19 Settembre 2026 17:34

Addio a Daniel Lelong, storico gallerista francese

Daniel Lelong con la ministra della cultura francese Audrey Azoulay alla Fiac di Parigi, 2016. Courtesy of Getty Images
Il mondo dell’arte saluta una delle sue figure più emblematiche: Daniel Lelong, il gallerista francese che ha plasmato il mercato dell’arte moderna del secondo Novecento, è scomparso il 4 giugno all’età di 92 anni. Un uomo colto, curioso, sorridente. Un art dealer d’altri tempi.

“Ha vissuto una vita lunga e felice”, ha dichiarato Mary Sabbatino, vicepresidente della Galerie Lelong & Co., che con Daniel Lelong ha lavorato per oltre trent’anni. “Si vedeva che amava profondamente ciò che faceva. Era sempre positivo, felice di essere parte di questo mondo”.

Dalla giurisprudenza all’arte – nato a Nancy nel 1933, Lelong fu inizialmente funzionario del Consiglio di Stato francese. Ma la sua vita cambiò quando l’influente gallerista Aimé Maeght lo coinvolse nella creazione della Fondazione Maeght, la prima fondazione d’arte moderna e contemporanea in Francia. Era il 1964, e per Lelong fu “un’avventura emozionante”. Da quel momento non tornò più indietro. Nel corso della sua carriera Lelong costruì relazioni durature con artisti iconici come Joan Miró, Alexander Calder, Marc Chagall, Francis Bacon, Alberto Giacometti e Antoni Tàpies. “Aveva un talento speciale nel connettersi con gli artisti. Li capiva, li rispettava, li amava”, ha ricordato Sabbatino.

Dopo la morte di Maeght, nel 1981, Lelong fondò la Galerie Lelong insieme a Jean Frémon e Jacques Dupin. Nel 1985 aprirono una sede a New York, portando con sé lo spirito dell’avanguardia europea nel cuore dell’America. “Daniel era un gallerista che apparteneva a un’altra epoca”, ha detto Sabbatino. “Aveva partecipato alla prima Art Basel nel 1970. Era testimone vivente di decenni di storia dell’arte”.
Nel suo taccuino, conservava ogni vendita fin dagli anni Sessanta. Aveva tra i clienti grandi collezionisti come Norman Braman, Joseph Hirshhorn e Jon Shirley. Molti capolavori oggi nei musei di Washington o nelle ville della Florida sono passati per le sue mani.
Ma la sua influenza andava oltre il mercato. Fu lui, insieme all’ex tennista Jean Lovera, a portare l’arte al Roland Garros. Ogni anno, un artista diverso avrebbe firmato il poster ufficiale del torneo: da Valerio Adami a Miró, fino a Tàpies. Un’idea rivoluzionaria che trasformò uno degli eventi sportivi più amati in una passerella per l’arte contemporanea.

Scrisse libri, cantò Léo Ferré, e non smise mai di sorridere. “Lo sentii l’ultima volta per il suo compleanno”, ha raccontato Sabbatino. “C’era champagne, e il suo sguardo luminoso, come sempre. Guardava sempre il lato bello delle cose”.

Con lui se ne va un pezzo autentico della storia dell’arte europea. Ma il suo spirito sopravvive tra le tele di Miró, le sculture di Calder e i sorrisi di chi, grazie a lui, ha imparato che l’arte è, prima che una economia, un gesto umano.