri
Da sinistra Giulia di Veroli, Isabelle Sciamma, Alessandro Calizza, Massimo Mininni, Andrea Acocella, Screening room della Soho House a Roma

Irving Lavin ricordava che: “il David di Michelangelo ha raggiunto uno status unico come simbolo dello spirito provocatorio della libertà umana e dell’indipendenza di fronte ad avversità estreme. Questa preminenza emblematica del David è dovuta in gran parte al fatto che Michelangelo ha incorporato, in un’unica immagine rivoluzionaria, due costituenti per eccellenza dell’idea di libertà, uno creativo, e quindi personale, l’altro politico, e quindi comunitario”. Andrea Acocella, nel testo dell’esposizione, scrive: “… la distruzione del “David” è un atto “queer” interpretabile come un’azione simbolica iconoclastica volta a contestare le norme tradizionali di genere e sessualità. È innegabile, infatti, che il “David” di Michelangelo sia universalmente riconosciuto come un’icona di mascolinità e bellezza …” e prosegue “il David rappresenta l’abituale schema educativo patriarcale, e così bisogna insegnarlo. È il “vero” uomo. …È il paradigma maschile, patriarcale, virile esercitato poi nei luoghi di potere. E per tale motivo questo corpo va distrutto”. Consacrazione e profanazione, numerose sono state le ricerche artistiche e le posizioni critiche sul David.
Il David in questo caso diventa sineddoche di un intero sistema di valori e credenze, densamente stratificato e che permea ogni ambito ed ogni momento della nostra esistenza, anche se spesso non se ne percepisce la presenza e l’enorme influenza che ha su di noi. Il sesso e dunque il corpo diventano, per tornare a Foucault, luogo di esercitazione del dominio, attraverso la narrazione e il controllo che il potere stesso fa di questi. Senza dubbio l’aspetto evidenziato da Andrea è uno di quelli oggi più critici da affrontare. David è il simbolo di una grandezza ormai perduta, ma allo stesso tempo modello imposto come unico e non equivocabile e dunque frustrante per chi non voglia o non riesca a conformarsi ad esso. Frustrazione che inevitabilmente genera sofferenza e pertanto risposte poco lucide e violente, laddove si ha la triste opportunità di “sfogare” tale sofferenza al di fuori di sé, ma senza essere in grado di comprenderla nella sua radice profonda e quindi risolverla positivamente. Esemplari in tal senso sono le questioni della violenza di genere, del patriarcato, della misoginia o dell’omotransfobia, oggi al centro del dibattito sociale e mediatico ma ben lungi dall’essere comprese dal sistema dominante (che anzi si fonda su queste) nella loro fondamentale importanza e, purtroppo, ancora più lontane dall’essere oggetto di strategie politiche e sociali che vogliano e riescano realmente a disinnescarle.

Nella tua azione, il pensiero volge all’utilizzo di una copia del David ridotta a objet trouvé e poi frantumata. L’indifferenza verso l’originale e il disfacimento della sua copia aprono nuovi piani di riflessione. L’eroe muta in una veduta ravvicinata, in cui il gigantesco si fa gracile e putrida vanitas. Si ottiene una contestualizzazione che sposta la ricerca da una dimensione interiore alla relazione tra l’individuo e il suo contesto di riferimento.
Sì, effettivamente la relazione con l’originale e con l’intento che mosse Michelangelo a realizzarlo sono secondarie rispetto alla scelta di utilizzare una copia dichiaratamente posticcia e quindi semplice immagine-modello, non tanto dell’opera in sé, ma di tutto quello che oggi significa per noi. Da qui lo slittamento dalla dimensione interiore dell’opera alla relazione accennata tra individuo e contesto. Questa è una caratteristica presente in tutto il mio lavoro: raramente affronto direttamente il soggetto del mio interesse, lo evoco attraverso le sue rappresentazioni che reputo più efficaci e adatte a completare il sillogismo da cui muove l’opera. Rappresentazioni che tra l’altro mi permettono di declinare il soggetto evocato in innumerevoli soluzioni ed accezioni che, affrontandolo direttamente, sarebbero ben più limitate perché sottostanti alla natura ed alle convenzioni di cui il soggetto stesso è portatore. Un frutto di plastica si può sciogliere come fosse una candela, una statua può avere frammenti di corpo distrutti eppure restare viva protagonista dell’opera, mentre una mela nella realtà marcirebbe differentemente ed una figura umana fatta a brandelli non avrebbe giustificazione e coerenza narrativa nelle situazioni in cui invece si ritrovano i soggetti protagonisti dei miei lavori.

