
Alice Cattaneo, Marco Andrea Magni, Virginia Zanetti e il collettivo Numero Cromatico protagonisti a Milano da Building
Con una programmazione ricca e articolata, Building Gallery inaugura il 2026 occupando l’intero edificio di via Monte di Pietà con tre mostre simultanee. Il 15 gennaio si sono aperte Un mondo tutto all’aperto, bipersonale di Alice Cattaneo e Marco Andrea Magni, visitabile fino al 14 marzo; La danza del sale, personale di Virginia Zanetti fino al 14 febbraio; e il ciclo annuale del Building Box Per filo e per segno. Percorsi di arte tessile in Italia, curato da Alberto Fiz, che scandirà il 2026 con dodici interventi a cadenza mensile. Il primo è affidato al collettivo Numero Cromatico, seguito dagli artisti Paola Anziché e Maurizio Donzelli.
Le tre esposizioni si sviluppano in spazi distinti, muovendosi ciascuna secondo approcci curatoriali e artistici differenti, senza convergere in una narrazione unitaria. In linea con l’approccio concettuale della galleria, il visitatore è invitato a esplorare liberamente il proprio percorso nella dimensione dell’arte, cogliendo affinità e differenze, costruendo connessioni tra linguaggi, materiali e poetiche diverse. Da questo dialogo aperto emergono alcuni temi trasversali ai tre progetti, come l’opacità, l’impermanenza, le relazioni e il rapporto tra materiale e immateriale, che restituiscono una lettura del contemporaneo come territorio instabile, stratificato, resistente a letture univoche e aperto a una pluralità di interpretazioni.
Un mondo tutto all’aperto
A cura di Giovanni Giacomo Paolin, Un mondo tutto all’aperto riunisce i lavori di Alice Cattaneo e Marco Andrea Magni in una bipersonale che si sviluppa tra il piano terra e il primo piano di Building Gallery. Il titolo della mostra viene dal racconto Dall’opaco di Italo Calvino, testo in cui lo scrittore descrive i luoghi della propria infanzia come un mondo fatto di linee spezzate e oblique, in cui l’unico elemento di continuità è la linea retta dell’orizzonte. Da questa geografia instabile nasce una riflessione sulla soggettività dello sguardo e sulla compresenza di condizioni apparentemente opposte ma coesistenti: limpidezza e opacità, aperto e chiuso, soleggiato e ombroso. Ogni visione si configura così come un’esperienza ambivalente, insieme esposizione e sottrazione, un modo di stare al mondo in cui “ognuno sta nel suo”, sotto gli occhi degli altri, senza che lo sguardo possa mai coincidere pienamente con quello altrui.

