
La galleria Monica De Cardenas di Milano propone fino al 21 marzo 2026 “Tempo Crudo”, la nuova personale dell’artista piacentina Claudia Losi. Il progetto vuole affiancare opere nate negli ultimi cinque anni che dialogano in modo coerente e sistematico, spaziando tra i linguaggi e le tecniche. Il titolo, mutuato dal concetto di tiempo crudo elaborato dall’antropologa, poetessa e attivista Judy Jacanamejoy Chicunque della comunità colombiana Kamëntsa, assume un valore centrale: indica un momento di sincronizzazione profonda tra esseri viventi e non viventi, un tempo in cui tutto risuona all’unisono. Losi traduce quest’idea in segni e trame, scegliendo il gesto artigianale del tessere come metafora di connessioni, scambi e memorie.
Entrando nello spazio espositivo, si incontrano subito i grandi arazzi della serie Come giardino foresta. Si tratta di opere realizzate meticolosamente con la tecnica jacquard, ma che non rappresentano solo superfici decorative: sono stratificazioni di visioni e domande atte a creare una trama di relazioni tra persone e memoria. Le immagini cucite, infatti, sono la rappresentazione di pensieri raccolti tramite laboratori e call pubbliche. Ogni arazzo è costituito da figure umane intrecciate in posture diverse, parole, elementi naturali, nulla di semplificabile in un singolo significato visivo. I toni neutri si alternano a tocchi di colore, trasportando in una dimensione eterea e aperta all’interpretazione dello spettatore.

Vicino agli arazzi troviamo diverse opere che ne amplificano le suggestioni. Le prime sono i Pomi, piccole sculture derivate da mele svuotate dai calabroni e fuse in bronzo. Un accostamento, quello tra tessuto e metallo, che fa parte del progetto di allestimento: i frutti sospesi richiamano in un certo senso i pesi da telaio, e restituiscono l’impressione di guardare a un’unica opera. Ci sono poi le Pietre da filo – piccole sculture ispirate alle coti, strumenti usati tradizionalmente per affilare lame – disposte lungo le pareti, proponendo un ritmo visivo generale e ancora una volta un dialogo con il resto della mostra. Infine, negli angoli, le Anime sottili, figure in metallo tratte da originali in carta strappata, che ricordano ombre cinesi ma anche figure mitologiche.

Spostandosi nell’ultima sala, Variazione #2 si staglia sulla parete: un tessuto in fiocco salentino realizzato dalle tessitrici della Fondazione Le Costantine, da cui si estende una lunga coda di ordito con piccoli piombi. Un elemento che intreccia pratiche tramandate e figure introdotte dall’artista, sottolineando come il lavoro delle piccole comunità rimanga fondamentale. Di fronte una serie di pastelli dei Disegni di rimettaggio, che, richiamando sempre la grammatica della tessitura, costruiscono figure naturali e animali attraverso uno schema grafico. I richiami tra le opere parlano in maniera sempre più evidente.
L’allestimento, organizzato su un percorso che varia sapientemente scala e densità di opere, produce una strategia visiva forte: l’occhio si muove tra trame fitte e vuoti, superfici tessili e oggetti metallici, percependo una stratificazione di materiali e gesti. Tempo crudo non si limita a presentare un insieme di opere, ma crea una relazione tra procedure manuali e processi espositivi, una rete di connessioni aperte che invita chi osserva a considerare non solo la forma, ma soprattutto le storie che la attraversano.



