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Ma la mostra “Quantum Effect” è ancora aperta o è già chiusa? Chiedete alla moglie di Duchamp!

A sinistra Erwin Schrödinger. Al centro i curatori della mostra Daniel Birnbaum e Jacqui Davis. A destra Marcel Duchamp e Lydie Fischer Sarazin - Levassor A sinistra Erwin Schrödinger. Al centro i curatori della mostra Daniel Birnbaum e Jacqui Davis. A destra Marcel Duchamp e Lydie Fischer Sarazin - Levassor
A sinistra Erwin Schrödinger. Al centro i curatori della mostra Daniel Birnbaum e Jacqui Davis. A destra Marcel Duchamp e Lydie Fischer Sarazin - Levassor
A sinistra Erwin Schrödinger. Al centro i curatori della mostra Daniel Birnbaum e Jacqui Davis. A destra Marcel Duchamp e Lydie Fischer Sarazin – Levassor
Allo SMAC Art Centre alle Procuratie di Piazza San Marco a Venezia la mostra curata da Daniel Birnbaum e Jacqui Davies

Tra il 5 settembre e il 23 novembre certamente, e forse anche probabilmente, si è svolta l’interessante mostra “Quantum Effect” nel bellissimo spazio SMAC San Marco Art Centre alle Procuratie di Piazza San Marco a Venezia. Se non ricordo male, ma potrei sbagliarmi, la prima mostra a battezzare queste rinnovate sale era stata quella esemplare dedicata a Louise Nevelson durante la Biennale del 2022. Comunque nel periodo inizialmente citato, in contemporanea, al piano superiore del palazzo restaurato da David Chipperfield, e a ingresso libero per tutti, ma soprattutto per famiglie e bambini, si poteva visitare una mostra interattiva “Explore your strenght – A world of Potential” dove tramite vari artifici e sollecitazioni si istruiva il pubblico su come allargare il proprio potenziale creativo e a fare gioco di squadra . Insomma una versione modaiola delle istruzioni per i piccioni.

“Quantum Effect”, invece curata da Daniel Birnbaum e Jacqui Davies e prodotta da SMAC e OGR Torino, annegata tra tanti eventi affastellati in un orizzonte saturo, meritava forse qualche attenzione in più dato che non se ne è parlato poi molto, anche considerato che tra gli artisti partecipanti annoverava diverse celebrità, ma potrebbe darsi che abbia ottenuto semplicemente il riscontro che meritava. Questa recensione arriva colpevolmente a mostra chiusa, per quanto ne so, ma si potrebbe pensare che per un effetto di riverbero sia in realtà ancora aperta e visitabile, al modo del noto gatto quantistico di Schrödinger che sarebbe allo stesso tempo vivo e morto. In nome di un esperimento tanto citato quanto mai effettivamente eseguito potrei sentirmi in diritto di battere fuori tempo. Potremmo plausibilmente? pensare infatti che una mostra archiviata può ancora riservare in qualche realtà opzionale motivo di interesse per le riflessioni che sollecita, estendibili ad altre mostre similari.

Oltretutto è lo stesso titolo della mostra che ci induce a inoltrarci in un approccio meno convenzionale rispetto l’ordine degli eventi. Nel depliant si legge: “A cent’anni dalla sua nascita, la meccanica quantistica si impone come una conquista scientifica monumentale. Le sue scoperte hanno messo in discussione l’intero quadro attraverso cui la realtà era stata compresa per secoli. La natura non si è rivelata un continuum uniforme bensì un regno di discontinuità e probabilità. L’energia è organizzata in quanti distinti, le particelle si comportano come onde e l’osservazione stessa influenza la realtà così come la conosciamo. Con la fisica quantistica il sogno di un cosmo perfettamente prevedibile e causale ha lasciato il posto a un paesaggio di incertezza e a una scienza basata sulla previsione e sulla probabilità”. Sorvolo sul probabile refuso, presente però anche nella versione in inglese: d’accordo sui quanti distinti, sulle particelle come onde, sulla probabilità, ma mi pare che anche la scienza pre – quantistica facesse “previsioni”.

