
Calato il sipario sulla 49.ma edizione di Arte Fiera a Bologna – la fiera più longeva d’Italia, nata nel 1974 – quest’anno effervescente e più che mai, che ha riscosso un grande successo di critica, di pubblico e di vendite verso nuovi collezionisti, nel segno della continuità e della qualità, intitolata Cosa sarà (come il brano di Lucio Dalla) e rinnovata alla guida di Davide Ferri, critico e curatore già nel team di Simone Menegoi (direttore per sette anni), apriamo un altro scenario su ciò che resta esposto fino al 26 maggio, contro l’arte decorativa, al CUBO – Museo d’Impresa del Gruppo Unipol, dove entriamo nel complesso mondo di “Pointing Nemo. Oltre lo spazio verso gli abissi” (fino al 26 maggio).
Stiamo parlando della mostra personale di IOCOSE, a cura di Federica Patti, esegeta del collettivo fondato a Bologna nel 2006 e composto da Matteo Cremonesi, Filippo Cuttica, Davide Prati e Paolo Ruffino, da vent’anni interessati a smascherare le retoriche dell’innovazione e del progresso, intercettando fattori di cambiamento non sempre positivi o volti al benessere dell’uomo sulla Terra.
L’ambizioso progetto espositivo – ideato in un’epoca in cui qualcuno aspira a prenotare il viaggio “esclusivo” su Marte, in una civiltà ipertecnologica galvanizzata dall’idea del progresso come soluzione ai problemi umani, affascinata dalla conquista dello spazio cosmico tuttora in atto – si schiera contro le narrazioni messianiche che accompagnano il settore high tech e la colonizzazione spaziale con la mostra “Pointing Nemo. Oltre lo spazio verso gli abissi”, ideata nell’ambito di Art City 2026, da fruire con la lente dell’ironia, capace di smascherare le falle e le contraddizioni del XXI secolo, smontando una paradossale mitologia odierna fondata sugli “astropreneur”. Questi individui – alias speculatori – concentrati sulla volontà di espandere la propria imprenditorialità all’infinito, fino a privatizzare lo spazio, con le loro utopie aprono il nostro sguardo a nuove narrazioni, immaginazioni e iconografie di un NewSpace di IOCOSE, invertendo le rotte da “extraterrestri” a terrestri, dove l’umano sembra diventato l’ospite dal destino preconfigurato di mondi e modi automatizzati di vivere sulla Terra.

Per comprendere obiettivi, modalità e significato della mostra – suddivisa nelle due sedi bolognesi – bisogna concedersi il tempo di visitare la prima parte di narrazione del progetto, in orizzontale, al piano terra di CUBO, in Porta Europa, vicinissimo alla Fiera, e la seconda, in verticale, al 25° piano di Torre Unipol, nell’iconico grattacielo modernista che incarna la Point Nemo Tower: uno spazio ideale dove inscenare un futuro che sembra già passato, tra scarti, rovine simboliche e utopie infrante, fondato negli abissi di un oceano immaginario, dove lo spettatore idealmente fluttua in una dimensione liquida, solida e perturbante al tempo stesso, attraverso video simili a quelli promozionali per indurci ad acquistare soggiorni in luoghi del benessere e gadget da collezionare, come paradossali ready made di un abisso subacqueo che non c’è.
È significativo il discorso di Angela Memola, Responsabile Arte e Patrimonio Artistico per CUBO, Museo d’Impresa del Gruppo Unipol, appassionata e determinata “vestale” dell’arte contemporanea, seduttiva oratrice e chiara nel ribadire che il progetto espositivo: «Riafferma il senso profondo di das – dialoghi artistici sperimentali, una rassegna identitaria che, nel corso delle nove edizioni, ha saputo costruire un percorso solido, coerente e riconoscibile, mantenendo il fil rouge fondato sulla sperimentazione, sull’analisi critica e sull’ascolto attento delle contemporaneità».
Infatti, il progetto di IOCOSE nasce e si sviluppa nel segno della continuità di das, con il fine di creare uno spazio, una piattaforma, un dispositivo del pensiero in cui la ricerca artistica diventa lo strumento espressivo e di lettura critica del presente, suggerendo nuove narrazioni e immaginazioni di un futuro già presente, come luogo della responsabilità collettiva e contro un’arte concepita come orpello decorativo.

