
Chi ha ucciso mio padre in scena al Teatro Basilica fino al 21 febbraio, con la regia di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini
La morte del padre è un topos della cultura occidentale che irradia la sua luce da Eschilo ai giorni nostri. Edipo ha ucciso accidentalmente il genitore realizzando la profezia dell’Oracolo di Delfi, Freud ha individuato nel parricidio primordiale l’origine della civiltà, e tra loro Shakespeare ha fatto combattere Amleto con il fantasma paterno cercando dentro di sé la propria oscura identità.
L’appena trentenne Édouard Louis sembra aver raccolto questa lunga tradizione per farla esplodere nella propria esperienza privata. Con Chi ha ucciso mio padre, testo in bilico tra memoir e pamphlet politico, romanzo di formazione e j’accuse, lo scrittore francese innesta la politicizzazione dell’intimità appresa da Annie Ernaux, con la teoria del capitale culturale di Pierre Bourdieu, che ha mostrato come l’influenza familiare sia uno dei meccanismi riproduttivi delle disuguaglianze sociali.
Fraterno amico del noto sociologo Didier Eribon, Louis rielabora quella linea teorica attraverso lo sguardo di un omosessuale cresciuto nelle periferie proletarie, che porta i segni dell’umiliazione e della vergogna di classe come una seconda pelle. La regia di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, in scena al Teatro Basilica di Roma fino al 21 febbraio, si fa carico di tutta la potenza eversiva dell’opera originale. Lo spettacolo si apre con una citazione di Ruth Gilmore che nel suo Golden gulag definisce il razzismo come “la produzione e lo sfruttamento, legittimati dallo Stato, di gruppi con diverse vulnerabilità verso la morte prematura”. Benché la storia non riguardi minoranze etniche, l’epigrafe inquadra il testo con esattezza, illustrando una struttura di oppressione che colpisce tutti coloro che vivono ai margini: poveri, sfruttati, operai e omosessuali.
In questo alveo concettuale, Francesco Alberici (Premio Ubu under 35 nel 2021) solo in scena vicino ad alcuni sacchi della spazzatura, ci accompagna in un dialogo a una voce: quello di un figlio che il padre non lo vuole più accusare, non lo vuole più uccidere, ma solo ritrovare. L’inchiesta che ne scaturisce, insieme intima e politica, è una disamina della mascolinità costretta a distruggere la propria intimità pur di non riprodurre i sistemi di violenza subiti. Il turbine di abbracci mancati, parole senza appigli, reazioni impaurite e domande senza risposta si dipana con la lucidità di un ragazzino abbandonato che smette di incolpare e cerca nelle ferite aperte un brandello d’amore che sembra impossibile.
La freddezza chirurgica della messa in scena evita ogni pietismo e lascia risaltare la profondità di Alberici senza protezioni. La pulizia registica e il misurato disegno luci, insieme a una sonorizzazione audace che intreccia calci ai sacchi espansi dal delay, sottofondi inquietanti e canzonette ascoltate al cellulare, creano una tensione continua fatta di esplosioni, sospensioni e brevi istanti che lasciano intravvedere una agognata serenità.
Quando dalla spazzatura emergono frammenti di un passato che non è possibile riaggiustare, straborda l’accusa a una serie di politici francesi che hanno schiacciato le già precarie condizioni delle popolazioni più deboli con leggi che ne hanno compresso i diritti. Con un linguaggio amministrativo che evidenzia la ferocia istituzionale contro le masse oppresse — portandole a quella “morte prematura” di cui parla Gilmore — lo spettacolo si chiude inneggiando sottotraccia a una rivolta: unica opportunità per unire le fragilità e ricomporre gli affetti di cui abbiamo visceralmente bisogno.



