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MeryTales. Un’introduzione poetica alla filosofia

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Una storica pubblicità Comme des Garçons filosofia
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Una riflessione sullo spazio della filosofia nella società attuale, fra comunicazione, mercato e sistema della moda

La filosofia non è una disciplina riservata alle librerie o alle aule universitarie. Nasce ogni volta che un essere umano si ferma e chiede: che cosa significa questo? La filosofia nasce dalla meraviglia, ma anche dal disagio. Emerge quando le abitudini si incrinano, quando le certezze si indeboliscono, quando il mondo smette di apparire ovvio. È lo spazio in cui impariamo ad abitare le domande, invece di correre verso risposte immediate. Nella vita quotidiana, la filosofia è presente nel modo in cui viviamo il tempo, nel rapporto che intratteniamo con il nostro corpo, nel significato che attribuiamo alla bellezza, al successo, al desiderio. Non è astratta: è intima. Vive nei gesti, nelle scelte, nei silenzi.

Pensare filosoficamente significa dare profondità all’esperienza. Significa resistere alla tentazione di ridurre la vita a efficienza, velocità o consumo. La filosofia ci ricorda che gli esseri umani non sono funzioni da ottimizzare, ma esseri che cercano senso. In un’epoca di accelerazione, la moda corre più veloce del significato. Le immagini sostituiscono le idee, le storie prendono il posto dell’esperienza, i prodotti arrivano prima delle domande. Eppure la moda è sempre stata un modo di interpretare il mondo – molto prima di diventare un’industria.

Per andare avanti, la moda deve rallentare e tornare alla sua origine: la mente umana. La moda, nel suo nucleo più profondo, è sempre stata filosofica. L’abbigliamento non è mai neutro. Esprime il modo in cui abitiamo il mondo, come desideriamo essere visti, come negoziamo identità e appartenenza. Un capo non si indossa soltanto: si interpreta. Quando la filosofia viene rimossa dalla moda, ciò che resta è una superficie priva di gravità. Ma quando la filosofia ritorna, la moda recupera il suo ruolo di linguaggio culturale – capace di parlare di chi siamo e di chi potremmo diventare.

Che cos’è la filosofia – e perché la moda ha bisogno di ritrovarla

La filosofia è spesso fraintesa come qualcosa di astratto, distante dalla vita e dalla pratica. In realtà, la filosofia è la più pratica delle discipline. È l’arte di porre domande sui principi primi: perché agiamo in questo modo? Che cosa valorizziamo? Come attribuiamo significato all’esperienza?
La filosofia struttura la percezione prima ancora di produrre risposte. Ci insegna come pensare, prima di dirci che cosa pensare.

Nella vita quotidiana, la filosofia opera in silenzio. Informa il nostro rapporto con il tempo, il modo in cui comprendiamo l’identità, come definiamo successo, bellezza e appartenenza. Ogni scelta — ciò che indossiamo, ciò che desideriamo, ciò che rifiutiamo — è già filosofica. Semplicemente dimentichiamo di chiamarla così.

Applicare la filosofia alla moda non significa intellettualizzarla eccessivamente, ma restituirle profondità. Significa comprendere i capi come proposizioni culturali, i brand come visioni del mondo, il marketing come un atto di produzione di senso piuttosto che di persuasione.

Dalla vita quotidiana alla moda: la filosofia come pratica applicata

La filosofia applicata alla moda pone domande precise:

  • Quale idea di essere umano propone questo brand?
  • Quale visione del tempo abita – urgenza, permanenza, nostalgia, futuro?
  • Quale tipo di vita normalizza o idealizza?

Queste domande modellano tutto ciò che viene dopo: scelte di design, materiali, silhouette, campagne, spazi retail, presenza digitale. La filosofia diventa una bussola. Senza di essa, la coerenza si frammenta.
Nella vita quotidiana ci vestiamo per posizionarci socialmente e simbolicamente. Nei sistemi della moda, i brand fanno la stessa cosa su scala ampliata. Per questo la filosofia non è opzionale: è infrastrutturale.

 

Alexander McQueen, Catwalking filosofia
Alexander McQueen, Catwalking
Narrazione vs storytelling vs storyselling

Qui è necessaria una distinzione critica.
La narrazione è fondativa. È l’atto di attribuire significato all’esperienza nel tempo. La narrazione non mira a convincere; mira a comprendere. È aperta, stratificata, spesso lenta. Accoglie contraddizioni, silenzi e profondità. Le culture si costruiscono attraverso la narrazione.