Un’impostazione teorica che oggi trova un’eco nelle riflessioni di Édouard Glissant e di Byung-Chul Han, per i quali l’opacità non rappresenta un limite alla conoscenza, ma una condizione necessaria per sottrarsi alla banalizzazione del reale e a ciò che Han definisce l’“inferno dell’uguale”. L’opaco diventa quindi un gesto poetico e politico, uno strumento di attivazione del pensiero, un varco per riconoscere e preservare la differenza in un contesto che tende alla trasparenza forzata e alla standardizzazione dello sguardo.
È a partire da questi presupposti che la mostra si costruisce come uno spazio di coesistenza, fondato tanto sulla relazione con l’altro, quanto su un’idea di opacità intesa come forma di apertura. L’allestimento segue questa logica; moduli di tessuto bianco angolari ridefiniscono gli ambienti della galleria, introducendo pause, deviazioni, slittamenti dello sguardo e nuovi punti di vista trasformando la visita in un’esperienza che richiede attenzione e tempo.
Equilibrio, invisibilità e presenza
All’interno di questo dispositivo, le opere di Cattaneo e Magni dialogano senza cercare convergenze formali dando vita a un dialogo costruito su equilibrio, invisibilità e presenza, principi che, pur attraversando due ricerche autonome e differenti, diventano punti di connessione capaci di attivare relazioni sottili e di interrogare le condizioni stesse della visione, nel rapporto tra opere, allestimento e percezione del visitatore. Il percorso prende avvio al piano terra, con le opere disposte secondo un’idea di “aperto” attraversata da fenditure, pendenze e disallineamenti.
Un esempio ne sono le due versioni di Ruffiani (2025) di Marco Andrea Magni, in cui il perimetro della cornice sembra perdere la funzione di contenimento, e Untitled (2019), di Alice Cattaneo, dove quattro elementi in vetro di Murano, cemento e ferro si tengono insieme in un fragile equilibrio. In entrambi i casi, ciò che è normalmente deputato a delimitare o sostenere diventa instabile, aperto a una trasformazione che sposta lo sguardo oltre il confine dell’immagine o dell’oggetto, come se il materiale fosse in grado di aprire uno spiraglio di luce tra dimensioni differenti.
La compresenza di trasparenza e opacità, verticalità e orizzontalità, materialità e immaterialità, attraversa tanto le opere quanto gli spazi. Si passa infatti dalle vetrine, dove lo spazio è inevitabilmente incrociato dallo sguardo urbano, a zone più raccolte, in cui il rapporto con i lavori diventa più intimo, concentrato. Qui linee, segni, ma anche la loro assenza, operano come tracce che conducono in direzioni inaspettate. In Quasi mattina (2026) di Cattaneo, sottili fili di piombo guidano lo sguardo, trasformando le linee scure del materiale in ombre colorate, presenze quasi evanescenti. Di fronte, Compasso per aureola (2018–2025) di Magni introduce una linea obliqua sospesa, un orizzonte instabile che, pur fondato su una logica geometrica, rimane carico di una tensione quasi metafisica.

Simultaneità e isolamento
Nelle nicchie, agli estremi del piano terra, sono installate altre due opere, poli di un’ultima tensione nascosta e quasi magnetica. Untitled (2018) di Cattaneo e un’ulteriore versione di Ruffiani di Magni. Due pensieri a margine che concentrano l’attenzione sulla cura del materiale e sul peso specifico di ogni elemento, riuscendo, per un istante a diventare protagoniste.
Salendo al primo piano, l’atmosfera cambia, diventa più intima e invita a una visione rallentata. Opere come Complice (2025) e Ottica (2025) di Magni lavorano sulla stratificazione e sul contatto tra materiali diversi, carta, piombo, vetro, specchio. In dialogo, i lavori di Cattaneo si presentano come assemblaggi di materiali eterogenei, vetro, ceramica, ardesia, cemento, filo, pigmento, tenuti insieme da un equilibrio provvisorio affidato al peso e alla relazione tra le parti. Lavori che, oscillando tra simultaneità e isolamento riflettono sul tema del contatto, delle relazioni e sul modo in cui i due artisti si confrontano nel contesto della mostra.
Il percorso si chiude con Densità particolare (2026) di Alice Cattaneo, un’opera in lastre di vetro soffiato scuro assemblate a piombo, in cui l’opacità diventa esperienza sensibile, gli occhi, come quando è notte, sono costretti ad adattarsi a riconoscere lentamente contorni e distanze. Una conclusione che riporta al cuore della mostra. L’equilibrio con cui si reggono le cose è sempre parziale, una condizione in cui pieno e vuoto, visibile e invisibile, restano in tensione continua nonostante ci si trovi in un mondo sempre tutto all’aperto.