 

Alessandro Calizza, Senza titolo (conversations), acrilico spray, carboncino e arilico su tela, 130x162 cm, "Rotten dreams and golden plates", ph. Alberto Guerri
Alessandro Calizza, Senza titolo (conversations), acrilico spray, carboncino e arilico su tela, 130×162 cm, “Rotten dreams and golden plates”, ph. Alberto Guerri

Jameson indica il Postmodernismo come un’epoca che apporta una dimenticanza al pensare storicamente «o esprime un profondo insopprimibile impulso storico, non importa in quale maniera distorta, o reprime efficacemente e devia quell’impulso, dipende da quale dei due lati dell’ambiguità si preferisce». Nel procedere temporale dell’oggi, si son tracciate delle spinte nel fare artistico che hanno modificato tale percezione. Rotten dreams and golden plates si pronuncia come disfacimento del sistema di disvalori occidentali e lettura ironica e amara della sua consapevole tramutazione. Gilles Deleuze, in Pourparler, prospetta che “Siamo pervasi di parole inutili, di una quantità folle di parole e di immagini. … Le forze della repressione non impediscono alla gente di esprimersi, al contrario la costringono a esprimersi”.
Nel nostro sistema neocapitalista, iper-mediatico ed iper-mediato, consumista fino alla nausea, sempre più “l’oggetto”, in assenza di questo pensare in relazione alla storia, è rappresentazione di nient’altro che di se stesso: fittizia evocazione di un valore in realtà non presente, ma attraverso il quale questo si legittima autonomamente e senza doversi giustificare, se non al cospetto ed attraverso un sistema di paradigmi che è lo stesso ad averlo generato e pertanto che lo assolverà senza remore: metterlo in discussione significherebbe autoincriminarsi. Non accadrà mai che il re guardandosi allo specchio dichiari di essere nudo. L’arte deve avere questa funzione, questo senso: essere specchio del sistema al quale appartiene, riuscendo a rappresentarlo attraverso una tale pluralità di punti di vista che si riesca a leggerlo nella sua interezza e complessità e, quindi, ad avere accesso a tutti gli elementi utili e necessari per poter costruire lucidamente un proprio pensiero libero e realmente critico. Nella transizione da un sistema bastato su valore e contenuti, ad uno che predilige apparenza, forma e stordimento, l’oggetto che prima era genesi, medium e rappresentazione del pensiero che ne giustificava l’esistenza, diviene esso stesso ciò che si adora; è, come detto poco fa, il fine di se stesso, si riduce a vuota autorappresentazione incapace di essere l’immagine feconda di Wittgenstein; non è che il feticcio quotidiano di Dorfles, la lavatrice o l’orso di Peluche del “Regno a venire” di Ballard. Ecco quindi che chi oggi vuole affermarsi in quanto modello di riferimento non punta a farlo attraverso la generazione di valore, cosa che richiederebbe tempo, competenze e dedizione, e andrebbe quindi a discapito della crescita del consenso veloce, ma lo fa esclusivamente attraverso l’imposizione tossica della propria immagine e della propria presenza. Non importa se non si ha nulla da dire, l’importante è non smettere di parlare, altrimenti si rischia di scomparire nel nulla. Tanto più comunichiamo, tanto più il nostro medium/messaggio avrà presa sul nostro sistema di riferimento, affermando la nostra esistenza e il nostro rango social-e. La cosa più preoccupante a mio avviso è che tale dinamica pervada senza alcuna distinzione ogni ambito del quotidiano: non solo chi dei social e di questo tipo di comunicazione ha fatto opportunisticamente la propria carriera e motivo di esistenza, ma anche quegli ambiti, come la politica e la cultura, che dovrebbero essere in grado di fornire l’antidoto contro tutto ciò e che invece ne sono le prime vittime e, a loro volta, tra le prime responsabili. Con questo non voglio dire che non ci siano territori sociali, culturali e politici capaci di generare valore; tutt’altro, penso a ogni esperienza realmente indipendente, ad associazioni, collettivi, spazi liberi di creazione e difesa del pensiero e della cultura come anche a singoli individui che si battono all’interno di partiti, uffici, aule universitarie o contesti analoghi per cambiare le cose, ma è evidente come queste esperienze siano spesso ignorate se non volutamente osteggiate dal sistema dominante che le vede come minaccia e possibile causa di una propria distruzione. Distruzione, e costruzione ex novo, che sinceramente mi auspico e alla quale tento di contribuire attraverso le mie opere, le mostre ed i processi che cerco di attivare con queste e progetti come Sa.L.A.D – San Lorenzo Art District.