Costruita come un dispositivo complessivo spiazzante il percorso della mostra si divideva in due rami speculari dove la sequenza delle 8 sale del primo veniva replicata in modo differente nelle 8 sale del secondo con opere e apparati gemellari. Tra rimandi, citazioni, effetti e combinazioni varie di media e opere, alla fine i visitatori se ne uscivano piacevolmente frastornati ma dalla stessa entrata da cui erano arrivati.
Il tutto suonava come un gioco ben architettato dove il progetto dei curatori sopravanzava pienamente l’apporto degli artisti noti, presenti singolarmente con un numero limitato di opere. Mentre in molte rassegne di arte contemporanea il curatore invita un artista perché questo incarna un tassello caratteristico in una struttura ad ingredienti in questo caso la ricetta trasfigurava i singoli mettendoli in coabitazione con altri elementi e facendoli apparire sotto una luce diversa.

 

In alto la sala degli specchi di Isa Genzken “oil vii”, 2007, courtesy galere Buchholz. Sotto a sinistra Jeff Koons “One ball total equilibrium tank”, 1985, coll. Privata. Sotto a destra: una delle due opere di Thomas Saraceno esposte a “Quantum Effect”
In alto la sala degli specchi di Isa Genzken “oil vii”, 2007, courtesy galere Buchholz. Sotto a sinistra Jeff Koons “One ball total equilibrium tank”, 1985, coll. Privata. Sotto a destra: una delle due opere di Thomas Saraceno esposte a “Quantum Effect”

Chi avrebbe mai pensato infatti di inserire Jeff Koons in una mostra dedicata alla meccanica quantistica? Ecco qua. L’appiglio è stato una delle sue opere debut, il pallone da basket galleggiante del 1985 presente nella sala 2. Sembra che fosse stato Richard Feynman a suggerire a Koons di usare acqua distillata per far si che il pallone non galleggiasse sulla superficie dell’acqua ma ne rimanesse sospeso al centro. Qualsiasi professore del Liceo avrebbe potuto pure anche aggiungere che nell’acqua salata si galleggia meglio ma curiosamente alla parete di detta sala si menzionavano le equazioni spazio – temporali di Einstein. In questo caso e in altri la presenza delle numerose didascalie tecniche con equazioni, pur garantite sotto il controllo di un docente di fisica teorica, non bastavano però a giustificare l’apparentamento tra queste e tutto quello che era presente in mostra. A tratti, divertimento a parte, e se ci si pensava su, ci si trovava in un inghippo arbitrario.

La sala 0, a fare da fulcro all’entrata, ci informava che Isa Genzken, nella sua variegata carriera aveva nel 2007 realizzato anche una sala degli specchi: che la moltiplicazione dei riflessi di questa possa essere nata consapevolmente in relazione tematica con i fenomeni di delocazione in fisica è un’ipotesi che non sarei così ingeneroso da non riconoscere come pertinente. In un senso allargato l’intenzione dei curatori è stata quella di costruire sullo stimolo delle paradossalità della fisica avanzata una sorta di oasi laboratoriale dove il senso comune è ribaltato, infranto e problematizzato e dove verità e finzione, apparenza e realtà giocano a rimpiattino.

Malgrado il titolo “Quantum Effect” sono dell’opinione che il disegno complessivo non ci inoltrava davvero in modo rigoroso alle questioni scientifiche quanto ad un pattern curatoriale che le strumentalizzava.
Vedremo alla fine di questo nostro pistolotto in cosa consisterebbe questo pattern che con la fisica dell’infinitamente piccolo c’entra solo in parte. E osserviamo intanto alcuni nodi cruciali della mostra .
Di Isa Genzken e Koons si è già detto ma pure la presenza delle teche di Saraceno risultava come al solito affascinante ma anche incongrua. Che c’entrano infatti le architetture in ragnatela, per quanto complesse, con la fisica quantistica?

Saraceno, artista prediletto da Birnbaum, lo vedremmo più nel campo di un’ecologia idealizzata, o in quello della biologia e del regno animale piuttosto che in quello delle traiettorie delle microparticelle spezzate. Meno che meno in quello delle varie teorie delle Stringhe che sono complesse costruzioni matematiche sulla cui versione definitiva il dibattito è aperto, ammesso che si possa chiudere. Per Saraceno bisognerebbe forse mobilitare piuttosto qualche etologo, sulla falsariga di Konrad Lorenz, piuttosto che un fisico come Hendrick LorenTz :), autore delle famose “trasformazioni lineari di coordinate”(che, attenzione! dimostrererebbero che oltre a riconoscere l’imprevedibilità le Scienze recenti coltivino pur sempre uno spirito ricostruttivo).