La danza del sale
Al terzo piano di Building, La danza del sale presenta una selezione di opere fotografiche, video e scultoree di Virginia Zanetti (Fiesole, 1981), che nascono dall’intervento site-specific e dalle performance collettive realizzate nella salina di Margherita di Savoia (BT). Curata da Giulia Bortoluzzi, la mostra si sviluppa come un racconto stratificato, in cui il tema dell’impermanenza e della trasformazione attraversa materiali, gesti e immagini.
Il progetto prende forma dall’incontro tra l’ambiente naturale delle saline e il tessuto sociale della comunità, che si esprime nell’attività di raccolta del sale, e converge in un processo comune trasformazione. In questo contesto, il sale non è soltanto un materiale, ma diventa un medium relazionale, carico di storia, di gesti e saperi condivisi.
Distribuiti tra la parete d’ingresso e la sala principale, il video e le fotografie della performance La danza del sale (2023) documentano l’azione creata in collaborazione con la coreografa e danzatrice M^ Teta Lonigro, il saliniere Valerio e un gruppo di abitanti della comunità locale. I movimenti del lavoro dei salinai, privati dei loro strumenti e della loro funzione produttiva, vengono così trasformati in gesto coreografico e rituale condiviso.
Nello spazio espositivo compaiono anche dei frammenti di sale, ciò che resta delle sculture cristallizzate realizzate dall’artista immergendo degli utensili da lavoro e altri oggetti simbolici nelle acque delle saline di Margherita di Savoia e che il tempo e gli agenti naturali hanno progressivamente deteriorato. Raccolti come reperti, testimoniano l’impermanenza, la fragilità della materia e, insieme, il limite del desiderio umano di controllo sui processi naturali. Di fronte a ciò che non si può trattenere, Zanetti interviene con una serie di nuove opere in vetro, Piccone, Pala, Martello e Falcetto, calchi di oggetti destinati a scomparire nel tempo. Il vetro non interrompe il processo di trasformazione, ma, pur nella sua fragilità, ne trattiene un’immagine provvisoria, sospesa tra conservazione e perdita.
Da sempre impegnata a mettere in connessione persone e luoghi attraverso pratiche partecipative, Virginia Zanetti, in La danza del sale, fa dell’arte uno spazio di attraversamento da cui emerge il legame profondo tra esperienza umana, paesaggio e divenire. In questo processo, i rapporti tra sé e l’altro, individuo e comunità, natura e uomo non si risolvono in opposizioni, ma si trasformano reciprocamente. I lavori in mostra trovano forza nell’essere tracce di quest’esperienza in cui l’opera prende forma dal campo di relazioni che l’artista attiva tra individui, comunità e ambiente.

Per filo e per segno. Percorsi di arte tessile in Italia
A cura di Alberto Fiz, nella Building Box troviamo il capitolo inaugurale di Per filo e per segno. Percorsi di arte tessile in Italia, un progetto espositivo che si sviluppa nell’arco di dodici appuntamenti a cadenza mensile, con l’obiettivo di restituire la complessità e la vitalità dell’arte tessile nel panorama contemporaneo italiano. Attraverso una selezione eterogenea di arazzi, installazioni, sculture e interventi site-specific, il progetto mette in luce il tessuto come linguaggio autonomo, capace di affermarsi oltre ogni gerarchia disciplinare.
Il tessile emerge qui non come semplice tecnica o supporto, ma come dispositivo critico che restituisce centralità alla materia e al corpo, opponendosi ai processi di smaterializzazione e omologazione della contemporaneità. Fibre, trame, nodi e intrecci diventano così strumenti relazionali attraverso cui gli artisti interrogano lo spazio e il modo in cui esso viene abitato e percepito, facendo convivere memoria, gesto manuale e contemporaneità in un processo aperto, fluido e privo di rigide formalizzazioni.
Ad inaugurare il progetto, dal 15 gennaio all’11 febbraio 2026, è il collettivo Numero Cromatico con l’installazione Frontiera del mio amore (2025). L’opera riveste interamente le pareti della vetrina con un tessuto cucito a mano, trasformando lo spazio in un ambiente immersivo. Al centro, un arazzo riporta una poesia, “Tu sei il segno, la vera frontiera del mio amore. Creazione del mio mondo, della mia poesia”, generata da un’intelligenza artificiale addestrata dal collettivo sul tema dell’amore.

ll testo non si rivela subito, un sipario ne cela frammenti, costringendo lo spettatore a un’esperienza di visione parziale e riflessiva. Ciò che appare e è ambiguo, caldo e alieno insieme. Un intervento artistico che scuote la stabilità dell’immagine e del linguaggio, attivando una relazione in cui lo spettatore è chiamato a negoziare continuamente la propria posizione, fisica e percettiva, rispetto all’opera e ai suoi significati.









