20 Settembre 2026 04:46

Trash Test. A Roma Andrea Cosentino sfida i confini del racconto

Trash test, di Andrea Cosentino
Trash test, di Andrea Cosentino
Al Teatro Basilica di Roma Cosentino accompagna il pubblico in un viaggio al termine della narrazione

Ogni spettacolo di Andrea Cosentino produce nel pubblico uno spostamento del punto di vista. Anche in quest’ultimo lavoro, Trash Test, che ha debuttato al Teatro Basilica di Roma, l’autore-attore ci accompagna in un viaggio al termine della narrazione, arrivando a smuovere profondamente le nostre convinzioni sul ruolo di chi crea un’opera artistica. In un testa a testa tra uomo e macchina, il performer si confronta con le capacità drammaturgiche dei sistemi di intelligenza artificiale generativa e, in una continua improvvisazione, scatena una co-creazione dello spettacolo stesso nel mentre viene prodotto.

Lo spazio è spoglio è l’attore è da solo, completamente in luce, vicino a un computer collegato a un grande schermo, davanti a un pubblico illuminato. In un botta e risposta con la nota piattaforma ChatGPT, Cosentino sfodera un’articolata mescolanza di dialetto abruzzese, citazioni da La società dello spettacolo di Debord, pop culture e movimenti da commedia dell’arte, per rivelare il dietro le quinte della produzione creativa. Il tour de force linguistico è ricchissimo e comincia svelando alcuni trucchi della scrittura comica, per arrivare a ricreare la scena finale di una storia distopica, e particolarmente divertente, che rieccheggia 2001 Odissea nello spazio, dove gli esseri umani si ribellano al dominio dagli automi.

Quello che a prima vista può apparire un innocuo gioco di società, un happening dove gli spettatori sono invitati a proporre stimoli con cui nutrire la macchina, nella sua stratificata tessitura, e nel travolgente impasto di citazioni di Wittgenstein e trivialità da social network, si svela uno specchio capace di riflettere sulla genesi delle opere artistiche. Nonostante rimanga vincolato a limiti, pregiudizi e barriere culturali, il Large Language Model stupisce per la sua capacità di creare strutture drammaturgiche ogni volta più audaci. Il pubblico ride di gusto per le strampalate produzioni automatiche e Cosentino le arricchisce commentandole con umanità e stupore. Ma via via che l’intricata creazione prende corpo, la platea si trova immersa in un processo che sembra coinvolgere ognuno di noi, dentro e fuori dalla scena.

Se abbiamo a disposizione un partner che risponde a ogni nostra richiesta, se con esso siamo in grado di costruire evoluzioni narrative che sfidano la realtà, se condividendo un qualunque input possiamo ottenere risposte traboccanti di vivacità letteraria, che cosa resta dell’Autore in quanto creatore dell’opera? Forse è proprio questo il quesito più profondo dell’intero show, che mira “non solo a far ridere, ma anche a far riflettere”, come dice lo stesso performer innalzando la portata del suo lavoro mentre lo schernisce con una retorica tra le più trite.

Possiamo sicuramente ancora sentirci rassicurati perché siamo capaci di guardare il mondo da una prospettiva laterale, e possiamo rallegrarci per aver vinto il Premio Ubu che ha riconosciuto le nostre capacità (l’autore ne è stato insignito nel 2018 per il suo lavoro Telemomò). Ma certamente non potremo più dimenticare che, grazie a un giochino rimpinzato di assurdità, col quale abbiamo fatto incontrare Eduardo de Filippo e un pinguino, abbiamo collaborato alle folli prodezze di una macchina immaginativa. Certo, i risultati sono ancora imperfetti, segnati da vezzi e risposte banali, ma la sua abilità narrativa, pressoché illimitata, è già capace di incrinare definitivamente l’aura sacrale che troppo spesso avvolge il concetto di Autore e di Opera d’arte.

E forse possiamo tranquillamente scongiurare il terrore catastrofista che colse Platone di fronte all’avvento della scrittura, ricordando invece come i giochi linguistici, intrinsecamente sociali, abbiano accompagnato ogni forma di creazione sin dall’alba dei tempi. Non ci resta quindi che “integrarci nell’apocalisse”, allontanandoci in controluce al suono di una melodia che ricorda uno struggente canto abruzzese. Un epilogo commovente che innesta la più avanzata tecnologia nella continuità antropologica, ricordando come anche la tradizione popolare sia da sempre una macchina generativa, che permette infinite variazioni su matrici comuni.