
La mostra milanese mette in dialogo due donne che con pratiche radicali hanno usato il gesto fisico per ridefinire l’arte concettuale
Tra gli anni Sessanta e Settanta il linguaggio diventa uno dei principali campi di battaglia nel mondo dell’arte, non solo come mezzo espressivo ma come strumento politico. È in questo contesto che si collocano le ricerche di Ketty La Rocca e Valie Export, oggi affiancate dalla galleria Thaddaeus Ropac a Milano in una mostra, a cura di Andrea Maurer e Alberto Salvadori, che insiste sul dialogo più che sul confronto. Due artiste, pioniere assolute, che nonostante non si siano mai conosciute hanno sempre condiviso (e cercato di sfidare) la stessa convinzione: il linguaggio dominante è costruito su strutture di controllo. Export, nata a Vienna, lo dichiara apertamente, parlando di un linguaggio che «rivela l’oppressione» e diventa strumento principale per leggere la società. La Rocca, invece, nel contesto fiorentino del Gruppo 70, affronta la stessa questione lavorando sulla parola, sul segno e sul loro impiego.

Il linguaggio come problema, il corpo come risposta
Da questa convinzione nasce l’esigenza di spostare il linguaggio su un piano fisico, tattile, senza mediazioni. Le mani, così come il corpo intero, diventano elementi semantici, e il gesto non è più accompagnato al messaggio, ma diventa esso stesso il messaggio («il gesto come linguaggio universale», secondo La Rocca). Così la mostra mette in luce una frattura significativa rispetto a una certa idea di arte concettuale come pratica di smaterializzazione. Se negli stessi anni, infatti, il concettuale tende a eliminare il corpo, La Rocca ed Export compiono un movimento opposto: lo reintroducono come luogo di senso. E non lo fanno con una forma unica, ma spaziano entrambe tra fotografia, video, performance e collage che convivono come strumenti necessari. Questa pluralità di media non è tanto una scelta stilistica quanto una presa di posizione sull’impossibilità di fissare il messaggio una volta per tutte. La reversibilità diventa centrale: l’opera non impone un significato, ma lo rimette continuamente in discussione. «Come in uno specchio: ci si può riconoscere o meno ma ci si definisce necessariamente come presenza fisica» spiega il curatore.

Spazio urbano e spazio privato: una sovversione necessaria
Uno dei nodi più forti del dialogo creato tra Ketty La Rocca e Valie Export riguarda il rapporto con lo spazio. Lo spazio urbano e quello privato sono storicamente progettati da uomini, secondo logiche maschili; le artiste intervengono proprio lì dove queste convenzioni sembrano più solide. La prima, a Firenze, lavora su una trasposizione dell’io nello spazio intimo, sfidando il senso di pudore e rendendo visibile ciò che normalmente resta nascosto (come nell’opera Con attenzione, del 1971). La seconda, invece, agisce nello spazio pubblico della propria città, in un clima segnato dal situazionismo viennese, usando il proprio corpo per mettere in crisi il rapporto tra osservatore e osservato, tra pubblico e privato (emblematico il progetto Einkreisung, 1976/80). In entrambi i casi, la dimensione corporea entra in gioco come elemento fisico e politico.

Generare cambiamento con l’arte
Non è da sottovalutare quanto questa pratica abbia comportato fatica, esposizione, sofferenza; il ruolo delle donne nell’arte in un periodo storico guidato esclusivamente da uomini rappresenta una battaglia che attraversa ancora i decenni. Affiancare oggi due donne come Ketty La Rocca e Valie Export significa più di ogni altra cosa riconoscere quell’urgenza che le accomuna: usare l’arte come strumento di libertà di pensiero, come atto concreto nella società, ma soprattutto come mezzo per emancipare la figura femminile. Un’arte che non si limita a rappresentare, ma che prova a definire un cambiamento, mettendo in discussione linguaggi, spazi e convenzioni.