Le altre presenze della mostra erano varie tanto che era difficile stabilire una gerarchia di importanza tra le opere degli artisti identificabili e spezzoni di film, artifici illuminotecnici, interviste vere o ricostruite a scienziati, reperti tecnologici. Non mancavano espedienti già visti e qui rivalutati, come la sala degli specchi già citata come anche le due sale lontane nei rispettivi due rami del percorso ma contigue visivamente così che gli amici divisi in una delle due possono essere visti da quelli rimasti nell’altra secondo una ormai lunga tradizione di arte interattiva. O gli smontaggi con effetti a buon mercato che Dara Birnbaum fa dei filmati con Wonder Woman, e qui siamo alla critica ironica della Video Arte dei modelli della narrazione popolare più che alla rottura epistemologica.

 

A sinistra la sala visivamente collegata con la sala analoga . A destra tra la finestra e una proiezione il monolite “Untitled (Black Plank) di John McCracken , collezione Alex Hank. Sotto: spezzoni di film e telefilm presenti in mostra , a sinistra un paio di scene tratte da “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick con il monolite
A sinistra la sala visivamente collegata con la sala analoga . A destra tra la finestra e una proiezione il monolite “Untitled (Black Plank) di John McCracken , collezione Alex Hank. Sotto: spezzoni di film e telefilm presenti in mostra , a sinistra un paio di scene tratte da “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick con il monolite

Il monolite minimalista di John McCracken disposto in modo più scenografico del solito, con luci orientate e filmati di contorno era non solo accoppiato con iscrizioni matematiche e formulazioni ma veniva riecheggiato da schermi che lungo il percorso mostravano brani del celebre film di Kubrik dove compare un simile oggetto. In altre sale inoltre non mancavano riferimenti ad altri film di fantascienza come nelle sempre godibili scene estrapolate situazionisticamente da Star Treck, dove si rappresentava il teletrasporto. Interessante anche la presenza, che meriterebbe da sola un articolo apposito, di un film abbastanza irreperibile e lungo diverse ore che fonde realtà, sperimentazione e storia: DAU. Degeneration del 2019 del regista  Ilya Khrzhanovsky dedicato al fisico sovietico e premio Nobel Landau . In un video di Mark Leckey dalla durata più contratta nel formato tipico delle esposizioni si vedeva dettaglio per dettaglio la scena al rallentatore di un uomo che sfonda il vetro di una cabina telefonica.

 

Da sinistra: Mark Leckey “To the old world (thank you for the use of your body), 2021 - 22, courtesy dell’artista e Cabinet London. Al Centro: DaraBirnbaum “Technology 7 transformation: Wonder Woman”, 1978/9. Courtesy Dara Birnbaum e Lux, London. A destra: Sturtevant “Duchamp descendant l’escalier”,1992,collezione Thaddeus Ropac
Da sinistra: Mark Leckey “To the old world (thank you for the use of your body), 2021 – 22, courtesy dell’artista e Cabinet London. Al Centro: DaraBirnbaum “Technology 7 transformation: Wonder Woman”, 1978/9. Courtesy Dara Birnbaum e Lux, London. A destra: Sturtevant “Duchamp descendant l’escalier”,1992,collezione Thaddeus Ropac

Un ruolo preponderante era dato dalle videoproiezioni non del tutto di contorno della stessa curatrice Jacqui Davis, che è anche produttrice di lavori di vari artisti tra arte e cinema (Richard Billingham, Diego Marcon, Tai Shani, Pauline Curnier Jardin). In una sua installazione video “Deja Vu” compariva, nelle aperture ad arco costituite da due finestre, un gatto gigantesco che personificava il gatto di Schrödinger, e che nel depliant descrittivo si dice alludere a un ulteriore gatto il quale sottoposto all’elettricità, nel libro capitale di Raymond Roussell, apparirebbe e scomparirebbe .

La citazione è forse frettolosa. Poche pagine prima, nell’introduzione dello stesso depliant, “Locus Solus” (1914) è preso a motivo ispiratore dei curatori e viene giustamente descritto come un romanzo “nel quale uno scienziato presenta invenzioni di crescente stranezza” e che allestisce “otto enigmatici tableaux vivants” all’interno di strutture di vetro . Strutture che, ricordiamo, la mostra ”Le Macchine Celibi” curata da Szeeman nel 1975 tentò di ricostruire. E bacheche in vetro ci sono anche in questa mostra: Koons , Saraceno.

