
Le Alchimiste, figure simboliche, potenti e resilienti in divenire tra oscurità e luce, vita e morte, sono radunate da Anselm Kiefer (1945) nella Sala delle Cariatidi a Milano, la maestosa sala da ballo neoclassica, progettata tra il 1774 e il 1778 dall’architetto Giuseppe Piermarini, allievo di Vanvitelli, devastata dai bombardamenti il 15 agosto del 1943, assurta a luogo simbolico carico di storia e memoria, con le sue tracce ancora visibili delle conseguenze tragiche della guerra, dove Picasso espose Guernica nel 1953, come messaggio di pace universale
L’anomalo convegno di 38 figure ieratiche sembrano fagocitare lo spazio preesistente e il nostro sguardo in 42 teleri, o paraventi come li ha definiti Kiefer stesso, fin troppo invadenti e pensati come quinte teatrali. Al di là dei giudizi soggettivi, resta il fatto che queste alchimiste ci interrogano sulla materia e l’universo “in transito” tra l’essere e il nulla, sul crinale della storia e memoria, spirito e materia, ma sono autoreferenziali e non dialogano affatto con le Cariatidi nella Sala degli Specchi, mortificata da un allestimento imponente, più adatto per Pirelli Hangar Bicocca o Palazzo Ducale a Venezia, dove l’artista tedesco ha trovato un palcoscenico ideale.
L’iconografia di Kiefer si fa carico dei drammi e delle fratture della storia
La mostra “Kiefer. Le Alchimiste” a Palazzo Reale, Milano (fino al 27 settembre), a cura di Gabriella Belli, è concepita in omaggio alle studiose e praticanti dell’alchimia dimenticate dalla storia, riemergono dall’oblio su fondi oro e specchi che le riflettono in un titanico progetto tipicamente ‘kieferiano’. Strappate dall’ignoto le sue donne incarnano il processo di trasformazione del piombo in oro. La mostra opulenta ispirata alla vita delle alchimiste rientra nelle manifestazioni più attese nell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, è prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte, con il contributo di Gagosian e Galleria Lia Rumma.

Come nasce il progetto?
Kiefer suggestionato dalle quaranta cariatidi mutilate e silenti che reggono il peso di volte e colonne della Sala degli Specchi, ispirate alle fanciulle di Carie dimenticate dalla storia al maschile, secondo l’artista dovrebbero dialogare con le sue alchimiste, anche loro votate all’oblio per volere degli uomini, che sembrano prendere corpo in impasti densi nella sua pittura materica di seduzione visiva e tattile. Dall’oscurità prendono forma stratificazioni di colori e materiali diversi, portando in superficie donne dimenticate ingiustamente dalla storia. Le alchimiste dell’artista tedesco tra i più osannati dal sistema dell’arte, ormai riconoscibile per uno stile monumentale e progetti scenografici d’impatto teatrale, sono donne votate a una disciplina erudita ma non riconosciuta dalla scienza, studiose che hanno lavorato sulla trasformazione dei metalli e fatto ciò che facevano gli uomini dimenticate dalla storia, ma l’arte le ha riscattate dall’oscurità e vivranno nella nostra memoria.
Gabriella Belli in conferenza stampa ha spiegato in sintesi “Queste opere sono tutte dedicate al tema dell’alchimia e alle donne alchimiste, la scienza della trasformazione della materia che include il mito e l’utopia della scienza filosofale alla ricerca della rigenerazione dello spirito”, e questo è palese, ma evitiamo di enfatizzare il dialogo con la Sala delle Cariatidi, perché ciò non accade. Escludendo il progetto di illuminazione di Pasquale Mari, con Alice de Bortoli e Giovanni Bertoli, e il suggestivo gioco di riflessione negli specchi laterali dell’architettura di alcuni dettagli delle grandi opere, frammenti e squarci capaci di aprire nuove prospettive di cortocircuiti visivi seducenti, al fruitore -argonauta- nell’arcipelago simbolico di Kiefer, tutto risulta ridondante e non si coglie il dialogo sotteso tra le sue alchimiste e le korai milanesi, ispirate alle anonime fanciulle di Carie con lunghi abiti drappeggiati, del tempio dell’Eretteo, dedicato ad Atena e Poseidone sull’Acropoli (sec V. a.C), in sostituzione delle colonne.
Bando a narrazioni pompose o mistificazioni di ciò che dovrebbe essere e non è, vizio della cronaca d’arte del presente, per onestà intellettuale limitiamoci a decodificare l’iconografia di un ciclo pittorico complesso, incentrato su visionarie sacerdotesse di saperi occulti, che viste sotto un’altra luce, ci fanno riflettere sul loro contributo alla storia, al pari degli uomini anche se hanno agito ai margini della scienza e della cultura ufficiale. Le alchimiste di Kiefer brancolano nel buio tra distruzione e rinascita e si riconsegnano al nostro sguardo, e sopravvivono al tempo. Nella Sala delle Cariatidi loro ci scrutano e sembrano balzare fuori all’improvviso da paraventi -concepiti come quinte teatrali- interfacciati l’una all’altra, fino a comporre spazi labirintici, permettendo al fruitore di entrare direttamente a contatto visivo, fisico e illusorio delle sue opere in cui secondo l’artista “corre il sangue della Storia”. E qui nessun atomo, particella è perso e tutto è connesso simbolicamente all’universo, alla terra e al cielo nell’immensità del cosmo in un amalgama di arte e teologia, misticismo e memoria grazie all’arte, che secondo Kiefer incarna la più grande delle illusioni.

