
Ridere, ma perché? Tre minuti per riempire un bicchiere, ma come? Mangiare merletti, montare divani a teatro, accumulare spazzatura. Ma perché? È la performance, bellezza. Ed è una ricchezza! Note sull’ultima edizione di TMN, la lezione aperta del corso The Momentary Now a Zona K

Una risata vi seppellirà, dicevano le scritte sui muri. Qui invece la risata irrompe e squarcia l’atmosfera, tutti i performer risono insieme. Il pubblico è spiazzato, salta in aria, si posta incredulo, aggrotta le sopracciglia. La risata, che si è propagata attraverso lo spazio per più di un minuto, è finita. Entro così dentro Zona K, dove si tiene la lezione finale di The Momentary Now, la scuola di performance dell’artista Marcella Vanzo all’Isola, ora alla sesta edizione. I lavori sono sette e Nothing to laugh about, la grande risata sonora e partecipata se così si può dire, è il primo che mi accoglie.
Vanzo mi spiega che Marina Araki, l’artista che lo presenta, ha scelto di lavorare insieme ai compagni di corso a cui ha chiesto di ridere con lei durante le loro performance.
Che così per un istante le performance si interrompono, interrompendo il paesaggio surreale e silenzioso che le accompagna, un silenzio assorto, da chiesa quasi, da rito, tipico della performance.

Il bar è aperto, un’altra sorpresa. Libri, sigarette, birrette, musica e un ragazzo, Lorenzo Cattel, che si muove a velocità minima. Nella sua lentezza mi perdo, guardarlo è un incanto, con tre dita versa del chinotto in un bicchiere e ci mette due o tre minuti per berne un sorso. Quando il mondo mi porta via non so dov’è la mia scrivania è un tentativo poetico e ben riuscito direi, di coinvolgere il pubblico condividendo un angolo di realtà fatto di romanzi, saggi e filosofia, di birrette e dubbi condivisi. È un angolo rilassante, dove inizio a respirare, a quietarmi, dopo la risata inquietante.
Proseguendo, è una voce che mi attira, in uno stanzino in cui è impossibile entrare. Tutto rosso, manca solo l’altare. Dentro c’è una donna vestita di pizzo nero che intreccia stracci colorati, bianchi rossi e neri, mentre una voce racconta storie attorcigliate di famiglia, amore negli anni’70, lui che c’era e non c’era, dissapori, vendette, in zona Isola appunto. La performance si chiama Veglia e la performer MariCeleste. Mancano i ceri e l’incenso, tanto è sacra l’immagine che vedo.

Nella grande sala centrale ci sono due performance. Una di grande impatto estetico, un ramo sospeso è coperto di cera e al di sotto, con enorme pazienza, una ragazza vestita di bianco, con le gocce di cera sigilla, uno a uno, semi d’acero, piccole ali silenziose che non fanno rumore. Lei è Alice Muratore e il titolo del lavoro è The dull sound of our wings. Non si sente niente. Accanto a lei un po’ più indietro, una ragazza si tinge il corpo di verde. È mezza nuda, ma il suo gesto la svela, diventa tutta del colore dei suoi occhi. Un’altra incredibile risata, anche la ragazza verde ride, ride e per un istante vibra e si scuote e mi scuote.
Continuo, pare ci sia qualcuno anche in bagno. Sì, c’è una ragazza nella doccia, l’acqua è aperta e lei è fradicia e completamente vestita, scarpe incluse. INUTILE si chiama questo lavoro, poi c***o la spazzatura! Vanzo mi dice che è un lavoro di Noemi Garini sull’overthinking, dice proprio così, quando siamo talmente perse nei nostri pensieri che non sappiamo quello che stiamo facendo. Funziona. Anche senza spiega. Surreale totale.

Nell’ultima stanza c’è una donna in bianco, vestita tipo Maryl Streep ne La mia Africa, che spacchetta un divano che era chiuso in una valigia, che ha portato lì. Sottovuoto. Un intero divano sottovuoto, un intero salotto sottovuoto, completo di ninnoli, vasetti, soprammobili e centrini. Caterina Lanza ci presenta Tra le dune, mi dicono che lei è di Induno Olona e che Induno significa tra le dune. Va bene. La performer sparisce tra dune di cuscini, mangia merletti, scodinzola nascosta sotto ai centrini. Mi incuriosisce e mi spiazza.
Torno sui miei passi. Ora il sorriso della ragazza verde è tutto nero. Veronica Talamona, Non posso più tornare indietro. Direi di no, a vederla li, impalata sulla sedia, lontana nel tempo e nello spazio.
Prima di uscire, mi servo ancora una birretta al bar dell’entrata.




