
Al Museo del Novecento la prima grande mostra in Italia dedicata all’artista britannica Helen Chadwick
Il Museo del Novecento di Firenze presenta Helen Chadwick: Life Pleasures, la prima grande mostra in Italia dedicata a una delle artiste britanniche più radicali e influenti della seconda metà del Novecento, a cura di Sergio Risaliti, Stefania Rispoli e Laura Smith. Realizzata in collaborazione con The Hepworth Wakefield e la Kunsthaus Graz, dove approderà dopo Firenze, l’esposizione è stata inaugurata il 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Ripercorre l’intera carriera di Helen Chadwick (1953–1996), dalle prime opere come In the Kitchen (1977) fino alle celebri sculture Piss Flowers (1991–92), mettendo in luce la natura profondamente sperimentale e anticonvenzionale della sua ricerca.
Dopo le mostre di Bice Lazzari, Maria Lai, Louise Bourgeois, Cecily Brown, Sandra Vasquez de la Horra, Marion Baruch, Jenny Saville e la recentissima Clemen Parrocchetti attualmente in corso Palazzo Medici Riccardi, adesso è la volta di Helen Chadwick, la cui attività artistica è riconosciuta ormai a livello mondiale. Per la sua capacità di superare barriere culturali e limiti morali, di sperimentare materiali e tecniche, di rielaborare iconografie antiche e tradizioni letterarie. Donna e artista che ha aperto la strada a una nuova considerazione del rapporto tra arte e femminismo, tra creatività e sessualità, tra libertà espressiva e politica.

Personalità straordinaria, carica di un’energia vitale unica e di un’intelligenza spregiudicata, è stata un punto di riferimento anche per la scena musicale rock-pop dell’Inghilterra degli anni ’70, è stata una pioniera nell’affrontare temi legati alla vita e alla morte. Secondo, Stefania Rispoli, una delle curatrici della mostra, la forza e l’attualità del linguaggio espressivo di Helen Chadwick sta nella capacità di sconvolgerci, di pungolare i nostri sensi e anche le nostre coscienze, mettendoci in una posizione scomoda, di imbarazzo e alle volte di rigetto. Tutta la sua pratica è stata pervasa da una tensione costante e binaria tra gli opposti, nella consapevolezza profonda che nulla è eterno, tutto è effimero, e che la morte e la fragilità fanno parte dell’energia che ci sostiene.
Entusiasmo e meraviglia
Stimolando tutti i sensi, la vista, l’udito, il tatto, l’olfatto e il gusto, Chadwick concepiva le proprie opere per suscitare un’ampia gamma di emozioni: entusiasmo e meraviglia, desiderio e tenerezza, ma anche repulsione e disgusto. Per ottenere questi effetti utilizzava materiali eterogenei, spesso insoliti o grotteschi. Combinando una straordinaria abilità tecnica con una curiosità instancabile per i limiti dei media artistici. La sua pratica spaziava tra scultura, installazione, fotografia, stampa e performance, ridefinendo continuamente il concetto stesso di opera d’arte.

Dalla fine degli anni Ottanta l’artista ha insegnato in alcune delle più prestigiose scuole d’arte londinesi. Influenzando una nuova generazione di creativi, gli Young British Artists, Tracey Emin, Sarah Lucas e Damien Hirst, tra i nomi più celebri. Il suo impatto sulla scena artistica britannica, come artista e come insegnante, è stato profondo, e la sua eredità rimane oggi viva e riconoscibile. Il percorso espositivo si sviluppa attraverso nuclei tematici che ne ripercorrono la carriera dagli anni Settanta agli anni Novanta; il ciclo Lofos Nymfon (1992-1993), in cui l’artista intreccia memoria personale, mito e simbolismo materno, omaggia le origini greche, ateniesi, della madre, attraverso forme ovali e simboli archetipici, l’uovo, l’utero, il ventre, l’ombelico, con i quali Chadwick costruisce un dialogo intimo tra madre e figlia, corpo e mito.
The Oval Court (1984–86), opera nella quale i corpi femminili e le forme barocche si fondono in un’orgia visiva di piacere e rinascita. Dodici immagini di Chadwick, fotocopie realizzate con una macchina Xerox, sembrano nuotare immerse in un mondo fantastico di flora e fauna. I rifermenti sono all’architettura rococò e barocca, ad artiste come Fragonard o Bernini.

Fusione simbolica
In the Kitchen (1977), uno dei primi lavori di Chadwick, concepita inizialmente come performance con canto, parole e movimento, che prevedeva una serie di sculture in metallo indossabili come costumi, ricoperti in PVC bianco, che ricordavano i principali elettrodomestici da cucina, come un frigorifero, un forno, una lavatrice. Nella fusione simbolica tra corpo femminile ed elettrodomestici, l’artista mette in evidenza gli stereotipi legati alla donna e all’ambiente domestico. Riuscendo ad esprimere una sensualità violenta attraverso le forme del corpo riprodotte.
La serie Wreaths to Pleasure, fotografie circolari che raffigurano composizioni di fiori, petali e boccioli sospesi in vari liquidi, succo di pomodoro al latte, detersivo per piatti, cioccolato, contrastano con la staticità delle composizioni. Le cornici circolari richiamano forme biologiche e cellulari, evocando gli elementi costitutivi della vita. Le wreaths (“ghirlande”) richiamano il tema della morte. Chadwick definiva queste opere anche bad blooms, “fioriture cattive” o corrotte. Per sottolinearne l’eterna danza fra la vita e la morte, fra il desiderio e la resa, fra thanatos e eros.

Piss Flowers (1991–92), tra le sue opere più iconiche, l’artista sperimenta l’urina propria e quella del compagno David Notarius. Per realizzare sculture di gesso poi fuse in bronzo. L’inversione dei ruoli, l’urina femminile viene utilizzata per la forma fallica al centro. Mentre quella maschile i petali attorno, parlano dell’ambiguità dei generi e dell’impossibilità di ridurli a una singola identità.
Helen Chadwick: Life Pleasures
Museo Novecento
Piazza di Santa Maria Novella, 10 – Firenze
www.museonovecento.it