Oltre la storia, l’arte che sopravviverà
Per Kiefer la storia è un capitolo aperto in dialogo con le sue alchimiste, in continuità con il suo universo simbolico, poetico e concettuale, ma nella Sala delle Cariatidi l’allestimento monumentale toglie pathos alle singole alchimiste e mistero ai contenuti del ciclo pittorico. Tale gigantismo disorienta il fruitore alla ricerca di significati specifici nel ciclopico progetto concepito in dialogo con la memoria di questo luogo emblematico, segnato da ferite e rinascite. Le sue figure femminili di alchimiste, protagoniste di una conoscenza che va oltre la scienza e attraversa epoche, culture e immaginari, ci stregano quando si riflettono negli specchi laterali della struggente Sala delle Cariatidi. Loro, come aedi dell’oblio e della memoria, fragili e autorevoli presenze, ostinate, comunque libere, sospese tra mito e storia, radunate in una sabba metaforica alle prese con gesti quotidiani, celebrano il trionfo della trasformazione sulla morte. E, per l’artista poco importa sapere se sono esistite realmente o se i loro nomi si riferiscono a invenzioni letterarie, stanno nell’ombra della storia come scintille di luce rigenerate nell’oro. Come rivelatrici di profezie, sogni, incantesimi, sciagure e rinascite imperiture, demoni o angeli, sante o dannate che fossero, le sue donne incarnano il fondamento logico della trasmutazione, così come l’alchimia intreccia natura e artificio, cielo e terra, vita e arte. La rappresentazione delle figure femminili si carica di significati alchemici anche attraverso i materiali utilizzati, come il zinco, approfondito da Paracelso, a cui dobbiamo la denominazione di zincum, il piombo che evoca Saturno e la melanconia, e ancora ossidazioni, patine e sfondi oro a profusione, manifestano lo stadio ultimo di trasformazione dei metalli in oro.
Qualche nome? Sophie Elisabeth von Clermant, e forse c’è lei dietro lo pseudonimo Leona Costantia, autrice del trattato Sonnenblumen der Weisen (Il girasole dei saggi), Marie Meudrac, chimica che favorì le donne nella disciplina scientifica, Caterina Sforza, figlia naturale del duca Galeazzo Maria Sforza e di Lucrezia Landriani, di cui conosciamo un ritratto attribuito a Lorenzo di Credi, nota per i suoi Experimenti che contenevano rudimenti di cura per il corpo, medicamenti e cosmesi. E ancora, Lady Mary Herbert, poetessa erudita nella farmacopea, Cristina di Svezia, Isabella Cortese, Elisabhet Gray, con il cesto dei misteri sul capo, la padovana Camilla Erculiani, speziale e filosofa, Anne Marie von Ziegler, la più scellerata, Madame de la Martinville, con le braccia alzate avvolte in un’ombra sulfurea, Dorothea Juliana Wallich, esperta di chimica, Sophie Brahe, colta in astronomia, giardini e botanica, che alza sopra il capo un pesante crogiolo dove fonde l’oro, e le altre magnetiche alchimiste che appartengono alla storia dell’arte.

Kiefer punta sulla drammaturgia della storia in un luogo “sacro” della memoria, attraverso figure femminili che interpretano il tema della rigenerazione, della cura, del superamento di pregiudizi, oltre la dualità femminile e maschile, in cui tutto è bene e male, luce e tenebre, vita e morte, discesa e risalita tra catastrofe e resurrezione, alla luce della ragione in cui l’arte sopravviverà. Sono donne che rappresentano la forza di volontà, l’audacia, l’intelligenza e la capacità di suggerire nuovi significati, immaginari e prospettive, e in questo ciclo monumentale Kiefer, il pittore torna alla figurazione espressionista, rappresentando figure femminili scelte leggendo il volume 33 Alchimistinnen di Jette Anders, dove si trovano note biografiche di erudite, celebri e anonime dedite alla pratica dell’alchimia, esperte di ermetismo, chimica, botanica, magia e occultismo dalla fisicità mostruosa. Le sue alchimiste sono artisticamente “brutte”, come sono le figure femminili degli espressionisti della Brucke come Ernest Ludwig Kirchner o Karl Schmidt-Rottluff, o dell’austriaco Egon Schiele e Oskar Kokoschka, e appartengono all’iconografia della passione, del martirio, del satanismo, del trionfo dell’antiestetico più oscene che belle, così come accade nella pittura di Otto Dix, George Grosz, Max Beckmann, protagonisti della Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettività), noti per avere introdotto la deformazione fisionomica e i vizi e le perversioni della natura umana in corpi perturbanti dalle sembianze volubili. Kiefer in un magmatico alternarsi di pieni e di vuoti matrici e pittorici, dove tutto è dissoluzione e ricomposizione di una pittura tattile dimostra affinità tra alchimia e arti visive, e noi con lui immaginiamo infiniti illusori.