La mostra contro le speculazioni della conquista spaziale
Nella sede di Porta Europa, all’esterno del CUBO, fa capolino The Hollow Chorus (Geodome), forma geodetica del 2021, simile all’igloo di Mario Merz, in legno verniciato e smontabile, come le tende da campeggio in Antartide.
Sulla facciata dello Spazio Arte compaiono, in un contesto orwelliano postmoderno e distopico, tre stendardi lunghi sei metri che configurano la Point Nemo Tower: torre composta dall’accumularsi di detriti di oltre 260 sonde spaziali che si erge, paradossalmente, nelle profondità oceaniche, dalla grafica cartellonistica ammiccante, omologata all’estetica digitale. Per investire nella nuova realtà digitale da esplorare e viverla, c’è la finta agenzia Nemo Heights, simulata da corner con tanto di manifesti convincenti che propongono un’infrastruttura di lusso come asset ad altissimo potenziale, allestito in occasione della mostra all’interno del CUBO, dove è chiara l’intenzione di smontare la bolla del settore ocean-tech & deep luxury. E qui tutti possono simulare l’investimento, scansionando un apposito QR, nel lusso abissale, prenotando living nelle parti più remote della Terra. Sempre all’interno del CUBO, invade lo spazio Moving Farward (2016): un assurdo tapis roulant, un ibrido tra le giostre nelle sagre di paese del secolo scorso e la macchina giocattolo dei toys, che costringe il corpo a un movimento continuo senza un reale avanzamento fisico. Questo oggetto bizzarro smonta la mistificazione del progresso, all’insegna del movimento con un gesto ripetitivo di camminare stando fermi. Provare per credere!
C’è un video, Going to Earth to Benefit Space (2022), che ironizza sullo slogan pubblicitario accattivante e illusorio del NewSpace – “andare nello spazio per aiutare la Terra” – in cui si vede un montaggio di una carrellata di immagini che documentano lanci spaziali scaricati dalla rete, sottosopra, sparati non nel cosmo ma sulla Terra, denunciando l’idiozia dell’ultima trovata commerciale: cercare la salvezza dell’umanità attraverso la migrazione interplanetaria. E sappiamo tutti che non è la soluzione alle problematiche della crisi climatica e ambientale.

Nella sede di Torre Unipol, dovremmo avere l’impressione di entrare in una torre subacquea nel Point Nemo Tower (PNT) , una versione tecno della torre di Babele, come metafora dell’hybris, ovvero la superbia umana della scalata verso il divino. Ma qui si chiede al fruitore uno sforzo di immaginazione notevole, perché è un po’ tutto frammentato e dispersivo: manca un allestimento più immersivo e unitario per amplificare la narrazione e la suggestione di un progetto molto ben comunicato ma faticoso da decodificare per un pubblico non addetto ai lavori. Purtroppo anche i video non sono sufficienti a costruire un ambiente più raccolto e impattante per simulare una dimensione sottomarina in una torre, in cui si perde il contrappasso metaforico. Incuriosisce un vessillo fuori scala, lungo otto metri, che presenta il prospetto architettonico della torre subacquea. Il climax del progetto si raggiunge con Hic Sunt Leones (2024) e la nuova Hic Sunt Dracones (2026): grandi stampe su tessuto rip-stop che evocano paracaduti da rientro, unendo le vecchie geografie coloniali con nuove rotte. IOCOSE si pone come un paradigma della conoscenza, risolto in cartografie immaginarie tratte da quelle medievali, usate per indicare nuove geografie spaziali. C’è anche The Fortune Teller (2020), un’installazione ambientale che recupera il valore del “rituale”, con semplici gesti delle mani chiaroveggenti per visualizzare ciò che ancora non esiste. L’immersione nella nuovissima PNT – Point Nemo Tower (2026) inscena una dissezione critica e ironica, configurando un polo dell’inaccessibilità.
A questo punto ci manca la connessione tra Bologna, territorio e mondo, tra arte, memoria urbana e identità collettiva. Ed è qui, nel segno della continuità interdisciplinare di das e in linea con il titolo canterino di Arte Fiera 2026, che avremmo creato una comunità elettiva, ascoltando al 25° piano dell’algida torre il brano Futura (1980) di Lucio Dalla. E sulle ali di: «Chissà, chissà domani / su che cosa metteremo le mani. / Se si potrà contare ancora / le onde del mare, e alzare la testa…» …saremmo naufragati in un’ondata di ironia, tutti insieme, e avremmo sbugiardato, cantando, la bolla finanziaria di un capitalismo globale sempre più debole, destinato al fallimento, con profondissima leggerezza.
Il catalogo, realizzato da CUBO con testi di Federica Patti ed Eva Diaz, sarà presentato il 9 aprile, ore 18.30, in Torre Unipol.