Lo storytelling, così come viene utilizzato nel marketing contemporaneo, è una tecnica. Organizza gli eventi in un arco comprensibile — inizio, conflitto, risoluzione. Semplifica la realtà per renderla comunicabile. È efficace, ma per natura riduttivo. Privilegia la chiarezza rispetto alla complessità.

Lo storyselling è qualcosa di diverso. Strumentalizza la narrazione a fini di conversione. Il significato diventa uno strumento, l’emozione un grilletto, l’identità una merce. Nello storyselling, le storie non esistono più per essere abitate: esistono per produrre risultati.
La moda oggi opera in larga parte a livello di storyselling. Le narrazioni vengono compresse in slogan. Le storie vengono estetizzate. I valori impacchettati. Il risultato è saturazione senza risonanza.

Perché dobbiamo tornare alla narrazione

Il filosofo Byung-Chul Han, in particolare in Non-cose, descrive un mondo che sta perdendo il proprio rapporto con la profondità, la memoria e la continuità narrativa. Siamo circondati da informazioni, immagini e oggetti che non sedimentano in esperienza. Le cose non raccontano più storie; circolano brevemente e scompaiono.

La moda rischia di diventare l’espressione perfetta di questa condizione: drop infiniti, contenuti infiniti, novità infinite — eppure nulla permane.
La narrazione resiste a questa logica. La narrazione richiede tempo, attenzione e continuità. Permette agli oggetti di accumulare significato, anziché visibilità. Restituisce alle cose il loro peso simbolico.

Tornare alla narrazione nella moda significa:

  • progettare collezioni che dialoghino tra stagioni, non solo tra momenti
  • identità di brand che evolvano invece di azzerarsi
  • permettere silenzio, ambiguità e tensione intellettuale nella comunicazione

Questo non è anti-mercato. È anti-fragile. I brand radicati nella narrazione durano perché non dipendono da una stimolazione costante.

La filosofia come motore nascosto del marketing della moda

È qui che la filosofia rientra come architettura invisibile dei brand forti.
Il marketing, al suo livello più alto, non è persuasione: è traduzione. La filosofia fornisce il linguaggio originario. La narrazione garantisce continuità. Il marketing traduce entrambi in forme che possono essere viste, indossate, vissute.
Senza filosofia, il marketing diventa rumore.
Senza narrazione, lo storytelling diventa manipolazione.
Senza significato, la moda diventa usa e getta.

I brand di moda più solidi non si chiedono per prima cosa che cosa vendiamo?
Si chiedono: come vediamo il mondo – e quale mondo stiamo invitando gli altri ad abitare?
In un’epoca di non-cose, la moda ha l’opportunità di tornare a essere una cosa significativa. Ma solo se ricorda come pensare, come narrare e come lasciare che la filosofia preceda la strategia.
Se la moda vuole rimanere rilevante, deve smettere di chiedersi soltanto che cosa verrà dopo e iniziare a chiedersi che cosa conta davvero.

Tornare alla filosofia, alla narrazione e alle scienze umane non è un passo indietro. È un modo per costruire brand, prodotti e narrazioni che durano – perché radicati nel significato, non nello slancio.
Il futuro della moda non appartiene a chi grida più forte, ma a chi pensa più a fondo.
È tempo di tornare a narrare.

 

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A Poetic Introduction to Philosophy

Philosophy is not a discipline reserved for bookshelves or classrooms. It is born every time a human being stops and asks: What does this mean? Philosophy begins in wonder, but also in discomfort. It emerges when habits crack, when certainty weakens, when the world no longer feels obvious. It is the space where we learn to dwell inside questions instead of rushing toward answers. In everyday life, philosophy is present in the way we experience time, in how we relate to our bodies, in the meaning we give to beauty, success, and desire. It is not abstract—it is intimate. It lives in gestures, choices, and silences.

To think philosophically means to give depth to experience. It means resisting the temptation to reduce life to efficiency, speed, or consumption. Philosophy reminds us that humans are not functions to optimize, but beings who seek meaning. In an age of acceleration, fashion runs faster than meaning. Images replace ideas, stories replace experience, and products arrive before questions. Yet fashion has always been a way to interpret the world—long before it became an industry.
To move forward, fashion must slow down and return to its origin: the human mind.
Fashion, at its core, has always been philosophical. Clothing is never neutral. It expresses how we inhabit the world, how we wish to be seen, how we negotiate identity and belonging. A garment is not just worn, it is interpreted.

