
Oltre 150 opere e oggetti fra etnografia, dipinti, fotografie, video e installazioni di arte contemporanea per la mostra “Il senso della neve”
Con oltre 150 opere e oggetti fra etnografia, dipinti, fotografie, video e installazioni di arte contemporanea, si è inaugurata al MUDEC di Milano la mostra Il senso della neve. Il percorso espositivo è articolato in un viaggio che va dalla geometria dei cristalli di neve all’immaginario artistico, fino agli impatti del cambiamento climatico e dell’overtourism montano. La mostra è preceduta dall’intensa installazione dell’artista giapponese Chiharu Shiota dal titolo The Moment the Snow Melts, che occupa l’intero spazio d’ingresso del museo. Rappresenta una nevicata metaforica composta da migliaia di fogli e fili di carta. L’opera affronta il tema delle relazioni umane che iniziano, finiscono e si trasformano, come la neve che si scioglie.
Guardare un paesaggio innevato ha il potere di calmarci, dovuto alla caratteristica della neve di assorbire i suoni. Un paesaggio innevato crea un senso di comunità, può far sentire parte di qualcosa di più grande, unendo le persone. Può anche significare isolamento, disorientamento e vulnerabilità di fronte alle forze della natura. Nel celebre romanzo Il senso di Smilla per la neve, dello scrittore danese Peter Høeg, si narra della giovane groenlandese Smilla, che possiede una capacità quasi soprannaturale di interpretare la neve e il ghiaccio, radicata nella sua cultura Inuit.

La mostra include infatti un importante sezione dedicata alle popolazioni artiche e della Terra del Fuoco, approfondendo i loro sistemi di adattamento e le pratiche spirituali legate allo sciamanesimo. Dalle comunità Sami, con la loro capacità nell’uso di strumenti specifici sulla neve, alle popolazioni dei ghiacci come gli Inuit, con le loro memorie ancestrali. Dalle culture dei popoli di Patagonia, ai guardiani delle acque in Tibet, in grado di costruire alte stupe di ghiaccio, architetture favolose che servono per l’approvvigionamento dell’acqua in tempi di scarsità.
Sospensione dal caos
La quiete e magia di questi paesaggi di neve creano un’atmosfera di sospensione dal caos e un momento di pace interiore. Il simbolo del cristallo di neve è associato all’inverno e simboleggia l’unicità e la perfezione, poiché non esistono due fiocchi identici, rappresentando così l’individualità e la bellezza delle piccole cose. Wilson “Snowflake” Bentley (1865-1931), fotografo amatoriale e ricercatore, nel 1885 scattò la prima microfotografia di un cristallo di ghiaccio. Lo scienziato Ukichiro Nakaya (1900-1962) studiò la natura dei fiocchi di neve fino a ricavarne una prima classificazione. Oltre alle ricerche scientifiche, agli oggetti d’uso quotidiano, alle maschere e agli abiti indossati da questi popoli, importante è la sezione di arte contemporanea.
Nell’arte il tema della neve e del ghiaccio viene esplorato con prospettive inedite. Nel Romanticismo il manto nevoso è lo spunto per composizioni paesaggistiche. Mentre nel Divisionismo assume un significato simbolico ed emotivo, come testimoniano le opere di Angelo Morbelli. Nel corso del Novecento e nell’arte contemporanea, il tema della neve e del ghiaccio viene esplorato attraverso l’uso di nuovi media e tecniche, fra cui la fotografia, il video e l’installazione, come in Dry Ice Environment, storica performance della pioniera dell’arte femminista Judy Chicago.

Altri autori come Alighiero Boetti, con l’opera Sciogliersi come neve al sole, utilizzano la neve come metafora linguistica. Lavoro profetico per i tempi moderni, con gli attuali cambiamenti climatici. Sul tema del riscaldamento globale e delle urgenze climatiche, significative sono le opere di Walter Niedermayr, che rappresentano la situazione dei ghiacciai nelle Alpi, con paesaggi che cambiano troppo velocemente. Così come l’opera di Zhang Huan dal titolo The Warm Snow, che rilegge le olimpiadi di Cortina del 1956.
Il percorso espositivo si estende oltre il museo, con il ciclo di Poster Art sul retro della Stazione di Porta Genova. Una serie di poster d’artista, valorizzati da una grafica speciale, realizzati insieme all’ufficio di Arte Pubblica del Mudec. Attraverso questo percorso e un programma di incontri sull’antropologia culturale, il museo esce dalle sue mura, riesce a restituire la vitalità della ricerca. Uno sguardo che sottolinea come le popolazioni di cui si è parlato non siano primitive, bensì contemporanee, in transito sul pianeta come tutti noi.