Nel poliedro in vetro riempito di “acqua micans” che Roussell descrive nel suo libro c’è in effetti tra le varie invenzioni galleggianti dello scienziato un gatto elettrizzato. Questo gatto, privato di pelo per meglio condurre l’energia elettrica è come una batteria animale e trasmette la scossa che rianima il cranio di Danton defunto: quindi come si chiarisce più precisamente anche nell’incipit del depliant, il gatto di Roussell non appare e scompare ma è ciò che rimane del morto che si rivitalizza e che di nuovo muore quando riceve o non riceve la scarica dal gatto. Il nome dello scienziato è colpevolmente omesso dai curatori perché non funzionale al loro progetto: a loro interessa il gatto e la “stranezza”, “l’imprevedibilità”, la zona liminale dove nulla è certo, bla bla bla.

Ma il vero protagonista di “Locus Solus” è Martial Canterel: è lo scienziato che decide quando e come elettrificare il gatto. Alla faccia dell’imprevedibilità Canterel utilizza un complicatissimo macchinario, descritto da Roussell dettagliatamente per pagine e pagine, appeso ad un aerostato per distribuire a terra dei denti colorati che cadendo uno dopo l’altro comporranno un mosaico. Operazione possibile solo a lui che conosce alla perfezione i minimi moti e i più impercettibili aliti dell’aria per governare la mongolfiera. Altro che indeterminismo: Raymond Roussell ha preconizzato la scienza del Caos, e qui potremmo citare un terzo Lorenz / Lorentz : il matematico e meteorologo Edward Norton Lorenz (1917/2008) tra i maggiori scopritori di strutture organizzate nell’evoluzione di eventi casuali .

Birnbaum e Davis non hanno capito che Raymond Roussell non era tanto un maestro della letteratura indeterminista (alla Queneau ) ma un vero Ultrapositivista e un Transumanista ante litteram : le sue note ossessioni sull’immortalità e il suo straordinario metodo di scrittura , tanto artefatto e controllato tanto più immaginifico, avrebbero dovuto mettere sulla strada i nostri . Ovviamente è questione di interpretazioni: le invenzioni di Roussel sono le più varie ma l’aspetto che ho evidenziato è innegabile.

Io penso che Birnbaum e Davis volevano arrivare semplicemente al solito Duchamp, che come si sa deve moltissimo a Roussell ma a differenza di questo ha dimostrato più volte il suo interesse per il caso nella sua connotazione indeterministica. Infatti Duchamp era presente abbastanza prevedibilmente e forse obbligatoriamente (per una mostra che si vuole basata sull’imprevedibilità), seppure tramite le opere di Man Ray e di Sturtevant.

D’altronde Jeff Koons è il nuovo Duchamp secondo una certa vulgata o secondo una certa strategia mercantile – storiografica. Con tutti gli sforzi che si possono fare però l’abilissimo americano non riscuoterà mai studi, elucubrazioni, ipotesi e persino pettegolezzi tanti quanti ne ha avuti Marcel, pur succedaneo del grande Raymond Roussell. Su Duchamp è stato scritto di tutto e di più. Bohemienne , uomo del mistero e dalle dichiarazioni mai del tutto esplicite, disinteressato e opportunista, iniziato dell’Alchimia , sposato, scapolo , incestuoso, asceta e puttaniere, appassionato di tecnologia e suo acerrimo nemico, patafisico, esploratore della Quarta Dimensione, nemico della pittura retinica ma amico di Max Ernst e Dalì oltre ché ammiratore di Maxfield Parrish ecc. ecc.

 

In alto a sinistra Jacqui Davis “Dèjà vu”. In alto a destra (non presente in mostra): Lecreux Frères, Progetto per una tomba mai realizzata  di Raymond Roussel al Cimitero di  Père-Lachaise c. 1932, acquerello, 52.5 x 63 cm. Courtesy Galerie Buchholz. Sotto: l’esperimento della doppia fenditura che dimostra la natura ondulatoria della luce
In alto a sinistra Jacqui Davis “Dèjà vu”. In alto a destra (non presente in mostra): Lecreux Frères, Progetto per una tomba mai realizzata di Raymond Roussel al Cimitero di Père-Lachaise c. 1932, acquerello, 52.5 x 63 cm. Courtesy Galerie Buchholz. Sotto: l’esperimento della doppia fenditura che dimostra la natura ondulatoria della luce

Gli sono state attribuite in dettaglio una mole di competenze e conoscenze che forse più modestamente solo subodorava. Quella che fu per un breve periodo del 1927 sua moglie, Lilye Fischer Sarazin – Levassor nelle sue memorie riferendone le parole non fu agiografica: “Ci sono cose sgradevoli e sfortunatamente inevitabili tra cui gli studi e il servizio militare. La cosa più semplice è liberarsene il più in fretta possibile (…) Che vuoi , è talmente inutile tutto quello che cercano di ficcarci in testa , è da ridere. Botanica, zoologia, storia, geografia ecc., mi chiedo a cosa servano nella vita. (…) Sai a casa c’erano i libri di scuola dei miei fratelli; li avevo sfogliati e non mi avevano interessato ,e così ho scelto il liceo scientifico : le lingue possono servire e la matematica è divertente. Che vuoi, mia cara, devi rassegnarti; hai un marito ignorante che non ha fatto gli studi classici.”

