
Un incarico, una mostra, una collaborazione. Oppure l’essersi trovati al posto giusto nel momento giusto, un incontro, un invito, una conversazione. Con il format “La svolta” chiediamo ai protagonisti del sistema dell’arte di raccontarci quando e come è partito tutto. In questo sesto appuntamento ci risponde Davide Ferri, direttore artistico di Arte Fiera
Perseveranza, studio, coraggio, creatività e probabilmente anche un po’ di follia. Il mondo dell’arte, e soprattutto il suo sistema, è fatto di meccanismi spesso intricati. Una montagna russa affascinante dagli equilibri sempre in costante mutamento. Eppure, guardando alle carriere di chi del mondo dell’arte è protagonista, non pensiamo che artisti, curatori, direttori di fiere e di musei, esperti in comunicazione, critici e giornalisti, abbiano iniziato anche loro a muovere i primi passi, a maturare esperienze su esperienze, fino a quando è arrivato quel momento in cui hanno pensato: “questa è la mia volta buona”. Ed è quello che abbiamo deciso di farci raccontare, ponendo loro questa domanda: qual è stato il momento che ha segnato la svolta nella tua carriera?
Ci risponde Davide Ferri, direttore artistico di Arte Fiera.
La svolta, se di questo si tratta, è una mostra che ho curato nel 2013, la prima in cui la mia identità di curatore, legata alla pittura, è uscita pienamente allo scoperto. Che poi non so cosa significhi esattamente questa faccenda dell’identità: in parte senti che ti appartiene per davvero, in parte che ti viene appiccicata addosso dall’esterno, in un modo che percepisci sempre come un po’ approssimativo. Comunque la mostra si svolse al Museo Pecci (e ringrazierò sempre il direttore di allora, Marco Bazzini, per avermi invitato a curarla assieme a lui), si intitolava La figurazione inevitabile, ed era una riflessione ad ampio spettro sui problemi sottesi, nel nostro tempo, al fare figure: che in fondo è una pulsione insopprimibile, sempre irriducibile, ogni volta che qualcuno si mette a dipingere qualcosa. Ma il fatto è che gli artisti, non potendo più dipingere figure (cioè forme che puoi nominare perché in qualche modo riconducibili al reale) in uno spazio organico e coerente di rappresentazione – non più all’interno di una finestra, ma su una superficie che non è più eludibile, o dentro un dispositivo di rappresentazione che non può più nascondere la sua presenza oggettuale -, le fanno emergere come forme fragili, temporanee e transitorie in uno spazio balbuziente, frammentario, di combattimenti e fallimenti, uno spazio talmente disarticolato e instabile da apparire talvolta molto prossimo all’astrazione.
In ogni caso, il fatto che per quella mostra avessi a disposizione un grande museo mi faceva un certo effetto per due mortivi. Primo, perché c’erano una decina di sale di grandi dimensioni dove far dialogare i quadri dei pittori che amavo di più: Tal R, Richard Aldrich, Matthias Weischer, Merlin James, Mamma Andersson, Joe Bradley, tra i vari artisti internazionali, e gli italiani Luca Bertolo, Marco Neri, Alessandro Pessoli e Pierpaolo Campanini, tutti un po’ più grandi me, che mi sembravano aver detto le cose più incisive nei loro dipinti nel decennio precedente. Secondo, perché come ho detto mi sembrava di uscire palesemente allo scoperto: fino a pochi anni prima si parlava di pittura, e di pittura figurativa, in una specie di semi clandestinità che se ci ripenso adesso (che siamo in una stagione completamente diversa, di potente sovra illuminazione del medium, direi) mi sembra perfino molto poetica. E mentre camminavo avanti e indietro nel grande museo spoglio, con i tecnici che si apprestavano ad aprire le casse, devo aver pensato proprio questo (ed è il ricordo più indelebile che conservo): sicuro che adesso li vogliamo appendere per davvero questi dipinti che fino a quel giorno mi erano sembrati solo miei? E non sarebbe meglio lasciare tutto nelle casse, o magari aprirle, ma solo un po’, e chiedere ad alcuni amici di sporgersi assieme a me per vederli di sbieco, nella semi oscurità degli imballi?
Leggi “La svolta” su ArtsLife:
1 – Massimo Minini
2 – Masbedo
3 – Adelaide Corbetta
4 – Fabio Cavallucci
5 – Silvia Giambrone