 

Installation view "Rotten dreams and golden plates" di Alessandro Calizza a bar.lina, ph Alberto Guerri
Installation view “Rotten dreams and golden plates” di Alessandro Calizza a bar.lina, ph Alberto Guerri

In un estratto di Sapiens/Da animali a dèi/ breve storia dell’umanità di Yuval Noah Harari, si legge: “…Tutti questi sapiens, sempre più resistenti ai capricci della natura, sono diventati sempre più assoggettati ai dettami dell’industria e dei governi moderni. …Il patto tra stati, mercati e individui è un patto problematico, Stato e mercato sono in disaccordo circa i loro reciproci diritti e obblighi. …È sorprendente, comunque, che questo patto alla fine funzioni, per quanto imperfettamente”. L’uomo-demiurgo ha un’immagine di sé infallibile ma nessun individuo deificato, persino l’angelo luciferino, è esente dal produrre una falla nel sistema idealistico. Il lavoro in acrilico, immagine confinante con il palcoscenico pop, incontra il glitch come pausa che si insedia tra le fantasie di dominio, come entropia che corre segreta nella tecnologia.
La tecnologia è uno strumento divenuto ormai soggetto pensante, manipolatore più che manipolato dall’essere umano; mentre il patto tra stati (solo quelli dominanti) e mercati diventa sempre più solido, l’individuo è relegato a funzione nutriente per un sistema che di questo non ha alcuna cura se non appunto in quanto produttore di energia necessaria a tenere in vita i propri meccanismi. I nuovi media ci offrono ogni giorno, e traendone un gran profitto, la possibilità di una esistenza simulata quale surrogato di una realtà che spesso vorremo rifuggire, ma è questa forse una delle più grandi trappole del presente. Più ci abbandoniamo a questa allucinazione più ci distacchiamo dalla vita reale, lasciando campo libero a chi tali allucinazioni genera e controlla, con il tanto evidente quanto terrificante obiettivo di accentrare potere, prestigio e ricchezza. Non servono i campi di allevamento/coltivazione dei corpi di Matrix per renderci batterie a breve durata da scartare una volta esaurite, bastano click e like. Realtà e simulazione virtuale oramai si confondono senza quasi alcuna soluzione di continuità. La prima sacrifica pezzi di sé per tendere a ciò che la seconda le offre attraverso canti di mortifere sirene truccate a festa, mentre esce sinuosa dagli schermi touch per insinuarsi tra le pieghe del reale forzandolo in direzioni e modelli insensati e irraggiungibili, pertanto generatori di nient’altro che frustrazione. Lo slittamento costante che viviamo tra questi due piani (reale e virtuale) è sempre meno evidente tanto è continuo e veloce. Come le ali di un colibrì che ci appaiono immobili nell’aria tanto si muovono velocemente. Il glitch nel mio lavoro vuole essere indizio e denuncia di questa ambivalenza e di questa schizofrenia collettiva, possibilità di svelare processi normalmente ben occulti e quindi strumento che ci permetta, infine, di essere quantomeno consapevoli di quale sia la sostanza di ciò che ci circonda.