Gli apologeti ad oltranza potrebbero ravvìsare somiglianze con Leonardo da Vinci che si definìva “omo senza lettere”, ma andiamo invece oltre: “Parlavamo molto della quarta dimensione, un pò di Nietzsche, un pò della disintegrazione della materia , della relatività di Einstein che un recente film di divulgazione aveva messo alla portata del grande pubblico . A volte di metafisica, che non lo interessava mentre io ne ero appassionata . Ero piuttosto perplessa . La formazione di Marcel mi sfuggiva. Riguardo la quarta dimensione , anche se avevo capito ben poco del libro di Pawlowski, sembrava che Marcel non l’avesse nemmeno letto. Ne aveva discusso con un amico, che si chiamava Princet credo , una specie di matematico.

Quanto a Nietzsche , era stato Picabia ad iniziare anche in questo caso , se aveva letto le opere, sembrava averle dimenticate, conservandone solo la quintessenza comunicata da altri . Allo stesso modo aveva avuto accesso a Einstein solo grazie al film di divulgazione che avevano visto tutti in un cinemino dei Boulevard.”
La moglie di Duchamp ci avrebbe detto con certezza se “Quantum Effect” è terminata o è ancora visibile allo SMAC, mentre Marcel chissà. Vedete voi di chi fidarvi.

Venendo al “pattern curatoriale” del quale avevo accennato il ruolo nel governare la mostra in questione parte ovviamente da una genealogia duchampiana e se vogliamo anche tipica della cosiddetta “fin du siècle” piuttosto che del 900 inoltrato : si sposano tecnologia e nozioni scientifiche per semplificarne la complessità secondo un pattern che le vuole legate ad un mondo in fondo sempre imprevedibile ed anarchico a dispetto delle precisioni azzeccate . Questo pattern oltre ad apparentare in modo incongruo formule matematiche , leggi e opere artistiche mescola disinvoltamente i contesti storici delle stesse scoperte scientifiche : l’esempio più eclatante è costituito dall’oggetto più appariscente della mostra , il lungo tavolo coperto da un vetro, esposto in doppia versione, che mostra l’esperimento dove la luce passa attraverso una doppia fessura generando le frange di interferenza .

Come tutti i manuali di Fisica dicono quest’esperimento dimostra la natura ondulatoria della luce , ma secondo modalità che sono PREVEDIBILI e per descriverlo bastano le equazioni di Maxwell , come a dire che siamo nell’area dell’elettromagnetismo , non in quella della meccanica quantistica. Non che l’oggetto non faccia la sua bella figura, ai più risulta egualmente astruso, ma meglio sarebbe stato e più coeretemente con il titolo “Quantum Effect”, esporre un interferometro, dove non è la luce che viene divisa ma gli stessi fotoni ottenendo, lì si, effetti quantistici .

Il resto del pattern dei curatori è per sovrappiù costituito dalla preponderanza dei mezzi audiovisivi utilizzati nell’allestimento. I mezzi non sono neutri: l’estetica che qui ne risulta è quella simile a quella sensazionalistica delle serie televisive o dei collage delle preview dei nuovi film dove i vari spezzoni sono assemblati in tempo reale mescolando tutto e il contrario di tutto, impedendo il distacco interpretativo del guardante e generando il noto effetto della notte dove tutte le vacche sono nere. Perchè tutto questo? Per appianare le posizioni e le contrapposizioni della realtà in un fluido vago ed indistinto dove bisogna essere solo “creativi e flessibili” e possibilmente meno ingombranti . Un tentativo quindi di imporre una nuova accomodante “pittura retinica” sotto spoglie opposte: funzionalismo non filosofia.

 

Dipinto  sul tema realizzato dall’autore dell’articolo Walter Bortolossi  “I gatti di Schrödinger”,1998,  olio su tela cm 90 x 40 (Coll. privata)
Dipinto sul tema realizzato dall’autore dell’articolo Walter Bortolossi “I gatti di Schrödinger”,1998, olio su tela cm 90 x 40 (Coll. privata)

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