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Chi esce entra, o dell’architettura “in trasformazione”

Prem Sahib, Man Dog, 2020. Installation view , Chi esce entra, Via Gregoriana 9, Rome, 2025. Credits: Enrico Fontolan, Bibliotheca Hertziana – Max Planck Institute for Art History
Via Gregoriana 9, Rome . Credits: Enrico Fontolan, Bibliotheca Hertziana – Max Planck Institute for Art History
Un certo “movimento” dell/nell’architettura, un andirivieni di situazioni, di scambio, di alternanza: è lo spazio di “Chi esce entra”, per aprire le porte della percezione. A Roma

Sì, è vero: un solo mese di apertura, sicuramente, è poco. Ma la breve durata della mostra Chi esce entra (visitabile fino al 23 novembre, promossa da Bibliotheca Hertziana–Istituto Max Planck per la storia dell’arte), amplifica il concetto di transitorietà dello spazio, di temporaneo, indicando anche un certo “movimento” dell/nell’architettura, un andirivieni di situazioni, di scambio, di alternanza. Un concetto che, in qualche modo, è stato sottolineato dall’opera Costruiremo le case come una volta senza tetti e senza mura, di Vincenzo Agnetti, datato 1971. Come dal video Post Scriptum (2024) di Grégory Sugnaux, col quale ha registrato il suo blitz artistico proprio in questi spazi, realizzando una mostra, con lavori che indagavano proprio i segni della storia della Bibliotheca, alla quale non ha partecipato nessuno. Al contempo, un titolo che dilata l’idea di tributo, contenuta nel sottotitolo A Tribute Exhibition to a Disappearing Building: un prezioso riconoscimento al luogo, sia del suo passato che del suo prossimo futuro. La mostra, che riunisce ventiquattro artisti e oltre quaranta lavori, diventa, così, una sorta di congiunzione tra i due momenti temporali, andando a chiudere un cerchio. All’inizio, una galleria privata inaugurata nel 1911 dal mercante e collezionista Ludovico Spiron; dopo la parentesi del club La Cage aux folles degli anni Ottanta (nome in perfetta linea con quanto accadeva in quegli anni) e i tre decenni di abbandono, ri-diventerà luogo di cultura, ospitando una sezione della Bibliotheca Hertziana. È, perciò, inevitabile che, tra coloro che visitano la mostra, ci siano diversi nostalgici di quello che fu.

Eva Fàbregas, Exudates, 2024 – ongoing. Installation view, Chi esce entra, Via Gregoriana 9, Rome, 2025. Credits: Enrico Fontolan, Bibliotheca Hertziana – Max Planck Institute for Art History

Non nuova come operazione, quella del reload attraverso l’arte, a mondarne la memoria, l’incanto della mostra è tutta nella stretta relazione tra le opere selezionate dal curatore Simon Würsten Marin e lo spazio. Innegabilmente, alcune più riuscite di altre, ma, indiscutibilmente, di grande armonia ed equilibrio. Di sicuro, la parte del leone la fa l’ambiente stesso, sgarrupato e mezzo cantiere, la cui aria decadente, ovviamente, riesce a toccare precise corde. Ma, altrettanto certo, è che le opere scelte non si presentano come elementi estranei al contesto, “messi lì” per la mostra. Lo dimostra anche la presenza di alcuni lavori appositamente realizzati per l’esposizione, come ad esempio Exudates (2024) di Eva Fàbregas, una grande installazione, creata con palloni gonfiabili che, come una sorta di cascata rossa o un inedito alveare o una strana muffa, rendono l’architettura come qualcosa di vivo che ne invade lo spazio e ne altera la percezione. Un’attenzione, quella della stretta relazione opera/spazio, che si palesa anche nel titolo, mutuato dal bel lavoro in feltro di Vincenzo AgnettiChi esce entra/Chi entra esce (1971), marchiata a fuoco e dipinta sul tessuto. Inoltre, perseguendo questa precisa linea, viene mostrata anche una sorta di monitoraggio della produzione e pratica artistica in generale, anche generazionale, presentando lavori che utilizzano media tra i più diversi e non convenzionali, realizzati da artisti di diverse generazioni, tesi ad esprimere sia i temi del decadimento che della memoria.

Exhibition view, Chi esce entra, Via Gregoriana 9, Rome, 2025. Foreground: Davide Stucchi, Nervy Talk, 2025. Background: Monica Mays, Bottoms I, II, IV, 2025. Credits: Enrico Fontolan, Bibliotheca Hertziana – Max Planck Institute for Art History

Una sorta di “discesa agli inferi”, o di “viaggio al centro della terra”, è quanto sembra promettere il “sanguigno” Man Dog (2020) di Prem Sahib. Una memoria di “qualcosa che è stato”, è il bellissimo Pallet (2016) di Rachel Whiteread. Che si confronta con la sinuosità della piccola scultura in bronzo Femme (1970) di Louise Bourgeois (proveniente dalla collezione d’arte della Bibliotheca Hertziana, donata dallo storico dell’arte Richard Krautheimer). Ma anche azioni riparatorie, di ricucitura che Hana Miletić intenta con i tessuti di Materials. O di collegamento tra il dentro e il fuori, tra questa struttura e la città, attraverso una sorta di ponte, dell’installazione I Fruitori (2025) di Lulù Nuti. Anche se alcuni lavori, in qualche modo, appaiono un po’ didascalici, come i “neon” Urgent Paradise (2015) di Tarik Hayward o i fili metallici Pierce (2023) di Aurélien Potier, attivamente innescano personali associazioni e immaginazione.

Prem Sahib, Man Dog, 2020. Installation view, Chi esce entra, Via Gregoriana 9, Rome, 2025. Credits: Enrico Fontolan, Bibliotheca Hertziana – Max Planck Institute for Art History

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