Il David è immagine già culturalmente delineata nella nostra tradizione. La sua ripetizione e conseguente distruzione sembrano esemplificare la condizione presente del non voler accrescere un futuro archivio immaginifico, già sufficiente a sé stesso.
Già sufficiente a sé stesso senza dubbio, in un processo di autoaffermazione che, come dicevamo, teme ogni confronto e messa in discussione e lo rende, oltre che incapace, spaventato all’idea di generare un proprio archivio, dato che nell’archiviare si deve inevitabilmente decodificare, leggere, confrontare e comprendere ciò che si sta passando al vaglio dei filtri scelti per costruire l’archivio stesso. Ecco che in questo tipo di analisi, se quanto detto fin qui è vero, non si arriverebbe ad altro che alla consapevolezza dell’iniquità del sistema di valori di riferimento che si è seguito e rafforzato fino ad ora. Di nuovo: sarebbe il re che si affaccia al balcone e grida al popolo di essere nudo. Ciò che oggi potrebbe davvero costituire la base per ricostruire da zero una realtà (ed il suo relativo archivio), in cui i valori centrali tornino ad essere l’Essere Umano, la giustizia sociale e i diritti di ogni singola persona vivente, è in realtà tutto quanto chi detiene le chiavi della nostra condizione presente tenta di soffocare, motivo per cui è ancora più importante non restare pavidi e imparziali per paura di non aver accesso a briciole di ciò che questo sistema ci promette illudendoci ogni giorno, ma capire da che parte stare e domandarsi in che modo possiamo noi contribuire a tale trasformazione. È inutile prenderci in giro, se si ha la fortuna di poter scegliere non ci sono vie di mezzo: o si è parte della soluzione, o si è parte del problema.

 

Studio di Alessandro Calizza, Cristallo Odescalchi, Luca Mamone, Scarful, Krizia Galfo. Courtesy dell'artista.
Studio di Alessandro Calizza, presso Ombrelloni, Courtesy dell’artista

NOTA BIOGRAFICA DELL’ARTISTA
Alessandro Calizza (Roma, 1983) è un artista romano che lavora nell’Artist Run Space Ombrelloni. Insieme al curatore Tommaso Zijno, ha ideato Sa.L.A.D. (San Lorenzo Art District), progetto che ha come scopo quello di valorizzare le realtà artistiche presenti nel quartiere, in cui opera. Nel 2017, ha realizzato la sua personale “Atene Brucia” al Museo dell’Arte Classica di Roma; nel 2021, ha presentato la sua bi-personale con Federica Di Pietrantonio, presso Struttura a Palazzo Odescalchi. Nello stesso anno, ha fatto parte degli artisti invitati a esporre alla GAM di Roma per la collettiva “Materia Nova”, ed è anche presente alla mostra “Reazioni-Antidoti Ironici”, a Palazzo Taverna, a Roma. È tra gli artisti protagonista del volume “VERA”, a cura di Damiana Leoni, e di una puntata della rubrica A/R, a cura di Costantino D’Orazio, andata in onda su Rainews24. Nel luglio 2021, è stato l’artista invitato per l’Italia dall’Istituto di Cultura Italiano ad Algeri e dall’AARC, per una residenza d’artista, in occasione dei XIX Giochi del Mediterraneo. Nel settembre 2022, ha preso parte al progetto di residenza “D3cam3r0n3”, organizzato da Francesca Cornacchini e Palazzo Lucarini Contemporary, a Trevi; nel dicembre dello stesso anno, è stato invitato a esporre alla 21Gallery, per la collettiva “Roma Pittura Emergente Oggi. A New Generation”, a cura di Cesare Biasini Selvaggi. Nel 2023, è stato presente alla mostra “Le stelle di San Lorenzo”, presso la Galleria Gilda Lavia e, con Ombrelloni, alla mostra “L’impresa e l’opera” presso la galleria La Nuvola, a Roma. A giugno dello stesso anno, insieme all’artista Solveig Cogliani, ha preso parte al progetto di residenza “The Human Bridge”, in Palestina. È tra gli artisti a quali, nel luglio 2023, è dedicato il prestigioso “Annuario dell’arte italiana”, pubblicato da Treccani, in collaborazione con la Quadriennale di Roma. (Nota biografica tratta dal CS della mostra).

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