When philosophy is removed from fashion, what remains is surface without gravity. But when philosophy returns, fashion regains its role as a cultural language—capable of speaking about who we are, and who we might become.

What Philosophy Is – and Why Fashion Needs It Back.

Philosophy is often misunderstood as abstraction, distant from life and practice. In truth, philosophy is the most practical of disciplines. It is the art of asking first principles questions: Why do we act this way? What do we value? How do we give meaning to experience?
Philosophy structures perception before it produces answers. It teaches us how to think before telling us what to think.

In everyday life, philosophy operates quietly. It informs how we relate to time, how we understand identity, how we define success, beauty, and belonging. Every choice, what we wear, what we desire, what we reject, is already philosophical. We simply forget to name it as such.
To apply philosophy to fashion is not to intellectualize it excessively, but to restore depth. It means understanding garments as cultural propositions, brands as worldviews, and marketing as an act of meaning-making rather than persuasion.

From Daily Life to Fashion: Philosophy as Applied Practice

Applied philosophy in fashion asks precise questions:

* What idea of the human does this brand propose?
* What vision of time does it inhabit—urgency, permanence, nostalgia, futurity?
* What kind of life does it normalize or idealize?

These questions shape everything downstream: design choices, materials, silhouettes, campaigns, retail spaces, digital presence. Philosophy becomes a compass. Without it, coherence fractures.
In daily life, we dress to position ourselves socially and symbolically. In fashion systems, brands do the same at scale. This is why philosophy is not optional, it is infrastructural.

 

Alexander McQueen, Catwalking filosofia
Alexander McQueen, Catwalking
Narration vs. Storytelling vs. Storyselling

Here a critical distinction must be made.
Narration is foundational. It is the act of giving meaning to experience over time. Narration does not aim to convince; it aims to make sense. It is open-ended, layered, often slow. Narration allows contradictions, silences, and depth. Cultures are built through narration.
Storytelling, as used in contemporary marketing, is a technique. It organizes events into a digestible arc—beginning, conflict, resolution. It simplifies reality to make it communicable. Storytelling is effective, but reductive by nature. It prioritizes clarity over complexity.
Storyselling is something else entirely. It instrumentalizes narrative for conversion. Meaning becomes a tool, emotion a trigger, identity a commodity. In storyselling, stories no longer exist to be inhabited—they exist to produce outcomes.
Fashion today largely operates at the level of storyselling. Narratives are compressed into slogans. Histories are aestheticized. Values are packaged. The result is saturation without resonance.

Why We Must Return to Narration

The philosopher Byung-Chul Han, particularly in Non-Things, describes a world that is losing its relationship with depth, memory, and narrative continuity. We are surrounded by information, images, and objects that do not sediment into experience. Things no longer tell stories; they circulate briefly and disappear.
Fashion risks becoming the perfect expression of this condition: endless drops, endless content, endless novelty—yet nothing lingers.
Narration resists this logic. Narration requires time, attention, and continuity. It allows objects to accumulate meaning rather than visibility. It restores the symbolic weight of things.

To return to narration in fashion means:
* Designing collections that speak across seasons, not just moments
* Building brand identities that evolve rather than reset
* Allowing silence, ambiguity, and intellectual tension in communication
This is not anti-market. It is anti-fragility. Brands rooted in narration endure because they are not dependent on constant stimulation.

Philosophy as the Hidden Engine of Fashion Marketing

This is where philosophy re-enters as the invisible architecture of strong brands.
Marketing, at its highest level, is not persuasion it is translation. Philosophy provides the original language. Narration provides continuity. Marketing translates both into forms that can be seen, worn, and lived.
Without philosophy, marketing becomes noise. Without narration, storytelling becomes manipulation. Without meaning, fashion becomes disposable.

Strong fashion brands do not ask first, What do we sell? They ask, How do we see the world—and what kind of world are we inviting others into?
In an era of non-things, fashion has the opportunity to return to being a meaningful thing again. But only if it remembers how to think, how to narrate, and how to let philosophy lead before strategy follows. If fashion wants to remain relevant, it must stop asking only what’s next and start asking what matters.

Returning to philosophy, narration, and the human sciences is not a step backward. It is a way to build
brands, products, and narratives that endure—because they are rooted in meaning, not momentum.
The future of fashion does not belong to those who shout louder, but to those who think deeper.
It’s time to narrate again.

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